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Annette

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Pubblichiamo un racconto inedito di Fabio Morpurgo, in uscita a fine aprile con la raccolta di storie brevi Qualcuno ha lasciato la luna accesa nel bagno soltanto per Transeuropa.

di Fabio Morpurgo

Prima di bussare alla porta, Ben Cox si perse un istante a contemplare lo zerbino. Era stato sagomato sulle forme di una rana gioiosa; non capì il motivo di un sorriso tanto ammiccante, ma poi lesse la scritta di benvenuto che reggeva tra le zampe anteriori. Vi piazzò un piede sopra per non lasciarsene distrarre, sicuro che i prossimi passi che lo avrebbero portato dentro la casa sarebbero stati gli ultimi, che l’uomo sarebbe stato là, a stringergli la mano e fargli i complimenti per il lavoro fatto. Invece, quando le sue nocche toccarono la porta d’ingresso che, con lentezza, si aprì, Ben capì che non era finita.

Se le coincidenze sono la madre di tutti gli inganni, pensò ancora una volta, quello sarebbe stato clamoroso; e poiché l’esperienza gli aveva più volte detto che le probabilità di trovare vicino due annunci del genere erano basse, decisamente basse, era sicuro di essere nei guai.

Certo, la razionalità poteva gettare uno spiraglio di luce su entrambi i singoli eventi, spiegarli, ma era impotente di fronte a una combinazione dei due. Poco importava, ormai era troppo tardi. Eppure sarebbe bastato che, quattro giorni prima, complice una folata di vento, la pagina degli annunci di lavoro del giornale locale non gli fosse inciampata addosso; un passo in più o uno in meno, e il diabolico appello del destino sarebbe caduto nel vuoto. Non ci sarebbe stata nessuna macchina da portare dalla concessionaria di Perth alla remota località dove risiedeva il proprietario, a Newman; nessun passaggio da offrire a una solitaria viaggiatrice che prometteva, diretta alla medesima destinazione, duecento dollari per il passaggio. Perché non approfittare delle due cose? si era detto. Non sarebbe stato altro che aggiungere, alle precedenti istruzioni ricevute dalla calma voce dell’uomo, un veloce detour per lasciarla al proprio domicilio prima di consegna la vettura. Un gioco da ragazzi.

Ora, in quel cortile spazzato dal vento, di fronte all’edificio che rifletteva una sorta di onesta operosità pensò che, forse, avrebbe dovuto accontentarsi, senza aggrapparsi a strane alchimie e intrecci di eventi. E invece Ben aveva passato le ultime dodici ore di viaggio tormentato dal continuo brusio della donna noiosa e grassoccia che gli sedeva a fianco. Il dubbio di come le due righe dell’annuncio, così succinto e rigoroso, potessero nascondesse una personalità così prolissa, era stato soffocato da un tedio insostenibile. Come se non fosse bastato, le domande erano finite a vertere sull’ambito sentimentale. Lui, trentacinque anni, scapolo triste, se ne era sottratto a fatica. Durante il tragitto era poi successo che Annette, questo il suo nome, avesse preteso una sosta con la scusa di fare qualche foto assieme, con il paesaggio a fare da sfondo. Ben aveva acconsentito a malincuore; qualcuno trovava il deserto splendido proprio per la totale mancanza di grazia, per la sua posa immobile che lo faceva assomigliare a un oceano privo di acqua e di malizia, ma dove i pensieri, invece che perdersi, finivano per venirne fissati come su di una pellicola fotografica. Era inutile poesia. Il deserto era solo roccia e polvere: nulla di più.

