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Annie Ernaux. Un memoir e un saggio

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(fonte immagine)

“Ho scritto a P. che ero incinta e non volevo tenerlo. Ci eravamo salutati incerti sul seguito del nostro rapporto e provavo una certa soddisfazione nel turbare la sua indifferenza, anche se non mi facevo nessuna illusione sul profondo sollievo che gli avrebbe arrecato la mia scelta di abortire. Una settimana dopo, Kennedy è stato assassinato a Dallas. Non era già più qualcosa che mi poteva interessare.”

Qualche anno fa ho scritto un pezzo “Fotografie di Ernaux”, credendo (ingenuamente, lo ammetto) di aver esaurito il discorso su di lei, averlo esaurito per quello che riguarda l’aspetto critico, non certo dal punto di vista del lettore, non pensavo allora e non penso oggi di poter smettere di leggerla. Sono stato ingenuo perché è evidente che la scrittura di Ernaux si rinnova di volta in volta e mai esaurisce l’elemento biografico, il racconto della memoria, il suo trasferimento dentro un diario collettivo in cui ci si può specchiare, spaventarsi, commuoversi, fare i conti con il tempo che ci riguarda, con quello che ci è capitato o che abbiamo scampato, imparato, conservato, dimenticato.

Ernaux, che è oggi una delle maggiori scrittrici contemporanee, ha reso la sua biografia una questione sociale, scrive di ciascuno di noi scavando dentro di sé. A volte ci prende per mano e ci dice, lo vedi che ci somigliamo?  Altre ci sfida a guardarci dentro e attorno, dove sono gli affetti, cosa ne abbiamo fatto, dov’è ora nostro padre, cosa fa nostra madre, ci hanno capiti e noi li abbiamo un minimo compresi? Abbiamo saputo ricambiare l’affetto? Quello che abbiamo nascosto a loro lo abbiamo forse celato anche a noi stessi. La scuola, l’adolescenza, le paure, l’amore, il sesso, i libri, le canzoni, le lacrime, il vino, le risate.

Nell’impossibilità assoluta di immaginare che un giorno le donne avrebbero potuto liberamente decidere di interrompere una gravidanza. E, come al solito, era impossibile determinare se l’aborto era proibito perché era un male o se era un male perché era proibito. Si giudicava in base alla legge, non si giudicava la legge.

Leggendola non ci è mai importato di non trovarci in Francia, di non aver fatto il ’68 (ma di averlo rimpianto), di non aver studiato a Rouen ma a Napoli o a Milano, perché Rouen è diventata nelle parole scritte da Ernaux e, sempre tradotte magnificamente per noi da Lorenzo Flabbi, un nostro luogo del cuore. Rouen e i suoi treni per tornare a casa e per riportaci indietro, Rouen e le sue chiese, i bar, le biblioteche. Ci è mancata Parigi, nella misura in cui sempre ci manca quella città, ma ci è mancata perché stavamo nella vita di Ernaux, in quegli accadimenti, quei cambiamenti sociali. Siamo cresciuti con Ernaux, grazie a lei, dopo di lei.

Abbiamo condiviso dolori e traumi, e gioie, di capitolo in capitolo, per ogni sorriso, per ogni fotografia. C’è nella sua scrittura la vita profonda, reale e quel senso di morte che ogni tanto abbiamo avvertito in Fortini, Raboni. Sono stato ingenuo, me lo hanno ricordato quest’anno il suo nuovo memoir L’evento (L’orma editore, trad. Lorenzo Flabbi) e un saggio su di lei scritto da Alice Figini (Doppiozero, ebook, collana starter, 2019).

Per la prima volta mi sentivo in una catena di donne attraverso cui passavano le generazioni. Erano giorni grigi d’inverno. Galleggiavo nella luce in mezzo al mondo.

L’evento dimostra più di ogni altro libro di Annie Ernaux quanto un fatto personale sia un fatto sociale e faccia parte della memoria collettiva. Il libro parla di un aborto avuto dall’autrice nel 1964 e dei mesi che lo hanno preceduto, va dal momento della scoperta di essere incinta fino ai giorni immediatamente successivi all’aborto. Erano anni in cui l’aborto era illegale, anni che paiono lontanissimi, eppure vicini come sappiamo perché le leggi nulla possono con la retrocessione sociale, contro i diritti che vengono occultati da politici di basso livello, da medici che dimenticano la loro missione e obiettano. Il 1964 è oggi dove molte donne devono nascondere l’aborto come una vergogna, sprecare tempo, fatica, facendosi umiliare cercando un ospedale dove la legge sia rispettata, il 1964 è oggi dove le donne spesso ricorrono come allora all’aborto clandestino.

