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Sul perché “L’angioletto” di Simenon è un bel libro

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Questo pezzo è uscito su Lo Straniero.

Da Fedor Karmazov a Kurz a Javert, la letteratura ha tradizionalmente un bisogno quasi programmatico, per raccontare il mondo, di personaggi che ne incarnino il male o ne siano proprio malgrado posseduti. Difficile e pericolosa dunque l’impresa a cui Georges Simenon si dedica nell’autunno del 1964, quando decide di comporre un romanzo costruito intorno a un personaggio assolutamente positivo, un buono malgrado tutto, immacolato e toccato dalla grazia. Ne viene fuori Petit Saint, tradotto per la prima volta in italiano nel 1965 per i libri della Medusa come Piccolo santo, che adesso torna in libreria da Adelphi con il titolo meno letterale ma più pregnante de L’angioletto.

Nonostante al momento della sua uscita la critica ne fu appena intiepidita (o forse a maggior ragione) si tratta di uno dei più bei romanzi dello scrittore belga. Del resto, lo stesso Simenon (contravvenendo alle regole sulla lucidità degli autori rispetto alle proprie opere) la considerava  una delle sue prove più riuscite. Una scommessa vinta, per un animo inquieto come il suo, quella di raccontare un puro di cuore, un essere felice, perfettamente in pace con se stesso. Cosa di più difficile, del resto, che completare il racconto del mondo mostrando credibilmente le sue magnifiche eccezioni?

Il romanzo racconta la storia di Louis, futuro pittore di successo e bambino sottoproletario nato nella Parigi di fine XIX secolo in quel crogiolo di caos, indigenza e accesa vitalità popolare che fu un tempo rue Mouffetard. Cresciuto senza padre in un sordido stanzone diviso in due da un lenzuolo, Louis trascorre le giornate in compagnia di sua madre Gabrielle e dei cinque fratelli (il ruvido Vladimir, i gemelli quasi selvatici Oliver e Guy, l’incostante Alice, e infine la piccola Emile, spentasi prematuramente secondo le terribili statistiche sulla mortalità infantile di epoca e contesto). Da questo ventre di città, l’artista da cucciolo inizia a scoprire il mondo armato di un candore che nulla sembra poter intaccare. Non ad esempio i tanti uomini che Gabrielle, sguaiata e vitale e amorevole venditrice ambulante, accoglie disordinatamente in casa (memorabile la scena in cui Vladimir, innervosito dal viavai, la provoca: “Li fai pagare o no?” E Gabrielle: “Se li facessi pagare, sarei una puttana. E tua madre non lo è”. E Vladimir: “Allora sei una stupida”. E Gabrielle, con una virilità che supera quella del figlio maschio: “Sono una donna, punto e basta, e non posso farci nulla se ho bisogno di un uomo nel letto. Mi sono sposata pensando che fosse la soluzione più pratica. Mi sono imbattuta in un povero disgraziato, quasi impotente, che passava il tempo nei bistrot e tornava a casa solo per vomitare”). Louis, del resto, non è rimasto turbato dalla fortissima immagine primaria con cui si apre il romanzo: da bambino osserva senza giudicare Vladimir (undici anni), il quale, spiando a propria volta da un buco del lenzuolo Gabrielle alle prese con uno dei suoi amanti, costringe la sorellina Alice (nove anni) a praticargli una fellatio (Simenon è talmente bravo da restituire la sordidezza della scena asciugandola di ogni volgarità ed effettistica a buon mercato, facendone un momento significativo ma non pruriginoso, non insomma ciò che nel manuale pornografico del bravo editor prende il nome di teaser). Crescendo, Louis non si scoraggia davanti alla povertà di cui prende coscienza né si lascia umiliare dalle botte dei coetanei per i quali il suo candore è un insulto e un invito a infierire – botte da cui “l’angioletto” quasi non prova a difendersi, venendo fuori dagli scontri misteriosamente vincitore. L’ottimismo di Louis (la segreta persuasione che non solo in ogni uomo ma in ogni esistente vibri un nucleo irriducibile che il male non può germire) resta intatto persino davanti allo scoppio della Prima guerra mondiale.