Una folata di vento tirò una spallata alla porta e la spalancò. Ben diede qualche timida occhiata dentro. Il corridoio d’ingresso che si apriva davanti a lui continuava per qualche metro, con le altre stanze che si affacciavano su entrambi i lati. Lui controllò per l’ennesima volta l’ora. Mancavano cinque minuti alle dieci, termine ultimo dato dall’uomo per la consegna della vettura. Era in orario. Il proprietario, come gli era stato spiegato, sarebbe dovuto essere là ad aspettarlo. Diede un occhio al perimetro della casa; le inferriate fissate alle finestre erano un dettaglio bizzarro, ma non perse molto tempo a rifletterci su. Se anche non gli piaceva affatto disturbare la notte, quel gigantesco animale acquattato, Ben urlò. Nessuno gli rispose, e anzi il buio che si raccoglieva nel cortile sembrò contrarsi all’improvviso. Si voltò. Annette lo guardava dall’abitacolo della macchina. Gli occhi gonfi e i lineamenti contratti donavano una sorta di tragica teatralità alla scena. Si fece coraggio e camminò dentro la casa. Guardò in ogni stanza. Alla sua sinistra c’era uno ripostiglio e un piccolo salotto con cucina annessa. Dalla parte opposta, due stanze da letto, in una delle quali troneggiava un letto matrimoniale, e un bagno. Erano tutte deserte.

Vi perse un paio di minuti a esplorarla, quando udì un rumore provenire dall’ingresso. Istintivamente Ben si appiattì dietro una porta. Scivolò lungo i muri, verso il corridoio; per qualche istante non accadde nulla, ma poi gli arrivò alle orecchie il rumore metallico di quelle che sembravano posate. Guardò dentro la sala da pranzo, dove vide una sagoma sproporzionata, gobba, deforme, che era in piedi vicino al tavolo e sembrava stesse mangiando. Ben cacciò un urlo di sorpresa e di paura; Annette urlò a sua volta, senza però mollare di un millimetro il piatto che stringeva tra le mani.

– Scusami, – balbettò Ben.

– Ho visto che non arrivavi più, – sussurrò lei, – e allora sono scesa dalla macchina e sono andata alla porta; era aperta. Ho sentito dell’odore di mangiare. Non abbiamo ancora cenato.

Ben si domandò come potesse essere definito il pasto che avevano avuto appena tre ore prima, ma evitò di farglielo notare. Le si avvicinò e le tolse, con un po’ di fatica, il piatto dalle mani.

– Non sono per noi, – disse. – Dovresti tornare in macchina.

– In casa non c’è nessuno.

– Non è stata preparata per noi, questa cena, – ripeté.

– Invece credo proprio di sì, – insistette la donna.

Annette si impossessò di nuovo del piatto e si mise a mangiare. Ben la lasciò fare, pesando le alternative e mettendo ordine tra le idee. Non si sentiva a proprio agio in quel luogo. Non era una semplice sensazione derivante dal fatto di essere intruso in una casa che non era la sua. Ciò che più lo inquietava era soprattutto l’impossibilità di dare ragione dell’inattesa mancanza dell’uomo.

– Ti porto in città, – annunciò alla fine.

La donna sembrò sorpresa: – E i soldi che ti deve?

Ben alzò le spalle: – Troverò un albergo in città. Tornerò domani.

– Non aveva detto che era importante essere puntuale?

Lui si bloccò. Annette si torse le mani.

– Potremmo mangiare, – disse lei. – Tutto questo è stato preparato per noi, – propose alla fine.

Ben ci pensò su. Il guaio era stato fatto e doveva ammettere che aveva fame. Anche se simulò di non approvare la condotta della donna, prese un altro piatto, lo riempì e si sedette al tavolo. Fu però colto da un’altra sensazione sgradevole: l’idea che fosse tutta una messa inscena architettata per tendere loro una trappola, per invitarli a consumare il cibo preparato, lo tormentò. Mangiò poco e senza gioia, perché a ogni improvviso torpore o bruciore alla gola, o boccone difficile da ingoiare, si fermava, braccato dalla nausea che gli saliva dallo stomaco. Allora masticava appena, tenendo di malavoglia il cibo schiacciato tra la lingua e il palato senza inghiottirlo, lasciando che Annette gli stesse sette o otto bocconi più avanti. La donna non aveva di questi problemi: masticò con furia e cattiveria la cena, si versò grandi bicchieri di vino, insistette perché anche Ben ne bevesse.

– E se non tornasse più? – chiese poi Annette a un certo punto.

– Che cosa vuoi dire? – fece Ben, osservandola stupita.

La domanda la divertì moltissimo. Rovesciò la testa indietro e batté le mani.

– Se il compratore dell’automobile se ne fosse andato?

– Che senso avrebbe avuto farmi guidare fino a qua? – replicò lui.