Attenzione, Ernaux non denuncia, con la sua prosa esatta racconta le sue paure di allora, le difficoltà, la lotta con il corpo. Parla di una ferita , di un dolore che l’ha profondamente segnata. E non è il dolore dell’aborto, non è il dolore dovuto alla rinuncia più che consapevole, è il dolore di essere soli, di essere giudicati, scrutati, osservati come si osserva uno che ha sbagliato, uno che è in difficoltà, una che se è incinta allora può fare sesso. Ernaux non denuncia eppure ci pone le domande più serie del nostro tempo.

Ci dice di stare in guardia, punta agli uomini la penna in faccia, a te non sarebbe mai capitato, né allora né ora. Ed è la verità, allora avremmo detto – empatici o meno, fidanzati o meno, amanti occasionali o meno – qualche parola forse di conforto, avremmo detto dei ti sono vicino dei ma siamo giovani , ma avrebbero suonato da molto lontano, non saremmo andati alla ricerca del medico, del farmaco, della donna che in una piccola casa parigina avrebbe salvato Annie o una delle migliaia di ragazze lasciate sole tra paura e deserto, con un peso nel corpo e sul cuore. I migliori di noi avrebbero forse trovato un indirizzo, ma poco di più. I migliori di noi, anche oggi, pur stando vicini non lo sarebbero abbastanza, starebbero nell’altro corpo, quello fortunato, quello che si salva con una doccia, che fa una carezza, che dice andrà tutto bene perché a lui va già bene in partenza. Attenzione, Ernaux non accusa e ma notifica attraverso il racconto personale, il recupero della memoria, che qui è più complicato che altrove.

In una fotografia del settembre precedente sono seduta, i capelli sulle spalle, un foulard nella scollatura di una camicetta a righe, molto abbronzata e sorridente, esuberante. L’ho sempre guardata pensandola come l’ultima immagine che mi ritraeva ancora pienamente ragazza, intenta a evolvere nell’ordine invisibile, e perennemente presente, della seduzione.

Eranux ci dice fin dalle prime pagine del libro che l’essere rimasta incinta, il non voler tenere il bambino, il non sapere come fare, tutte queste cose insieme escludono tutto il resto. Non conta più la tesi da preparare, la stesura di un primo capitolo da far leggere al relatore resterà per mesi sospeso nel tempo come tutte le altre cose. Non contano più i ragazzi, l’attrazione. Non ci sono più le amiche o meglio stanno là, e a qualcuna si può dire tutto e a qualcuna è meglio non dire niente.

L’evento esclude ogni altra cosa, perché totale è la presa del corpo di una ragazza, dei suoi pensieri, dei suoi stati d’animo. Annie Ernaux presenta un conto lunghissimo pieno di donne che hanno dovuto tacere, segnare il passo, retrocedere, scappare, partorire non volendo, molte volte morire. La scrittrice francese usa il suo corpo, le sue sensazioni e le trasforma in scrittura. “Forse il vero scopo della mia vita è soltanto questo”.

(Si pone sempre, scrivendo, la questione della prova: al di fuori di ciò che rileggo nel diario e nell’agenda di quel periodo, mi sembra di non avere alcuna certezza sui miei sentimenti e sui miei pensieri di allora, a causa dell’immaterialità e dell’evanescenza di ciò che attraversa lo spirito. Solo il ricordo di sensazioni legate a esseri e cose al di fuori di me – la neve del Puy Jumel, gli occhi strabuzzanti di Jean T., la canzone di Suor Sorriso – mi fornisce la prova della realtà. La sola vera memoria è materiale.)

Si tratta di un passaggio chiave del libro ma anche di tutta l’opera di Ernaux e del perché generi così tanta partecipazione e interesse. Da subito, la scrittrice, avverte la necessità di coinvolgere gli altri, di andare a cercarli, non bastano gli appunti, i diari dell’epoca, la memoria va provata, va autenticata. Ernaux ritrova la realtà inseguendo gli altri, le sensazioni che generavano in lei, quelle sensazioni sono più chiare, più certe della memoria. Gli altri partecipano all’evento perché vengono raggiunti dalle domande e dalla prosa di Ernaux, tornano presenti e rafforzano ogni immagine. Ogni avvenimento, anche uno così decisivo come un aborto, è destinato a sfumare, a confondersi in una nebulosa emozionale, se non lo si condivide con chi c’era o non c’era, andando all’indietro, anche da chi ti ha ferito o ha brillato per assenza.