Cosa c’è di tanto terribile nella povertà di un angolo di mondo e nella durezza del tempo toccato in sorte che l’inesauribile ricchezza della vita non possa eclissare? Ecco cosa sembra suggerire di continuo a Louis il suo angelo custode (così costante ed efficace da arrivare a confondersi con lui, quasi incarnandosi stabilmente nel protetto). In questo modo, quando Louis accompagna la mamma ai mercati generali di Les Halles, la sveglia all’alba e la fatica di guadagnarsi il pane vengono ampiamente ricompensati dell’esplosione di luci e colori sui banchi di frutta. Quella stessa fatica e quella levataccia partecipano anzi anch’essi della meraviglia del creato. Allo stesso modo, basta una faccia anonima intravista per strada (o un sussurro dietro un vicolo, un frullo d’ali in una piazza) per sentirsi compromessi – percepisco il mondo, dunque ne faccio parte – nella medesima meraviglia.

Louis sembra insomma sfuggire alle malattie che stanno contagiando (rovesciatasi in catastrofe la fiducia nel progresso che l’Europa aveva covato pur in modo diseguale dall’inizio del XIX secolo) quasi tutti i suoi contemporanei: alienazione e abbrutimento.

Questa singolare forma di grazia terrena porta con sé altrettanti problemi morali, ed è qui che la prosa di Simenon si fa di un’ambiguità tanto sottile quanto misteriosa. Partecipare in maniera così piena della felicità del mondo porta Louis a non fare altrettanto coi suoi drammi, non almeno nel modo che ci aspetteremmo da un concentrato di virtù. Davanti alla disperazione di Alice, rimasta incinta troppo presto, “l’angioletto” reagisce ad esempio con una fraterna scrollata di spalle. In modo analogo, non si preoccupa troppo se Oliver e Guy scappano di casa né si abbandona allo sconforto quando il marito di Alice parte per la guerra o Vladimir si mette nei guai con la giustizia. Da una parte si può cedere alla tentazione di ritenere che Louis soffra di una sorta di ascetismo anaffettivo (eppure verso il prossimo è sempre così scandalosamente bendisposto). Con maggior slancio, si arriverebbe invece a pensare che a chi, toccato dalla grazia, è dato di scrutare nella luce segreta del mondo, le sofferenze individuali appaiano importanti quanto il contingente davanti al suo contrario, da cui ognuno sarebbe comunque toccato (consapevole o meno che sia). Questo, dovrebbe farci interpretare Louis secondo schemi che quasi mai si addicono a un personaggio romanzesco, vale a dire quelli della trascendenza. Nel così infrequente discorso della letteratura sul bene, Louis siederebbe allora degnamente alla destra del principe Myskin.

Non dimentichiamo tuttavia che L’angioletto è anche la storia di un apprendistato artistico. Le luci, i colori, i profumi, le voci di cui Louis si nutre durante la sua infanzia parigina sono la materia prima (viva, vibrante, in qualche modo eterna, e qui si torna al discorso precedente) sulla quale lavorerà indefessamente il resto della vita per trovarne una degna trasfigurazione attraverso l’uso dei colori e delle tele. Da questo punto di vista è interessantissimo vedere la lettura progressiva di una città che da una parte è ancora quella del Victor Hugo dei Miserabili e dall’altra viene scomposta dal pittore Louis secondo i successivi codici del modernismo – c’è chi ritiene che Louis sia ispirato alla figura di Chagall e comunque il Bonnard della copertina Adelphi non va troppo lontano. Se allora su un piano esistenziale il Louis di Simenon dialoga col Myskin di Dostoevskij, dal punto di vista della lotta per diventare ciò che si è propria di ogni artista la sua antitesi è il Dedalus del Portrait. Il giovane eroe di Joyce punta tutto su volontà e conflitto (tagliarsi i ponti alle spalle, rinnegare Dio, Patria e Famiglia per acquistare la propria voce); al contrario Louis raggiunge l’obiettivo attraverso l’umiliazione della volontà propria di mistici e asceti.

Naturalmente Simenon resta un grande studioso del “normale” comportamento umano. È qui, forse, che L’angioletto può darci una lezione ulteriore, oggi ancora più inaspettata. In un contesto in cui il nichilismo pubblicitario (a favore del quale congiurano non solo i media tradizionali, ma anche buona parte della rete, i social network, la politica, persino molti libri e film, per non parlare delle ricadute sulle superfici del privato) umilia ciò che resta di irriducibile e sfuggente nell’animo umano leggendolo in chiave sempre più rozza e deterministica (uno dei modi con cui economia e tecnica esercitano il proprio dominio su ciò che resta di individui e comunità), i personaggi di Simenon si comportano al contrario in modo spiazzante, imprevedibile, così diverso rispetto al quadro che non solo un politico ma un editorialista di punta riterrebbe lecito ritrarre causa i limiti odiosi del suo contesto professionale.