– Magari non è un caso, – continuò. – Come l’avermi contattata dopo che hai trovato questo lavoro. E il fatto di non avermi portata prima in città? Più che una distrazione, una coincidenza.

Ben si riparò dietro un silenzio pieno di dubbi.

La donna lo incalzò: – Non è chiaro, Ben? Andato, – insistette, mimando con le mani del fumo che svaniva nell’aria.

Andato dove? – chiese lui, come se tentasse di dare un senso all’affermazione.

– Dovunque, ma non qua. Potremmo vedere cosa succede, passare qui la notte, e se torna, diremo che ci siamo fermati perché ormai era troppo tardi.

Ben la scrutò. La torbida prospettiva, assieme all’effetto di un buon pasto caldo, l’aveva resa coraggiosa. Poteva capirlo dagli occhi che si erano fatti più acquosi, le labbra più gonfie, il rossore del viso ancora più accentuato. La donna, con un calice in mano, si distese sul divano. Il suo vestito salì a un livello pericolosamente alto sopra le ginocchia, mentre la spallina, per una sorta di legge del contrappasso, scivolò più giù, mostrando la rotondità dell’immenso seno. Ben si alzò dalla sedia e uscì dalla sala da pranzo. Nel corridoio tutto gli apparve stucchevole e inutile. Bastò il contatto con le chiavi della macchina nella tasca per decidere che sarebbero tornati in città. La mattina dopo, sarebbe stato di nuovo là, e poco importava se il proprietario avrebbe protestato. Afferrò dunque il pomello della porta e tirò, ma la porta non si mosse. Ben, stupefatto, provò ancora, ma senza risultato. Era stata chiusa a chiave, non c’era altra spiegazione. Non insistette molto, impaurito che i rumori potessero insospettire la donna. Alla fine tornò nella sala da pranzo tremando leggermente e si sedette.

– Dove sei stato?

– In bagno.

Lei notò il suo colorito terreo: – Stai bene?

– Sì.

– Sei pallido.

Ben alzò le spalle, incapace di contrariarla.

– Dov’è il bagno?

– In fondo a quel corridoio.

Ben la guardò uscire; rimasto solo si precipitò alle due finestre alle sue spalle, le aprì e mise a nudo le inferriate. Le esaminò brevemente e provò a smuoverle, deciso a trovare una via d’uscita a tutti i costi. Erano robuste e lui le scosse con tutta la forza che aveva, ma non bastò. Ben provò una stretta al cuore e una rabbia impossibile da contenere. Si sentì uno stupido per esser stato messo in trappola da un espediente così ovvio: qualcuno, per un motivo sconosciuto, doveva aver approfittato della cena per chiudere la porta dall’esterno. Guardò verso il cortile. Oltre le sbarre, vide una figura in lontananza, avvolta dalla criniera della notte, sorpresa in una posa immobile. Ben gli indirizzò un gesto, poi capì che poteva benissimo essere il loro uomo e allora stette anche lui fermo alla finestra, come per dimostrare che non temeva nulla. Fece per urlare, ma la sagoma saltò via con un poderoso balzo. Un animale. Ben chiuse la finestra con un sospiro e si lasciò scivolare sul divano. Annette tornò dal bagno.

– Siamo intrappolati dentro, – confessò.

– Non possiamo uscire?

– No.

– La porta è chiusa a chiave?

– Sì.

– E perché?

– Non lo so.

Lei decise di arrancare verso l’ingresso. Ben sentì la porta scossa da formidabili scossoni, ma nessuna corrente d’aria che si intrufolava nella stanza.

– Come fai a saperlo che è stata chiusa dall’esterno?

– Nessuno di noi ha le chiavi.

Annette si alzò dal divano e incominciò a vagare per la stanza, battendo sui muri alla ricerca di una qualche sorta di passaggio segreto. Ovviamente non trovò nulla.

– Le finestre?

– Sono bloccate dalle inferriate.

– Moriremo di fame?

Ben la osservò senza curarsi di dissimulare il proprio disprezzo.

– Credo sia l’ultimo dei nostri problemi.

La donna alzò le spalle: – Che faremo?