La sensazione è che Ernaux continui a lavorare catalogando ogni fatto con delle immagini, tutto è poi scritto in maniera così nitida che non possiamo far altro che vederlo, proprio come succede con le fotografie. Da quando ho finito il libro vedo passare davanti ai miei occhi l’immagine di questa ragazza, in bianco e nero, con una borsa, con dei libri, in una biblioteca, in un caffè, in una cattedrale. Sono tutte fotografie, sono tutte parole che prendono forma.

Vedere con l’immaginazione o rivedere con la memoria è quanto accade di norma con la scrittura.

Nel suo saggio, uscito pochi giorni fa, Alice Figini compie un’importante analisi fotografica e testuale dell’opera di Annie Ernaux, dividendola in due macro sezioni: Scrivere la vita e Una voce di donna. Per Figini la scrittura e la vita in Ernaux si completano a vicenda, fino a confondersi “il testo scritto appare come sostegno dell’esperienza vissuta”. Come non essere d’accordo, è così forte questa simbiosi ed è tale la bravura della scrittrice da far sì che si tratti dell’unico caso in cui si scrive, con l’opera, il grande romanzo europeo raccontando soltanto la propria esistenza. Pensiamoci, in pochi ci stanno dicendo il novecento e i primi anni duemila con la stessa limpidezza e profondità.

Anche nel saggio di Figini traspare la capacità di Ernaux di attraversare il tempo e la storia stando semplicemente seduta alla scrivania. Secondo Figini il proposito di Ernaux non è quello di rendere la vita un’opera d’arte, ma di ritrarla anche nella sua brutalità o, perché no, nella sua dolcezza. Il punto centrale di questo bel saggio è  quello in cui si parla dell’auto-socio-biografia di Ernaux, che si è rivelata in tutta la sua stupenda e indispensabile verità ne Gli anni, di sicuro il suo capolavoro. La sua biografia è diventata quella di tutti i francesi e dopo di tutti noi. Il gioco impressionante dell’io che si sovrapponeva al noi, l’alternanza degli “ero” agli “eravamo” ha preso tutti quanti per mano e ha detto: è la mia storia, è la tua, è la nostra. Le fotografie accompagnano il lavoro diaristico anche nel libro documentario Écrire la viepubblicato da Gallimard è stata raccolta l’intera opera della scrittrice corredata da fotografie, ed è stata Ernaux stessa a scegliere di pubblicare insieme “l’album di foto e il diario di scrittura”, due documenti.

Alice Figini lungo tutto il suo testo sottolinea la grande bravura di Ernaux nel meta testo che è il continuo invito al lettore, quasi come lo si prendesse sottobraccio e gli si chiedesse aiuto. “Scrivo questa scena per la prima volta” e poi c’è la scena. Capisci lettore? Ci viene detto, non è facile, né per me né per te. Nel saggio insieme ai libri vengono presi in esame i luoghi, gli affetti e i fatti e la tecnica con cui questi vengano trasferiti e trasformati – e qui c’è il talento – in memoir, in testi letterari di una forza che ha pochi eguali.

Figini afferma che Ernaux “è stata in grado di donare una forma letteraria al nostro presente”. Il punto è proprio questo, il tempo a noi vicino aveva bisogno di essere raccontato in un altro modo, nel modo di Annie Ernaux.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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  1. […] Qualche anno fa ho scritto un pezzo “Fotografie di Ernaux”, credendo (ingenuamente, lo ammetto) di aver esaurito il discorso su di lei, averlo esaurito per quello che riguarda l’aspetto critico, non certo dal punto di vista del lettore, non pensavo allora e non penso oggi di poter smettere di leggerla. Sono stato ingenuo perché è evidente che la scrittura di Ernaux si rinnova di volta in volta e mai esaurisce l’elemento biografico, il racconto della memoria, il suo trasferimento dentro un diario collettivo in cui ci si può specchiare, spaventarsi, commuoversi, fare i conti con il tempo che ci riguarda, con quello che ci è capitato o che abbiamo scampato, imparato, conservato, dimenticato. [Leggi su minima&moralia] […]



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