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“Anteprima mondiale” di Aldo Nove, vent’anni dopo “Woobinda”

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La recensione che segue è uscita sul Venerdì, che ringraziamo.

di Giorgio Vasta

È il marzo del 1996 e l’editore Castelvecchi pubblica un libro – sulla copertina arancione una specie di doppio Bill Gates giovanissimo e la scritta Vidal – che si intitola Woobinda e altre storie senza lieto fine, contiene quaranta racconti suddivisi in otto lotti ed è uno dei varchi d’ingresso nella narrativa italiana contemporanea.

Il suo autore all’epoca ventinovenne, Aldo Nove, riferisce di un’epoca sempre più spezzettata, nutrita di oroscopi e di tegolini, in eterna contemplazione della tv, un mondo che nel congedarsi dal tragico eleva il farsesco a nuova normalità. Vent’anni dopo – un tempo storico, certo, ma come aveva intuito Dumas anche prepotentemente letterario – La nave di Teseo pubblica Anteprima mondiale (stavolta in copertina c’è una coppia biancovestita che contempla un paesaggio che serenamente esplode), non tanto il seguito di Woobinda quanto l’ulteriore messa a punto di un discorso su qualcosa (i «rigagnoli d’umanità residua») che per Nove è ossessione, tormento, ragione di infinito stupore.

Procedendo a scatti e per frammenti, repertorizzando il brusio in cui viviamo immersi, Nove dà forma a un testo bellissimo, un catalogo di briciole che descrive un tempo ormai esausto fondato sullo sgretolamento, sull’anacoluto e sull’oblio («Questo non è un libro. Oppure lo è a morsi. A strappi. A sequenze di lacerazioni»). Coinvolgendo nella scrittura sodali vecchi e nuovi – Ammaniti, Culicchia, Montanari, Pellegrino, Policastro – e raccontando di un continente ridotto a cimitero («L’Europa è un posto in cui si arriva morendo»), di cinquantenni che vivono con i genitori e nella loro «cameretta» conservano ancora il poster di Thriller (basta togliere la danza, lasciare gli zombie, e quel Michael Jackson anni ’80 si rivela un profeta), percependo l’11 settembre come «un comunismo dell’orrore mondiale» e la tenerezza struggente che è possibile provare davanti al download di un file («Un download è umano, è precario e nessuno ha mai capito la vita tanto simile alla nostra dei file»), Anteprima mondiale ci diverte, ci terrorizza, ci fa provare quella vergogna che in ogni modo cerchiamo di eludere: «Se da anni stiamo fingendo di giocare un gioco finito, prenderne atto è lo scandalo necessario. Perché giochiamo a che non c’è più scandalo».

Questa intervista è uscita sul numero di giugno di Linus, che ringraziamo.

di Carlo Mazza Galanti

Woobinda, pubblicato nel 1996 da Castelvecchi è probabilmente il lavoro più noto di Aldo Nove e uno dei libri di narrativa italiani più discussi e memorabili degli anni ’90. Dopo vent’anni lo scrittore milanese torna sul suo esordio narrativo con “Anteprima mondiale” (La nave di Teseo) un romanzo “a strappi”, un’opera eterogenea e disorganica composta di frammenti, autocitazioni, contributi di altri autori, nuovi personaggi, il tutto rielaborando temi e linguaggi che già furono di Woobinda. Abbiamo parlato con lui di questo “revival” e di quello che è successo negli ultimi due decenni.

A.N.

«Quando ho scritto Woobinda volevo scattare delle fotografie, delle polaroid di una normalità che cominciava a diventare mostruosa. Con “Anteprima mondiale”, invece, ho cercato di fare qualcosa di diverso dalla semplice individuazione di un complesso di situazioni paradigmatiche».

CMG

«Prima i mostri emergevano con più chiarezza».

AN

«Ma erano ancora delle eccezioni. Si stava verificando un cambiamento importante, che non si capiva e non veniva percepito come tragico. Ciò non significa che non vi fossero delle tragedie personali, che poi sono quelle che raccontavo nel libro. A un certo punto Woobinda ha vinto, purtroppo. Quella realtà troppo carica di segni, troppo nevrotica, si è consolidata fino a implodere. Tutto è dominato da una “cattiva magia”, come l’ha definita Luciano Parinetto, il professore di filosofia con cui mi sono laureato. La cattiva magia di un capitalismo finito che si mette in scena tramite esorcismi e trucchi. È tutto finto. Ne parlo nel racconto su Mario Monti».

CMG

«Ho l’impressione che la crisi sia meno percepita di prima, come assorbita. La chiamano “resilienza”. C’è stata una normalizzazione di certi disagi che non sono quasi più considerati tali».

