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Anime Arabe al Salone del Libro di Torino. La parola oltre i confini

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A pochi giorni dall’apertura della trentesima edizione del Salone del Libro di Torino, vi offriamo una presentazione del programma Anime Arabe, curato da Lucia Sorbera e Paola Caridi.

di Lucia Sorbera

“Mille Volte No” è il titolo di un’istallazione curata nel 2010 da Bahia Shehab, storica dell’arte e artista libanese-egiziana, nonché vincitrice dell’ultima edizione del Premio Unesco-Sharjah per la cultura araba. Invitata dal museo Haus Der Kunst di Monaco a realizzare un progetto artistico che usasse la lingua araba come mezzo d’espressione,[1] Bahia Shehab decise di raccogliere una serie d’iscrizioni della parola “NO” dall’ampio repertorio della storia dell’arte islamica. Ne trovò migliaia: “Come essere umano che vive nel mondo di oggi, come artista, come donna araba, pensai di avere solo una cosa da dire: NO […] Poi, a nove mesi dall’inizio della rivoluzione, capii che ogni no aveva una sua ragione d’essere. Fu così che mi ritrovai nelle strade del Cairo a disegnare graffiti sui muri della città: no al governo militare, no allo stato d’emergenza, no a spogliare le persone, no a picchiare le donne, no ad accecare gli eroi, no al rogo dei libri, no alla violenza, no a scippare la rivoluzione, no a un faraone dietro l’altro.”[2]

A sei anni dall’inizio delle rivoluzioni che hanno catturato l’immaginario politico di una generazione transnazionale, il no collettivo, cui l’arte di Bahia Shehab ha dato espressione compiuta, rimbomba dal Cairo alle piazze d’Italia, dove la società civile si è raccolta, compatta, intorno alla famiglia Regeni. Anche la società civile italiana, per la prima volta in molti anni, ha detto no ai depistaggi, no all’insabbiamento delle indagini, no a infangare la memoria di un ricercatore il cui lavoro andava dritto al nucleo delle questioni sociali ed economiche che stanno destabilizzando il mondo: l’impoverimento di fasce sempre più ampie della popolazione, lo sfruttamento dei più poveri, e la consapevolezza dell’ingiustizia sociale.

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Come dimostrano studi recenti di politica comparata, queste non sono solo questioni egiziane ma, in misura diversa, anche europee. I migranti che, con i loro progetti e i loro corpi tentano ogni giorno di attraversare il Mediterraneo pure dicono no alle diseguaglianze e allo sfruttamento. Se le élite politiche si riproducono rinnovando l’alleanza con i poteri economici, l’intera regione è attraversata da un’onda di energia e dinamismo culturale. Il cambiamento avviene fuori dagli spazi della politica tradizionale, che ormai sono spazi di regime. Avviene nella sfera culturale indipendente, che si nutre di nuovi fermenti. In queste circostanze, scrivere la storia diventa, talvolta suo malgrado, un atto rivoluzionario. E la parola è potere.

Il potere della parola

Il potere della parola è un tema che attraversa la storia di tutte le culture e, nel caso della letteratura araba, è un tema centrale sin dall’epoca classica, quando la scrittura e la narrazione della storia avevano anche la funzione di legittimare o minare il prestigio delle leadership politiche. Il nesso tra potere e scrittura permea anche il dibattito culturale in epoca moderna,[3] e non cessa di essere fondamentale nella riflessione degli intellettuali e artisti arabi contemporanei.[4] Di fatto, tutte le grandi cesure storiche del XX secolo hanno visto decise prese di posizione da parte degli intellettuali e artisti arabi. Dal punto di vista del rapporto tra parola e potere, le rivoluzioni del 2010 e 2011 sono la tappa più recente lungo una linea di continuità in questa riflessione di lunga durata.[5]

Il programma di Anime arabe alla trentesima edizione del Salone del libro di Torino propone un segmento di questo lungo e variegato percorso, attraverso un itinerario in cui l’arte intreccia la letteratura e le scienze sociali, interpellando alcuni artisti e intellettuali arabi su tre temi correlati: la riflessione sulla libertà di ricerca e di espressione, l’esilio e il potere delle narrazioni contro-egemoniche. Partiamo da queste ultime.