Era il punto a cui Ben voleva arrivare, e se la donna era restia a mantenere la lucidità dopo aver saputo che un giorno o l’altro il proprio stomaco vuoto l’avrebbe condannata a morte, Ben considerava la faccenda più nell’immediatezza. Pensò che, forse, erano ascoltati. Esaminò con attenzione ogni oggetto che poteva contenere telecamere o altro. Poi si guardò attorno con rinnovato sguardo critico. L’arredamento era essenziale e viveva di un ordine rigoroso. Nulla era davvero fuori posto: tutto era pulito, in ordine, ogni oggetto era disposto in modo congruo. Camminò lungo il perimetro dei muri schivando lo scarno mobilio, ma non trovò nulla che balzasse all’occhio o che fosse sospetto. Non c’era niente che potesse dargli indicazioni sulle intenzioni della personalità della misteriosa voce con cui aveva parlato al telefono; il disordine poteva tradire debolezze e lasciar trapelare indizi, ma in quella casa non ne trovava alcuna traccia.

La costante ripetuta erano i quadri. Panorami o nature morte si succedevano in serie dipinte con toni scuri e svariate declinazioni, ma tutti condividevano l’assoluta mancanza di una componente umana. L’unica tela che contraddiceva alla regola era l’imponente ritratto che dominava il corridoio d’ingresso. Ritraeva un personaggio a mezzobusto, stagliato su un paesaggio rossastro, spoglio. L’uomo guardava dritto di fronte a sé, senza distogliere lo sguardo neppure per un istante da un invisibile punto alla sua destra; i tratti erano fieri e il volto emanava una volontà ferrea, forse benevola nei limiti della propria ottusa empatia, ma certamente poco incline alle concessioni. Il quadro aveva dimensioni spropositate per l’ambiente, come un monito che piegava lo sguardo dell’osservatore. Ben lo fissò, ipnotizzato dalla severità dell’insieme: scrutò le pennellate forti e vigorose, ne apprezzò e disprezzò nello stesso tempo il tema e le fattezze. Nell’angolo in alto a destra, gli parve di intravedere qualcosa. Una firma. A. Jones.

Non fece in tempo a riflettere, perché un rumore alle sue spalle lo fece girare di scatto. La donna era dietro di lui, in piedi, immobile. Lo fissava con sguardo truce, avvicinandosi senza mai distogliere gli occhi dal dipinto. Sull’angolo destro della bocca c’era qualcosa di rosso che le dava un aspetto lugubre; doveva essere la marmellata, ma questo pensiero non tolse nulla alla drammaticità del suo aspetto. Ben finse di non averla notata e continuò a studiare il dipinto, ma in realtà la teneva d’occhio senza farsi notare, perché percepiva una minaccia nel suo incedere.

– Che cosa fai? – domandò cupamente.

– Guardavo il dipinto.

– Quel quadro non è fatto per essere guardato da così vicino. – disse. – Non lo vedi quanto è grande?

Ben non la contraddisse; la seguì di nuovo nel salotto e si sedette sul divano. La vide tirare fuori il rossetto e un piccolo specchio per sistemarsi il trucco con agili movimenti della mano. La osservò di soppiatto, e di rimando sentiva il suo sguardo addosso. Da fuori il vento continua a soffiare, ma solo un flebile sibilo riusciva a farsi strada tra le imposte, e così c’era l’impressione che, all’interno della casa, nulla potesse davvero accadere. L’atmosfera era ovattata, pesante, e ogni residua solidarietà umana tra di loro, se mai c’era stata, era soffocata nel plumbeo silenzio. Il tempo, rapito al proprio scorrere fluido, aveva iniziato a cristallizzarsi, crescendo a dismisura da un istante avvitato su sé stesso, e tutti gli eventi accaduti erano proiettati su uno sfondo più vasto che lasciava ampi spazi d’ombra dove la ragione poteva raccogliere solo altri dubbi. Ben pensò di andare a coricarsi, quando si ricordò che il bagaglio era rimasto dentro la macchina. Annette, per qualche strano motivo, l’aveva portato dentro. Fu durante quella semplice constatazione priva di sospetto che scivolò nel sonno.

