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Angela Davis e la maturità di una rivoluzionaria

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di Sara Zucchini (la foto è di Giuliano Del Gatto)

Sono le 20:15 e la fila per entrare in teatro conta già qualche centinaio di persone. Dopo due giorni di incontri sulla politica internazionale, l’economia, i migranti, il global warming, il Venezuela, le graphic novel che sono anche reportage di guerra, la Siria, la Libia, la Brexit, la stanchezza comincia a farsi sentire. Mi fanno male gli occhi, mi fa male la schiena, sento che sto perdendo lucidità, ma se sono qui al Festival di Internazionale, dove da giovanissima ho lavoravo per mettere da parte un po’ di soldi extra e intanto sgattaiolavo dentro i teatri per ascoltare Chomsky o Randall, è per incontrare una donna da foto sul muro, come diceva De Gregori, che oggi è scesa dal muro, è uscita dai libri e dai poster, è diventata tridimensionale e parlerà qui, nella mia cittadina umida.

Angela Davis è una femminista, una filosofa, una comunista, un’attivista del movimento per i Diritti Civili degli Afroamericani, prima come affiliata del Black Panther Party, poi come militante nella cellula nera del Partito Comunista Americano; si è opposta alla guerra del Vietnam, si è battuta per i diritti degli omosessuali e dei transgender e ha sviluppato una critica profonda contro il sistema giudiziario e l’istituzione carceraria, svelandone la natura razzista e la struttura industriale.

Angela Davis ha settantatré anni e nessuna intenzione di abbandonare la lotta politica. L’ha ribadito all’undicesima edizione del Festival di Internazionale a Ferrara, durante l’intervista di Ida Dominijanni al Teatro Comunale. Davanti a più di mille persone che la ascoltavano immerse in un silenzio irreale, ha cercato di riabilitare la necessità, lattualità e la potenza del “femminismo”, contro l’obiezione secondo cui la (presunta) scarsità dei risultati tangibili dal femminismo storico dovrebbe bastare a dubitare della sua efficacia.

Questo genere di argomenti, sostiene Davis, si limitano a creare un effetto psicologico al dibattuto, puntando a smorzare gli entusiasmi piuttosto che a fornire una critica realmente insidiosa. I meriti della lotta, a suo parere, non sono misurabili in termini di risultati ottenuti perché la lotta si fonda solo su stessa e sui principi che la motivano, a prescindere dalla certezza in un futuro trionfo. A cosa servirebbe, d’altronde, mettersi a elencare le ragioni del fallimento di una proposta politica, se non a delegittimarne le potenziali esperienze successive?

È evidente che c’è ancora molto da fare ed è proprio per questo che oggi si rende auspicabile un femminismo ancora più radicale del precedente. Ma in che senso parlare di radicalizzazione della battaglia femminista? Almeno secondo due diverse prospettive: la prima riassumibile nel concetto di intersezionalità, la seconda nel progetto di assumere il femminismo come metodologia esemplificativa della lotta politica tout court.

Andiamo per gradi. Intersezionalità, secondo Wikipedia, significa comprendere in che modo “l’ingiustizia sistematica e la disuguaglianza sociale avvengono a partire da una base multidimensionale”. Il che vuol dire che le manifestazioni di violenza e oppressione non sono mai isolate e non dipendono mai da una sola causa. Sia che si tratti di motivazioni riguardanti il genere, l’etnia, la classe sociale, l’orientamento sessuale, la religione, la disabilità, l’età, la nazionalità, le discriminazioni non vengono mai sole. La questione del genere è sempre legata al ceto di appartenenza e al livello di istruzione così come alla qualità del servizio sanitario a cui si ha diritto, e diventa quindi molto difficile non integrare le molteplicità di discorsi che riguardano la rivendicazione di tali diritti e, con le parole di Davis, “femminismo e lotta di classe o di razza sono inscindibili”.

In un contesto socioculturale che opprime allo stesso tempo le donne e le minoranze etniche, è necessario riconoscere che laddove la discriminazione si manifesta su più livelli, sarà indispensabile l’interconnessione delle lotte.

Il femminismo moderno che auspica Angela Davis è quindi allo stesso tempo anticapitalista, antirazzista, antifascista e contro ogni generalizzazione e imposizione di genere. In questo primo senso è un femminismo radicalizzato, che non teme di ridefinirsi in base alle condizioni socioculturali del contesto in cui si mostra come necessario e di unire a sé più fronti di resistenza, in conformità con l’orizzonte sociopolitico composito in cui viviamo.

Presupporre che un movimento ne implichi naturalmente un altro e che chi è impegnato nel difendere i diritti di una minoranza oppressa sia disposto a difendere anche quelli di un’altra non è affatto scontato. Anche nel caso del movimento per i diritti civili degli Afroamericani, ad esempio, gli sforzi delle donne, che facevano la maggior parte del lavoro, non hanno lasciato traccia nella memoria collettiva. Di quelle donne, salvo alcuni casi, non si conoscono i nomi. Questo successe perché la maggior parte delle donne nere, all’interno del movimento, non si consideravano femministe e accettavano le gerarchie imposte dagli uomini, a cui lasciavano i ruoli di rappresentanza. Nell’autobiografia politica che scrisse ad appena ventotto anni, e che si propone di essere il documento di una memoria collettiva, al di là dei personalismi, ricorda uno di quegli episodi in cui si crearono contraddizioni nel movimento dovute proprio alla mancata convergenza degli sforzi:

Alcuni dei fratelli si facevano vivi solo per le riunioni del direttivo (non sempre), e ogni volta che noi donne eravamo impegnate in qualcosa d’importante protestavano che «le donne si stavano impadronendo dell’organizzazione» e parlavano di colpo di stato matriarcale. Venivano a galla tutti i luoghi comuni sulle donne Nere. Io, Bobbie e Rene eravamo troppo autoritarie, volevamo controllare tutto, compresi gli uomini: il che significava, per estensione, che volevamo privarli della loro virilità. Svolgendo un ruolo così rilevante nell’organizzazione, insistevano alcuni, ci rendevamo collaboratrici e complici del nemico, che voleva gli uomini Neri deboli e incapaci di difendersi.”

