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Da Anna Politkovskaya a Edipo: intervista a Elena Arvigo

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In occasione dei dieci anni della morte di Anna Politkovskaya, la giornalista russa uccisa mentre tornava a casa con le buste della spesa in seguito a reiterate minacce da parte dei vertici militari del regime, Elena Arvigo ha riportato in scena lo spettacolo Donna Non Rieducabile al Teatro Manzoni di Calenzano.

Un racconto teatrale di notevole intensità, in cui la vita della coraggiosa reporter è narrata attraverso i brani più significativi dei suoi scritti di denuncia. Con l’occasione abbiamo incontrato l’attrice e regista, che ci ha parlato anche dei suoi progetti futuri.

Il tuo corpo a corpo con la figura e gli scritti di Anna Politkovskaya sulla scena è impressionante. Puoi illustrare la tua esperienza nell’impersonarla? 

Anna Politkovskaja è entrata in punta di piedi ma, inesorabile e costante, si è presa uno spazio importante. Il “modo” di stare in scena per me, sempre, non è qualcosa che parte alle 21 quando inizia lo spettacolo, ma riguarda e invade in qualche modo tutta la vita.

Amo cercare, è forse la parte che preferisco di tutto il processo. E per capire meglio ho dovuto allargare sempre di più il cerchio: la sua vita, i suoi scritti, le inchieste di cui si occupava in Cecenia e i documentari e poi è arrivata  la Russia.

E questo cerchio continua ad allargarsi e a divenir più grande: sono stata in Russia e nell’ultima replica fatta proprio la settimana scorsa in occasione del decimo anniversario della sua morte è entrato nello spettacolo un altro attore, Teodoro Bonci del Bene – che ha vissuto in Russia 5 anni per studiare recitazione e che ha tradotto simultaneamente alcune parti dello spettacolo. Proprio quel giorno lui era lì davanti a casa di Anna. La vita fa dei grandi cerchi.

L’esperienza è stata bellissima e molto intensa, e alcune parole pronunciate in russo hanno fatto come da tramite, portandoci più vicino: vicino ad Anna e a quello che ha visto e sentito, prima ancora che scritto. Lo spettacolo deve prima di tutto essere un'”esperienza” per me. Se lo è per me, posso sperare di far arrivare qualcosa al pubblico.

Anche nella  recitazione in senso stretto  per me vale questa regola. Se le parole non evocano qualcosa, non sono niente. Nel caso di Anna Politkovskaja sicuramente più si scava più diventa grande la responsabilità che si sente per questa persona che tanto ha creduto in valori cosi importanti e non è tornata mai indietro.

Ripeto, posso dire che questo spettacolo è un’esperienza molto intensa. Ormai mi sembra un po’ di conoscere Anna Politkovskaja e mi sembra importante continuare a parlare delle cose di cui parlava lei perché la staffetta non si fermi con la sua morte. Quest’estate sono andata a Mosca e le ho portato un fiore. Ho conosciuto tante persone legate in qualche modo a lei. Non è stata un’ impresa raggiungere il cimitero, situato in periferia. Una volta trovato il luogo preciso è stato davvero come andare a trovare un ‘amica.

Si fa questo mestiere per avvicinare, per avvicinarsi alle storie degli altri, alle persone, che via via, per motivi diversi, vogliamo vicino, per crescere e imparare a vedere con nuovi occhi .

Quanto è stato difficile doverti confrontare con la precedente interpretazione di un’attrice importante come Ottavia Piccolo?

Questa è una domanda a cui faccio fatica a rispondere perché fin da quando ho iniziato a fare questo spettacolo nel febbraio 2015 – pur non avendo mai visto quello spettacolo – sapevo che Ottavia Piccolo lo aveva a lungo portato in giro e che lo continuava a fare. Dunque non ho mai pensato di dovermi “confrontare con la precedente interpretazione “.

Non ci ho quasi pensato.

La mia poi è stata un’autoproduzione nata nei salone dell’ex manicomio Santa maria della Pietà di Roma e dunque non immaginavo  assolutamente il suo futuro.

Avevo scelto questo testo di Massini perché cercavo un’altra “Imperdonabile” per continuare il mio progetto su Le Donne e la Guerra. Tutto è andato avanti a braccio, come succede spesso nel teatro indipendente. Il confronto, certo, lo han fatto spesso gli articoli e le recensioni, ma non ho mai sentito la volontà, in nessun critico, di fare una graduatoria. Sono progetti molto diversi  produttivamente, che hanno in comune  la volontà di parlare di questa donna e quindi della libertà di espressione. Questa mi sembra l’unica cosa importante  da dire. Il confronto porta sempre dentro strade buie e poco interessanti, è meglio concentrasi sui progetti e sulla loro strada .

“Dove” ci possono portare: ecco, questo è davvero interessante.

Parlaci del tuo nuovo progetto Maternity Blues, di cui sei anche regista. Perché hai scelto di ispirarti all’antica tragedia di Medea?

Questo è un progetto nuovo nel senso di “rinnovato “: il suo debutto risale al 2012 e avevo scelto il testo di Grazia Verasani perché lo avevo letto per caso e lo avevo trovato una buona “porta” per parlare di Medea e riflettere sulla complessità dell’animo umano. Un aspetto che è da sempre la mia ossessione. Cercavo un testo  che mi regalasse un doppio accesso di rappresentazione.