Sotto le palpebre la figura del dipinto prendeva vita: prima un movimento appena accennato degli occhi gli donava un aspetto sorpreso, accigliato; poi la testa ruotava di tre quarti e l’invisibile corpo si alzava in piedi. La sagoma gli ordinava di smettere di fissarlo, e più lo ripeteva, urlando, più si faceva grande, fino a occupare l’intero spazio del dipinto. Il suo dito indicava il muro alla sinistra, tappezzato di banconote da cento dollari. Ben si avvicinava per strapparle via, ma appena le afferrava svanivano nell’aria. La parete si faceva trasparente; dall’altra parte, attraverso ciò che sembrava impalpabile vetro, c’era una figura di donna che divorava del cibo da davanti a sé. Ben la osservava senza parlare, troppo impaurito dalla voracità che dimostrava; a un certo momento il pasto finiva, e la creatura, con un gesto stizzito, gettava via il piatto. La sua fame non era placata: annusava in aria con fare animalesco, spingendo il muso verso la penombra del soffitto. Ben era paralizzato dalla paura. La donna si voltava, e pur non avendo né occhi né naso sul viso, ma solo una gigantesca bocca che masticava senza sosta, lo scorgeva; attraversando l’ormai inconsistente sipario, gli staccava di netto un braccio con un morso.

Ben si svegliò di soprassalto. Aveva dormito, ma per quanto tempo? La donna era ancora seduta dove l’aveva lasciata. Stava là, immobile, lanciandogli occhiate di sottecchi, come un Caronte che attendeva di condurlo sull’altra riva della coscienza. Senza dare cenni di stanchezza o cedimento, aspettava che inciampasse nuovamente nel sonno.

– Sei stanco? – si sentì domandare.

Ben scosse la testa.

– Dovresti stenderti sul letto.

– Non capisco come possiamo dormire, – si lamentò con un filo di voce. – Siamo prigionieri.

– Non ci succederà nulla, – insistette per tranquillizzarlo.

– L’uomo potrebbe entrare da un momento all’altro, – disse lui senza troppa convinzione. – E chissà cosa vuole.

La donna gli mise un dito davanti alla bocca, lo prese per un braccio e lo accompagnò lungo il corridoio. La camera era confortevole; il letto morbido e pulito. Ben affondò nel materasso; le lenzuola fresche lo fecero rabbrividire. Annette prese una vestaglia di seta dal borsone che aveva portato con sé e scomparve nel bagno; non chiuse la porta, lasciando aperto uno spiraglio che faceva intravedere lo specchio. Ben, girandosi, vide la sua borsa. Era aperta. Non esitò, mosso più dalla noia che dalla curiosità. Cercò e trovò il portafoglio; era piuttosto voluminoso e pesante, due buone ragioni per aprirlo. Dentro c’erano diverse centinaia di dollari, un po’ di scontrini e piccoli fogli di carta che riportavano delle note senza molto senso, oltre a un’incredibile quantità di tessere di ogni genere. Le tirò fuori e le guardò. La maggior parte erano carte di ristoranti o supermercati, ma altre testimoniavano l’affiliazione a gruppi d’arte: alcune erano nominative. Ben, quasi per caso, lesse il cognome della donna. Jones. Annette Jones. A. Jones. Soffocò a fatica un grido.

Stava ancora tremando quando la donna uscì dal bagno. Lei gli si avvicinò con sguardo compiaciuto, fece un lento giro del letto e gli tolse il portafoglio di mano. Il vago rumore di un mazzo di chiavi gli arrivò all’orecchio; vide qualcosa ballare in una delle tasche della vestaglia. La donna gli si piazzò davanti; la testa di Ben arrivava ai seni, tanto era alta. Si alzò sulla punta dei piedi, ma lei gli poggiò una mano sulla spalla e lo costrinse ad abbassarsi. Annette lo accarezzò sulla nuca, poi gli spinse la testa in mezzo al petto. Lui si impose di lasciarla fare, credendo fosse importante guadagnare tempo. La sua mano corse sulla vestaglia per cercare di sottrarle le chiavi, ma lei lo schiacciava troppo forte e rischiava di farlo soffocare. Ben lottò e resistette, ma alla fine si fece sfuggire un respiro strozzato. Annette lo lasciò e lo guardò con una sorta di malcelata malizia, sicura che nulla avrebbe potuto fare per uscire da quella casa senza che lei non l’avesse voluto. Coincidenze, si disse Ben, che nome stupido per qualcosa di tanto ovvio.

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