ANDY_3

Andrew Wood, il primo martire del grunge

Esattamente venticinque anni fa, il 19 marzo del 1990 moriva Andrew Wood, cantante dei Mother Love Bone e figura centrale della scena rock di Seattle prima dell’esplosione di “Nevermind”.

Durante il weekend del 16 marzo 1990 a Seattle ci furono quattro overdose da eroina. Tre ragazzi sopravvissero, il quarto invece, dopo tre giorni di agonia, non ce la fece. Quest’ultimo era uscito da poco da un centro di riabilitazione ed era pulito da ben 116 giorni. Era il ventiquattrenne cantante di un supergruppo cittadino a cui tutti pronosticavano un grande successo, i Mother Love Bone. Giusto il tempo che la PolyGram lanciasse “Apple”, l’album che la band aveva registrato nei mesi precedenti.

Si chiamava Andrew Wood e quel 16 marzo fu trovato privo di sensi, riverso sul letto con una siringa nel braccio dalla fidanzata Xana La Fuente. Rimase in coma per tre giorni all’Harborview Hospital e il 19 marzo i genitori diedero l’assenso a staccare la spina. Il corpo del cantante era circondato dai fratelli, dagli amici, da Chris Cornell, Stone Gossard, Jeff Ament e da Xana, che ricorda di aver tagliato una ciocca di capelli di Andrew e di aver messo su uno dei suoi dischi più amati, “A Night At The Opera” dei Queen, prima di buttarglisi in petto ed abbracciarlo fino a sentire il suo battito andarsene.

Xana ricorda anche di quella volta che Andrew e suo fratello Kevin presero un acido e Andrew passò otto ore rannicchiato sul pavimento del bagno in posizione fetale, piangendo e gridando “I’m gonna die. I saw my future. I know I’m gonna die”.

Facciamo un passo indietro, fino al 1986, quando l’etichetta C/Z pubblicò la più preziosa testimonianza dei primi germi del grunge, “Deep Six”, compilation in cui figuravano sei band: i Green River, in cui militavano quattro musicisti destinati a fare la storia del rock cittadino e non solo, Mark Arm, Steve Turner, Stone Gossard e Jeff Ament; gli U-Men di John Bigley; i Soundgarden di Chris Cornell; gli Skin Yard di Jack Endino e Matt Cameron; i Melvins di Buzz Osborne; infine, i velenosi Malfunkshun del giovanissimo e carismatico cantante Andrew Wood.
All’epoca della pubblicazione di “Deep Six”, Steve Turner aveva già lasciato i Green River, sostituito da Bruce Fairweather, ma di lì a poco anche tra gli altri membri i contrasti diventarono così insanabili da portare allo scioglimento. Turner si riavvicinò ad Arm con cui fondò i Mudhoney, che nel 1988 sfornarono uno dei primi anthem dell’etichetta Sub Pop, “Touch Me I’m Sick”, e che ancora oggi, tra i pochissimi gruppi sopravvissuti all’epopea del grunge, continuano a suonare con il piglio ruvido e sguaiato di allora.

Ament, Gossard e Fairweather, invece, si unirono ad Andrew Wood per formare i Mother Love Bone. Sin da subito i ragazzi mostrarono una formidabile alchimia e, grazie ad un frontman trascinante come pochi, lasciarono presagire che il loro primo album avrebbe rappresentato il detonatore necessario al fermento creativo di Seattle. Nel 1989 pubblicarono “Shine”, un ep contenente cinque brani di straordinario equilibrismo che permetteva di passare dal rock’n’roll grezzo e stradaiolo di pezzi come “Thru Fade Away” e “Mindshaker Meltdown” all’emozionante doppia ballata “Chloe Dancer/Crown Of Thorns”, in cui Andrew confessava spudoratamente la sua maleducazione sentimentale e i suoi tentativi di stare lontano dalla droga (“Chloe Dancer/Crown Of Thorns” nel 2007 è stata inclusa in una speciale lista delle “50 migliori canzoni di tutti i tempi più lunghe di 7 minuti” redatta da Rolling Stone). Il primo e unico album della band, “Apple”, fu registrato tra il settembre e il novembre del 1989 ai London Bridge Studios di Seattle e al The Plant di Sausalito. Tutti i testi erano di Andrew. “Non potrei mai cantare versi scritti da qualcun altro”, dichiarava nelle interviste che precedettero la pubblicazione del disco, nei confronti del quale si stava creando, tra i frequentatori dei circuiti alternativi, un autentico hype. Le musiche erano cofirmate da tutti i componenti della band. Tra le tredici tracce spiccavano inni grunge come “Stardog Champion” e “Bone China”, l’oscuro mid-tempo “Gentle Groove” e le ballate acide “Stargazer” e “Man Of Golden Words”.

L’uscita di “Apple” era prevista proprio per il mese di marzo del 1990. Andrew aveva fatto del suo meglio per farsi trovare pronto all’appuntamento e si era disintossicato. Ma per chi si è disintossicato da poco capita che la prima ricaduta possa essere letale, spesso con una dose in precedenza tollerata. Proprio ciò che accadde quel 16 marzo.