Da una parte la storia in senso stretto, che per me è sempre importante. Dall’altra la possibilità di studiare e di partire dal mito. Pensavo che sarebbe stata una buona continuazione del lavoro con Valentina Calvani dopo 4:48 Psychosis.  In realtà, Grazia, poi, non aveva potuto partecipare in quel periodo all’allestimento dello spettacolo e cosi mi sono trovata a fare la mia prima “regia”. Quasi senza accorgermene. E non poteva che avvenire così – a sgambetto – altrimenti, forse, non l’avrei mai fatto.

Il lavoro è stato bellissimo, con quattro splendide attrici: Elodie Treccani e Xhilda Lapardhaja, che mi hanno seguito fin dall’inizio, e Amanda Sandrelli, salita in corsa facendo un lavoro davvero interessante in sostituzione di Sara Zoia. Anche in questo caso, lo studio è stata la parte fondamentale.

Per me le battute arrivano  sul palco solo come conseguenza delle esperienze e del viaggio fatto insieme. Un viaggio sia metaforico che reale, ovviamente. Anche la gran fatica che si fa oggi a fare questo mestiere in maniera così caparbiamente indipendente prende più senso se quel che si fa non è soltanto uno spettacolo ma, in qualche modo, un viaggio.

In seguito, nell’Edipo di Glauco Mauri ti sdoppi in due figure, Antigone e Giocasta. Cosa ha dettato questa scelta?

La scelta è avvenuta dal momento che ho accettato questa scrittura, secondo cui la stessa attrice interpretasse entrambi i ruoli nei due spettacoli. Trovo che sia davvero interessante prima essere Giocasta – moglie e madre di Edipo – e poi  diventare  la figlia Antigone che lo accompagna a finire la vita. “Ogni cosa trasforma il tempo”, dice Edipo, e sembra una frase cosi semplice, ma ogni volta che la sento mi pare cosi chiaro che è il “tempo ” che ci governa e bisogna solo cercare di affidarsi a questo ciclo che è la vita. Fare Giocasta e Antigone sarà davvero un viaggio straordinario, un giro di giostra completo nelle sfumature del femminile.

Quali sono, se ci sono, le attrici o le figure a cui ti ispiri?

Io mi ispiro a tante cose, che cambiano direi costantemente, e sono prima di tutto persone, persone che conosco, non figure astratte. Le mie fonti di ispirazione sempreverdi sono i miei cari.

Niente può essere più ispirante di sentire la voce di mia madre che mi dice: “In bocca al lupo!” o sentire  la risata di mio padre. Mi capita spesso di dedicare lo spettacolo a qualcuno, qualcuno che conosco, magari un amico lontano che mi immagino sia lì con me quella sera in platea.

Trovare un personaggio, per me, significa andare a trovare (nella mia fantasia) tante persone. Amori lontani e vicini, persone care che non ci sono più – altri personaggi già recitati che sento vicini. Le storie d’ amore, come dice David Foster Wallace, sono sempre “storie di fantasmi” e in qualche modo ogni personaggio, ogni spettacolo è una storia d’amore.

Bisogna andare a trovare il proprio “posto delle fragole” e capire con chi si sta parlando quella sera . Questa è la prima risposta che mi viene da darti. Poi se vuoi saper se ci  sono attori o attrici  a cui mi ispiro ecco una breve carrellata. In generale, posso dire che non mi piacciono gli attori che vengono definiti “bravi “.

Mi piace vedere il talento che combatte un po’ contro se stesso, che quasi si vergogna. Gli artisti che mi piacciono hanno tutti lo stesso passo nel mondo. Sono quasi sempre dei visionari, anche nel senso quasi spirituale del termine. Penso che, come fossero cuochi, gli artisti dovrebbero cercare di fare qualcosa di buono, non di essere bravi. Offrire qualcosa che ha un buon sapore e profumo e che cambia la tua visione. Se alla fine di un buon pasto vai dal cuoco e gli dici “bravo” c’è qualcosa che non va… devi essere senza parole e ricordare quella pietanza per sempre.

Dopodiché ovviamente ci sono le “superstar”.Come non citare Al Pacino, Shirley Maclain, Meryl Streep , Debra Winger , Isabelle Huppert , Juliette Binoche. Ho amato tanto Monica Vitti e trovo luminoso e bello il talento di Giulia Lazzarini,  per citare qualche talento nostrano.  Al di là del cinema, figure come Tina Modotti, Marylin Monroe,  Ava Gardner, e tutte queste icone incredibili, divenute a un certo punto misfitsGli Spostati di John Huston è il mio film preferito, con tutte queste figure iconiche, simili a “statue”. Ammiro anche registi come Ken Loach e David Lynch. E per ultimo, ma come fosse il primo, adoro Totò!

Sei impegnata su molti fronti. Hai già in mente progetti successivi?

Con lo spettacolo Edipo sarò impegnata fino ad Aprile. In seguito, a maggio debutto al Teatro Out Off  di Milano con L’imperatore della sconfitta di Jan Fabre, è un progetto a cui sto dietro da un po’ di tempo. Parla dell’artista e della sua necessità  di fallire per poter proseguire. Nel mezzo ci saranno altre cose più’ piccole come Trend a Dicembre al Teatro Belli e alcune date dei miei spettacoli  faticosamente incastrate nei Lunedì di riposo, un progetto nuovo legato alle Imperdonabili  ed altre cose, sempre a teatro…

Tanto teatro insomma… forse troppo ?

Sì. Avrei proprio voglia di raccontare una storia. Una di quelle magari che ho raccontato davanti al pubblico e di cambiare il punto di vista e farlo diventare un film. Fare un film. Andare più vicino alla pelle e guardare dentro quel buco nero che è la telecamera. Magari una commedia. Questi sono i propositi. Spero, piano piano, di trovare un equilibrio migliore.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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