Il movimento Black Lives Matter nato nel 2013 contro la brutalità delle forze dell’ordine contro le persone di colore, ha un peso universale: se le vite dei neri contano, allora contano le vite degli ultimi, degli sfruttati, degli umiliati e le vite delle donne, distintesi come principale bersaglio della violenza umana nella storia.

Il secondo senso in cui dobbiamo intendere il processo di radicalizzazione del femminismo di oggi, intrinsecamente connesso col primo, è quello di impiegarlo come guida di tutte le lotte, proprio perché assume su di sé la responsabilità di altre lotte solo apparentemente divergenti, secondo il monito: “Agire insieme su tutti i fronti”. Ma la metodologia femminista va oltre e si impone una pratica di costante autocritica, che non vuol dire autodenigrazione ma, al contrario, qualcosa che assomiglia al “criticare restando pur sempre vicini”, uniti, dalla stessa parte.

Un esempio incarnato del rapporto inscindibile che lega le diverse manifestazioni di oppressione nella società americana e la loro triste attualità è stata l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Secondo Davis, il presidente non è altro che l’espressione più didascalica delle radici costitutive degli Stati Uniti, vale a dire il razzismo, l’imperialismo e il capitalismo. Ma così come accade in tutte le fasi di repressione, è possibile riaprire degli spazi di discussione, di opposizione e di lotta. Proprio con un presidente in carica che tanto apertamente rivendica il suprematismo bianco e l’etero-patriarcato, il movimento femminista non ha mai avuto tante opportunità per farsi sentire.

D’altra parte, l’utopia di una società post-razziale rappresentata da Obama si è rivelata, prevedibilmente, insostenibile, dal momento che l’ex presidente non ha avuto il potere (o la volontà) di mettere davvero in discussione le fondamenta della cosiddetta democrazia statunitense, evitando di occuparsi delle roccaforti istituzionali delle disuguaglianze sociali, e quindi della questione del razzismo.

Il sistema penitenziario, secondo Angela Davis, è il paradigma della calcificazione mascherata del razzismo all’interno di un’istituzione pubblica, largamente condivisa, dove si presentano “forme congelate di questo tipo di pregiudizio che opera in modi occulti, riconosciuti cioè di rado come razzisti” (Aboliamo le prigioni? (Minimumfax, 2009). La prigione non è una soluzione alle piaghe sociali radicate, ma un sedativo che permettere alla gente di non pensarci. Da qui l’invito a riconsiderare un modello di giustizia che non sia più sinonimo di violenza legalizzata, di violenza di stato. Su questo, come su tante altre questioni di principio, Obama non si è soffermato.

In un articolo uscito sul New Yorker, Dawn Lundy Martin riflette sulle conversazioni avute durante alcuni bizzarri incontri con Angela Davis ai tempi in cui insegnava alla San Francisco State University. Talvolta può sembrarci complicato riconoscere le nuove forme di razzismo, di fascismo, di misoginia, di omofobia o di xenofobia, che hanno cambiato metodi e linguaggio, ma lo sforzo da compiere è ancora più sottile: lo spirito critico di un militante non risiede, infatti, tanto nella capacità di accorgersi di “quello che c’è di sbagliato e di ingiusto nel mondo” quanto piuttosto nel “rendersi conto dell’abilità del potere (costituito) di prevenire la voglia di cambiare le cose” e di quanto “le istituzioni create con lo scopo di proteggerci, spesso finiscano per reprimerci”.

E così come gli Stati Uniti si trovano ogni giorno a fare i conti con il proprio passato, anche l’Europa, che sta affrontando la peggiore crisi umanitaria dopo la Seconda Guerra Mondiale, è obbligata a ripercorrere la propria storia a ritroso fino al colonialismo. Abbiamo visto aprire nuove prigioni in questa Europa, e cioè i campi di accoglienza e di detenzione per i migranti, che costituiscono una forma di segregazione legalizzata. Il razzismo ha fatto irruzione nelle antiche democrazie nazionali che si credevano immuni a esso, con una brutalità inaudita, dimostrandone la preoccupante instabilità.

Sono passate le 23. L’incontro (“È ancora un sogno. La lunga marcia per i diritti civili non si è conclusa”) è durato più di due ore, ma non siamo più stanchi. Ci sporgiamo dalla ringhiera bassa del loggione per applaudire e potremmo continuare così a lungo. Nessuno se ne vuole andare, Angela rimane sul palco a firmare autografi e a salutare chi è venuto ad ascoltarla. Ha settantatré anni, il taglio afro le si è imbiancato, ma è ancora molto lontana dalla pensione. Non ha nessuna intenzione di diventare una moderata, di rivedere certe sue posizioni o di abbandonare il suo dichiarato estremismo per abbracciare, come volte capita, un umanitarismo senza nemici o un progressismo fiacco.
Nel suo intervento alla Womens March del 21 gennaio 2017 ha fatto una promessa alle donne e agli uomini che la stavano ascoltando. Gli ha detto che i 1459 giorni allora rimanenti del mandato di Trump sarebbero 1459 stati giorni di resistenza condivisa, variegata, caleidoscopica: “una resistenza dal basso, nelle aule, sul lavoro, nell’arte e nella musica”.

Commenti
Un commento a “Angela Davis e la maturità di una rivoluzionaria”
  1. chiara scrive:

    Molto bello!

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