Il sogno di una generazione fu sul punto di infrangersi. Fu il weekend che spazzò via l’innocenza. Andrew aveva una fame di vita e un’esuberanza incontenibili, cantava “I am magnificent/I’m the instigator of the me generation”, con i lunghi capelli ossigenati a volteggiare sopra i giri di basso, la canotta numero 32 dei Los Angeles Lakers, i guanti di pelle nera. Per chiunque lo conoscesse o l’avesse visto esibirsi, il dolore fu troppo grande. Improvvisamente, ascoltare “Stardog Champion”, con lo straziante finale cantato da un coro di bambini vittime di abusi, era diventato impossibile e l’uscita di “Apple” fu posticipata a luglio.

Andrew era camaleontico e scivolava via un attimo prima di farsi afferrare, lasciando con il dubbio che il suo spettacolo d’amore profano non fosse che una grossa presa in giro. Non senza ironia, percepiva se stesso come il sacerdote del nuovo rock. Nel tour del 1989 in cui i Mother Love Bone aprirono una quarantina di concerti degli inglesi Dogs D’Amour, rubò letteralmente la scena al cantante Tyla. Andrew era quello che al giornalista di The Rocket che gli chiedeva cosa sarebbe successo di lì a qualche settimana, con i Mother Love Bone impegnati a portare lontano da Seattle uno degli show più energici della scena, rispondeva “Mi sono preparato a questo passo per tutta la vita. Sono sempre stato un frontman. Ricordo che quando avevo nove o dieci anni aspettavo che i miei se ne andassero, poi mettevo a tutto volume “Alive” dei Kiss e usavo il letto come palco per la batteria e una racchetta come chitarra. Alla fine del disco distruggevo la racchetta, la chitarra, rimettevo il disco per i bis e risalivo sul palco. Avresti dovuto vedermi! La Andy Wood Band! Eravamo strepitosi negli anni ’70!

La morte di Andrew pose fine all’avventura appena iniziata dei Mother Love Bone, ma in qualche modo ebbe degli effetti catartici su quasi tutti i musicisti di Seattle. Proprio in quel periodo i Nirvana iniziarono a lavorare al secondo album, provvisoriamente intitolato “Sheep”. Kurt Cobain aveva già pronte “Lithium”, “In Bloom” e “Polly”, anche se avrebbe dovuto attendere un altro anno prima di trovare l’ispirazione per scrivere “Smells Like Teen Spirit” – i cinque minuti capaci di entrare nelle adolescenze di tutto il pianeta con la forza di un tornado. L’album uscì nel settembre 1991 con il titolo “Nevermind” e tutto cambiò. Non solo i Nirvana diventarono il gruppo rock del momento ma anche gli altri gruppi ricevettero un’improvvisa esposizione mediatica. Successo, prime pagine, tour mondiali, montagne di soldi, nel giro di pochissimo, baciarono chiunque venisse da quell’area del north-west americano fino ad allora rimasta ai margini della geografia del rock. Seattle era esplosa. E la figura di Andrew continuò a vegliare sui suoi amici, fonte di ispirazione e oggetto di sentita devozione. Gli omaggi più famosi sono contenuti nella musica degli Alice In Chains, la band di Jerry Cantrell, amico fraterno di Andrew, e Layne Staley, che aveva nel destino un’uscita di scena altrettanto drammatica – il loro brano più noto, “Would?”, è uno dei modi per gridare la storia di Andrew. E poi in quella dei Temple Of The Dog, superband da un solo disco voluta da Chris Cornell, il vocalist dei Soundgarden che era stato anche compagno di camera di Andrew.

La morte di Andrew, infine, spalancò le porte del successo ad un certo Eddie Vedder, surfista temporaneamente addetto ad un pompa di benzina di San Diego, che Ament e Gossard scelsero come voce per la nuova band che stavano formando, i predestinati Mookie Blaylock, assoldati dalla Epic ancora prima di cambiare il nome nel più fortunato Pearl Jam.

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
Commenti
8 Commenti a “Andrew Wood, il primo martire del grunge”
  1. RobySan scrive:

    “…è stata inclusa in una speciale lista delle “50 migliori canzoni di tutti i tempi più lunghe di 7 minuti”

    E quindi anche di 6 minuti, di 5 minuti, di 4 minuti…

  2. valeria scrive:

    “La nostra innocenza non è finita quando Kurt si è sparato. E’ finita vedendo Andy attaccato a quel respiratore”.
    (Chris Cornell)

  3. Lalo Cura scrive:

    martire?
    non è così che si uccide anche la musica?

    lc

  4. RobySan scrive:

    @Lalo Cura: più che altro, così si uccide la parola.

  5. Lalo Cura scrive:

    robysan, cercavo soltanto di salvare il salvabile…

    anche perché la parola (la “parola”, dico, non solo quella incriminata: i.e. l’arte della parola) in questo paese è stata assassinata già da tempo – i blog hanno provveduto, e provvedono, a disperderne le ceneri

    lc

  6. Jailax scrive:

    Si può solo fare una cosa di fronte ad una voce così , mandargli un bacio e sperare che finisca in paradiso…..
    Ciao Andy ….
    Spero che lassù facciano della buona musica
    KISS

Trackback
Leggi commenti...


Aggiungi un commento