Alla vigilia del quinto anniversario della rivoluzione egiziana, poche ore prima che, al Cairo, si perdessero le tracce di Giulio Regeni, Mada Masr, la piattaforma d’informazione indipendente e bilingue egiziana, nota soprattutto per aver sviluppato il giornalismo d’inchiesta in Egitto, ospitava un intervento in cui Alaa Abdel Fattah rifletteva proprio sul potere delle narrazioni. Il blogger e attivista egiziano, detenuto dal 2013 nel carcere di Tora, dove sta scontando una condanna a cinque anni per reati d’opinione (ha violato la controversa legge contro le manifestazioni) scriveva:

Abbiamo spiegato perché la protesta continuasse e perché fosse iniziata. I ragazzini che lanciano pietre alla polizia sono rivoluzionari o teppisti? I prigionieri che sono morti in carcere sono martiri della rivoluzione o no? Quale è il ruolo dell’esercito nel regime di Mubarak? L’istruzione nelle università pubbliche deve continuare ad essere gratuita? Abbiamo bisogno di una nuova costituzione? Se si, chi dovrebbe scriverla? E così via. Ho scritto, per lo più in arabo, per lo più nei social media ma ogni tanto per un quotidiano nazionale[6]

Le lettere dal carcere di Alaa Abdel Fattah compongono un corpus che ha valore estetico e politico. Esse raccontano con estrema lucidità i passaggi più critici della rivoluzione e del processo controrivoluzionario, contribuendo sia alla comprensione dei processi politici in corso, sia all’arricchimento dell’ampia antologia di scritti politici prodotti dai prigionieri di coscienza nell’Egitto repubblicano.[7]

Alaa Abdel Fattah racconta con estrema lucidità il drammatico passaggio del 2013, quando i rivoluzionari iniziarono a perdere la battaglia sulle narrazioni e “una velenosa polarizzazione tra statismo pseudo-secolare e una forma di islamismo settario-paranoide prevalsero.”[8] Sono parte di questa contesa politica le condanne del giornalista e scrittore Ahmed Naji, e dello stesso Alaa Abdel Fattah (due tra i narratori egiziani più critici di questi anni), l’attacco al sindacato dei giornalisti (per la prima volta nella storia perquisito dalle forze dell’ordine), e i continui tentativi d’intimidazione cui sono soggetti gli intellettuali che esprimono un pensiero critico sulle questioni politiche e sociali.[9]

In una lunga intervista con il giornalista Roger Herrera, nel 1973, Hannah Arendt chiosa: “Non esistono idee pericolose, semplicemente perché il fatto stesso di pensare è impresa pericolosa […]”.[10] Più di quarant’anni sono passati, ma queste parole continuano a essere pregnanti.

Un mestiere pericoloso

Giulio Regeni svolgeva un mestiere pericoloso, non perché sia di per sé pericoloso fare ricerca in Egitto, ma perché lo è, sempre e ovunque, farlo tenendo fede alla dimensione etico-morale del lavoro di ricerca, scavando la realtà e facendosi carico della fatica di chi vive ai margini. Leggendo i suoi lavori, si capisce che Giulio Regeni, lettore competente di Gramsci, non agiva da professionista al servizio del potere, ma metteva in discussione lo stato delle cose e ottemperava al dovere dell’intellettuale critico di “dire la verità”.  La ricerca di Giulio Regeni era di grande rilievo scientifico e sociale in Europa e in Egitto. L’ha raccontato con eloquenza Ahdaf Soueif, nei suoi interventi al Salone del Libro di Torino nel 2016: “Il corpo di Giulio ha subito tutte e tre le violazioni dei diritti umani che sono imposte quotidianamente a molti giovani egiziani: la sparizione forzata, la tortura e l’assassinio”. Ma, ha poi puntualizzato la scrittrice: “Quello che rende l’esperienza di Giulio diversa dalle altre, e ciò che ha toccato i nostri cuori, è che Giulio aveva scelto di stare in Egitto, per raccogliere le storie di chi non ha voce e raccontarle al mondo.”

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Dall’Egitto al mondo. Dall’esperienza di Giulio Regeni, che al Salone racconteremo come un percorso intellettuale di libertà di pensiero, volto a maturare una conoscenza empatica della società egiziana contemporanea e ad attraversare i confini, per costruire ponti tra culture, all’esilio dei tanti scrittori, intellettuali, artisti arabi, e non solo, che popolano la storia della letteratura e dell’arte mondiale, e che propongono narrazioni contro-egemoniche dei processi politici e sociali in corso.

L’esilio e attraversamento dei confini ai tempi dei muri e dei social media 

Dagli anni Novanta del ventesimo secolo a oggi, con un’accelerazione dopo il 2011, il discorso pubblico è dominato dall’opposizione binaria tra “sicurezza” e “pericolo”. Le soluzioni che i governi europei e mediorientali propongono alla questione della sicurezza sono proclamazioni di “stati d’emergenza” che, inevitabilmente, limitano le libertà personali e collettive. In un clima politico internazionale in cui regnano i neo-nazionalismi, il populismo e la xenofobia, pensare ed esprimere pensiero critico sono indubbiamente azioni “pericolose” e quanto mai necessarie. Intellettuali e artisti arabi dissidenti non si sottraggono a questa necessità, anche se oggi, più che nel passato, la violenza della repressione li costringe a scegliere tra il silenzio, il carcere o l’esilio. Le circostanze politiche che caratterizzano i paesi arabi oggi, soprattutto l’aumento di esuli politici, ci hanno persuase che fosse necessario praticare uno sconfinamento, pensando al mondo arabo in relazione all’Europa e al mondo.