Considerato per esempio di come Vladimir approfitta della sorella quando lei è poco più che una bambina, il discorso mediatico che è in noi come un secondo paio d’occhi ci porterebbe a fare due più due e a concludere che, per forza di cose, questo dovrà avere su di lei conseguenze assai pesanti (un bisogno quasi scolastico di scontare il trauma) quando sarà adulta. A propria volta la leggerezza di Gabrielle (fare l’amore con dei semisconosciuti mentre i figli dormono nella stessa stanza, separati da un semplice lenzuolo appeso) ci porterebbe a considerarla una madre degenerata, o perlomeno ad aspettarci (cioè a pretendere), nei capitoli successivi, le “ovvie” conseguenze di una simile condotta.

E invece, sia per l’uno che per l’altro caso (e non sono che due esempi tra i molti), man mano che si procede nella lettura de L’angioletto le cose vanno in modo diverso. Imprevedibile, secondo l’arido schematismo dei pregiudizi con cui ci hanno corazzati. Di fatto solo più umano.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
8 Commenti a “Sul perché “L’angioletto” di Simenon è un bel libro”
  1. Magda scrive:

    Le recensioni di Nicola Lagioia sono sempre belle, intelligenti, illuminanti e -nel mio caso- sempre condivisibili.

  2. alex scrive:

    un libro straordinario se si pensa alla opposta e complementare indagine che Simenon compie sull’oscurità del cuore umano. La meravigliosa “ottusità” di Louis si condensa quasi nelle ultime righe “Non sapeva, non doveva sapere, altrimenti non sarebbe stato capace di arrivare fino in fondo”. Come se rimanere fanciulli e artisti preveda un meno di presenza al mondo e alle tragedie del tempo. Il sorgere della creazione artistica come un lungo involontario apprendistato verso la semplicità della vita. Bella recensione

  3. Wif scrive:

    Ho ormai la convinzione che troppo, davvero troppo in Italia, con la casa editrice Adelphi, si sia raschiato il tegame del simenon. Sacralizzandone ogni scheggia. Simenon è stato un fenomeno, uno scrittore a intermittenza, un caso letterario importante più per la mole convulsa della sua produzione, non sempre buona, non, a mio parere, una specie di rabdomante buono per tutte le stagioni. almeno io credo così.Ricordo che lo leggevano i miei nonni, cento anni fa’, e lo consumavano letteralmente, presi da quella che chiamavano “atmosfera “. dal commissario ( la sua vera creazione nel suo genere) al romanzo brumoso e umorale che si ripresenta, troppo e troppe volte, sempre simile a se stesso.E in quel periodo la letteratura ci stava donando ben altro.

  4. alex scrive:

    I nonni conoscevano soprattutto Maigret, il resto di Simenon era, direi, per lo più sconosciuto, aver riproposto questo Simenon, il romanziere puro, non solo il giallista, rimane meritorio. Ce ne fossero di Italiani che scrivono come lui

  5. Regina scrive:

    …sempre a dare addosso agli italiani. Ormai è uno sport per superare l’avvilimento quotidiano e sentirsi meno sfigati. Vedrai che Camilleri, ma solo dopo che morirà, perché in Italia funziona così, verrà considerato qualcosa di simile. Pensa a cos’era Sciascia.

  6. lettore scrive:

    Ancora una volta la produzione “extramaigret” ci rivela il Simenon eccelso, autentico fuoriclasse della “penna” ; un narratore di vicende umane, profondo conoscitore dell’animo umano con tutte le sue miserie e le sue virtù, come pochi altri.. Lo scrittore, in maniera chiara, filante ed assai pragmatica ma senza rinunciare com’è nel suo stile, all’analisi introspettiva del personaggio, narra la vicenda umana di un ormai ultrasettantenne pittore di successo partendo dal suo quarto- quinto anno di vita e lo fa in maniera assolutamente “leggera”, naturale, senza che la lettura risulti mai pesante o difficoltosa. Le situazioni scabrose, che spesso si presentano, sono descritte in maniera assolutamente indolore, con uno stile discreto senza mai usare un solo termine volgare, ma al contempo trasparente, che niente lascia all’immaginazione. Un libro profondo, umanamente significativo e che riesce a toccare l’animo del lettore sensibile avendo oltretutto l’enorme pregio di leggersi tutto d’un fiato senza la minima fatica. Uno scrittore-narratore di razza, unico, dotato di uno stile inimitabile.

  7. Mauro scrive:

    L’angioletto mi riporta alla mente atmosfere simili a “La vita davanti a sè” Sbaglio?
    Ottima la recensione.

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