Al Salone del LIbro Torino continueremo la conversazione avviata nel 2016 sul grande cambiamento culturale in corso nel mondo arabo. Riteniamo, infatti, che una riflessione informata e critica su questo processo sia necessaria per affrontare le sfide sociali e culturali che attraversano oggi anche le terre dell’esilio: l’Europa, gli Stati Uniti e l’Australia. Riteniamo che non sia possibile affrontare i grandi temi sociali e politici del mondo odierno, come le migrazioni, l’islamofobia, il bisogno di sicurezza e la crisi globale dei diritti umani, senza maturare una profonda consapevolezza dei dibattiti sulla giustizia sociale, sulla libertà di espressione e sulla resistenza alle nuove forme di autoritarismo.

Un anno fa abbiamo discusso con la scrittrice egiziana e canadese May Telmissany di processi di territorializzazione e deterritorializzazione. Scrittori, artisti e intellettuali vivono intrinsecamente una condizione di nomadismo, spiegava Telmissany, perché la condizione dell’intellettuale è di perenne ricerca. Tra due mondi, il soggetto nomade osserva il mondo da un punto di vista privilegiato, che permette visioni radicali. Da questo punto di vista, il nomadismo è anche metafora di un nuovo umanesimo e una nuova epistemologia. Ma cosa succede quando la deterritorializzazione non è più esito di una scelta, ma di un’imposizione? Come si racconta la distanza quando da nomadismo cosmopolita essa si trasforma in esilio?

In un intenso editoriale, che, non a caso, ha circolato diffusamente attraverso i social media nei network arabofoni, il politologo egiziano Amr Hamzawy istituisce un nesso inedito tra il tema dell’esilio e quello della libertà di movimento, tratteggiando l’esilio primariamente come privazione della libertà di movimento: “Quando finiranno questi giorni maledetti? Mi è stata imposta la vita dell’esilio, e la mia condizione è stata imposta a chi è intorno a me, nonostante la loro volontà. La vita che ho sempre desiderato costruire ha creato reti di relazioni che richiedono costante libertà di movimento per essere mantenute e curate, e ora l’esilio le distrugge. Noi non siamo come quelli che sono stati costretti a lasciare i loro paesi o sono stati portati via dai loro paesi distrutti. Le tombe dei nostri genitori sono ancora lì, e le mura delle nostre case sono ancora in piedi. Ma la vita in esilio ci stravolge e uccide la nostra umanità a sangue freddo.”[11]

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La narrazione dell’esilio di Hamzawy fa cadere la cortina che, artificialmente, separa la narrazione della dimensione pubblica, politica, da quella privata e personale, e rivela l’effetto dirompente dell’esperienza dell’esilio nelle relazioni più intime. L’esilio costringe a ripensare al senso profondo delle unità sociali basilari su cui si costruisce la vita pubblica: la famiglia, la rete di amici, l’idea di casa e di patria sono un territorio da reinventare per gli esuli. Scriveva Edward Said che la terra dell’esilio è “terra di sabbie mobili, in cui i rapporti non sono ereditati ma creati. Dove non esiste la solidità di una casa”.[12]

Non a caso, Muhammad Dibo, scrittore siriano residente a Berlino e ospite del Salone, intreccia il tema dell’esilio con quello del carcere (il nesso con la negazione della libertà ritorna), con la distanza dalla madre (un topos letterario ricorrente nella letteratura araba sull’esilio) e l’alienazione dalla patria in una sorta d’esperienza di morte: “Che cosa significa per noi la patria, se siamo morti, se ci ritroviamo all’altro mondo? La patria non è forse un’entità menzognera che ci condanna alla crudeltà?” A che cosa serve una patria se non ci siamo più?”[13] Molto si potrebbe scrivere sul lungo percorso culturale sotteso a questa frase, quasi una parafrasi del notissimo passaggio di Tre Ghinee: “Cosa significa per me, un’estranea, l’espressione ‘il nostro Paese?”.[14] La scrittura di Muhammad Dibo sull’esilio, come quella di Hamzawy e di altri autori arabi contemporanei, sembra aver assorbito un secolo di critica femminista nel mondo arabo. Una lettura di genere degli scritti sulla rivoluzione potrebbe contribuire a una comprensione profonda della politica contemporanea nei paesi arabi e anche nelle relazioni internazionali.

L’esilio è oggi una condizione che colpisce anche gli artisti che sono rimasti in patria e che vivono una sorta di confino interno.

I graffiti di Bahia Shehab, come quelli di molti altri artisti egiziani, fino a pochi anni fa fiorivano nei muri del Cairo, veri e propri luoghi della memoria della rivoluzione. Oggi, per contrastare la violenta repressione di cui artisti e intellettuali egiziani sono vittime, i graffiti mantengono teso il filo della comunicazione tra l’Egitto e le terre dell’esilio: “Continuo a dipingere in diverse città” racconta Shehab: “Disegno poesie e credo che questo mi aiuti a convivere con la nostra situazione attuale. Molti attivisti sono in prigione o in esilio, o hanno commesso suicidio, e questo è sfortunatamente il risultato delle circostanze. Dunque, per me, avere a che fare col trauma della situazione attuale è disegnare parole in giro per il mondo, la poesia e i nostri sogni.”[15]

Non c’è alcun dubbio che le rivoluzioni del 2010 e 2011 siano state le più documentate nella storia dell’umanità. Le nuove tecnologie permettono oggi a chiunque partecipi a un evento di documentarlo, condividerlo col suo network e commentarlo. Il problema vero è cosa fare con questa enorme massa di informazioni: discernere e spiegare.

Tessere narrative contro-egemoniche è oggi l’unico modo per sopravvivere alla violenza epistemologica e ai suoi esiti politici: la menzogna e l’oblio. Di nuovo, le parole di Muhammad Dibo esprimono con eloquenza il senso di questo impegno:

Il significato ultimo è la verità, dal momento che non c’è rivoluzione senza verità, non dobbiamo permettere al vincitore di scrivere la storia, almeno finché esistiamo”[16] Oppure, per tornare alla storia di Giulio Regeni, alla cui memoria dedichiamo questo programma, le parole dell’avvocato esperto di diritti umani Ahmad Abdallah in una lettera inviata all’avvocata Alessandra Ballerini ci sembrano appropriate: “chi vive nei cuori e nelle menti delle persone, non può essere ucciso.

Note

[1] La mostra s’intitolava The Future of Tradition – The Tradition of Future, ed era stata prodotta dalla fondazione Khatt diAmsterdam. La Fondazione ha l’obiettivo di promuovere la scrittura araba e la mostra esibiva una serie di lavori di artiste arabe.

[2] https://www.ted.com/talks/bahia_shehab_a_thousand_times_no

[3] Tarek El-Ariss, Trials of Arab Modernity. Literary Affects and the new political, Fordham University Press, NY, 2013

[4] Edward Sadi, Dire la verità. Gli intellettuali e il potere, Feltrinelli, Milano, 1995.

[5] Ayman el-Desouki, The Intellectual and the People in Egyptian Literature and Culture, Pallgrave, McMillan, NY, 2014.

[6] Ala Abdelfattah, https://www.madamasr.com/en/2016/01/24/opinion/u/jan-25-5-years-on-the-only-words-i-can-write-are-about-losing-my-words/

[7] Sulla letteratura del carcere negli anni 190 e 1980 si vedano Abou-Bakr, Randa. “The Political Prisoner as Antihero: The Prison Poetry of Wole Soyinka and’Ahmad Fu’ad Nigm.” comparative literature studies 46.2 (2009): 261-286; Booth, Marilyn. “Women’s prison memoirs in Egypt and elsewhere: prison, gender, praxis.” MERIP Middle East Report 149 (1987): 35-41.

[8] Ala Abdelfattah, https://www.madamasr.com/en/2016/01/24/opinion/u/jan-25-5-years-on-the-only-words-i-can-write-are-about-losing-my-words/

[9] Nel 2016, c’erano ben 25 giornalisti egiziani in prigione e l’Egitto è stato considerato il terzo paese più pericoloso al mondo per i giornalisti. https://timep.org/commentary/timep-brief-press-freedom-in-egypt/

[10] Hannah Arendt, “The Last Interview. Interview by Roger Herrera. Un Certain Regards, ORTF TV, France, Octoer 1973”, inHannah Arendt, The Last Interview and Other Conversations, Melville House, Brookilyn, London, 2013, p.123.

[11] http://www.huffpostarabi.com/Amr-Hamzawy/story_b_14955502.html

[12] Edward Said, Il mio diritto al ritorno. Intervista con Ari Shavit. Ha’aretz Magazine, Tel Aviv 2000, Nottetempo 2007, pp. 42-43 (orig: My Right to Return), p. 46.

[13] Muhammad Dibo, E Se Fossi Morto?, Il Sirente, 2016, p.20

[14] Virginia Woolf, Le tree Ghinee, Feltrinelli, Milano, 1975, p.146

[15] http://edition.cnn.com/2017/04/17/arts/bahia-shehab-arabic-thousand-times-no-unesco/

[16] Muhammad Dibo, E Se Fossi Morto?, Il Sirente, 2016, p.19.

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