AN

« Un’amica mi raccontava che in Francia nell’ultimo anno il consumo di psicofarmaci è aumentato del 900%! Negli anni ’70 c’era la sigla di Fracchia cantata da Ombretta Colli: “Facciamo finta che tutto va ben”. Ecco, in realtà siamo nella catastrofe e penso che l’immagine di copertina del libro, a questo riguardo, sia molto efficace. La storia del tipo che prima di farsi esplodere guardava i Teletubbies (“La strage di Teletubbylandia”, uno dei racconti della raccolta – N.d.R.) è presa da una notizia di cronaca. Jihadi John passava tutto il giorno a guardare i Teletubbies, non a leggere il Corano. Quale scontro di civiltà? Quale Islam? Stiamo lottando contro dei fantasmi interiori. È chiaro che l’Isis è un problema interno all’occidente».

CMG

«“Facciamo finta che vada tutto ben” potrebbe essere un buon slogan per la politica culturale italiana di questo momento».

AN

«Nel sistema dell’informazione c’è la spazzatura o la finta spazzatura, che è la maggior parte. In questo senso mi sembra più serio Cairo: vogliamo parlare delle tette di Belen? Bene, facciamolo. Da una parte la cultura è ripiegata su stessa, dall’altra c’è la scomparsa dell’autorevolezza, la crisi dei presidi culturali e del mondo accademico. Un ricercatore, nel momento in cui guadagna una miseria, lavorando dentro istituzioni peraltro immobili, che qualità di lavoro può produrre? La vecchia cultura militante, invece, si riferisce a un mondo che non c’è più, mentre al governo c’è un Presidente del Consiglio autore di un libro che s’intitola “Tra De Gasperi e gli U2”. Tra De Gasperi e gli U2 non c’è un percorso, ma un salto quantico».

CMG

«Intorno a noi vedo anche un forte militanza renziana. Revisionistica, ottimistica».

AN

«C’è, eccome».

CMG

«Una delle sezioni in cui è diviso “Anteprima mondiale” s’intitola “Immagina, puoi”, come la pubblicità di Fastweb. Sulla quarta di copertina leggo: “C’è in giro moltissima realtà. Ovunque ti giri c’è realtà… ce n’è a bizzeffe, non sai più dove voltarti”. Mi ha fatto venire in mente Jean Baudrillard, che parlava spesso di un eccesso di realtà e di una simmetrica perdita d’immaginazione».

AN

«“All’ombra delle maggioranze silenziose” di Baudrillardè stato uno dei primi libri “impegnati” che ho letto. Siamo sommersi da una quantità d’informazioni contrastanti, non verificate, ansiogene, apocalittiche, rassicuranti, falsificanti. Non voglio fare il pasolininano, ma quand’ero piccolo andavo in vacanza da mio nonno contadino e in una settimana ricevevo le informazioni che adesso ricevo in mezz’ora».

CMG

«C’è un rapporto tra questo eccesso di realtà e la piega “religiosa” dei tuoi ultimi libri?».

AN

«”Spiritualistica”, direi. “Religiosa” non mi piace. Mi fa pensare alla rivalità tra atei, teisti, gnostici, che mi ricorda quella tra Milan e Inter. Mi sembra molto meglio tremare per l’ira di Dio che non tremare perché la Deutsche Bank ha venduto tutte le quotazioni italiane facendo impazzire lo spread. Preferisco l’ira di Dio».

CMG

«Nel libro parli molto di Europa».

AN

«Di Europa e di occidente. Esotericamente l’occidente è il luogo del tramonto, della fine. Gli Stati Uniti e Trump vogliono riprendersi un dominio fantasmatico che hanno completamente perso, innanzitutto annichilendo l’Europa, fingendosela alleata. Credo che oggettivamente, da quando siamo nati io e te, un momento drammatico come questo non c’è mai stato».

CMG

«Cosa succede se vince Trump?».

AN

«Che la terza guerra mondiale a pezzi che stiamo già vivendo diventerebbe la terza guerra mondiale a tutti gli effetti.Ma credo che una vittoria di Trump sia abbastanza improbabile».

 CMG

«Nel libro ci sono anche molti amici, contributi, omaggi».

AN

«Ricreare un senso di comunità, di solidarietà, può essere una forma di resistenza in un momento in cui ci sentiamo così soli».

CMG

«Tu sei molto attivo su Facebook. Nel libro un racconto sui social c’è, ma non è tuo, come mi aspettavo, ma di Carmen Pellegrino. Cos’è il social network?».

AN

«Una cosa masturbatoria e l’illusione che tutto il mondo ti guardi. Ti metti al centro di un mondo che è costituito di infiniti centri del mondo convinti di essere il centro del mondo. La cosa che mi porta su Facebook è la mia passione per il linguaggio in tutte le sue forme. Sarei stato uno scrittore sperimentale all’epoca in cui aveva senso, e infatti la presenza di Nanni Balestrini nel libro è un omaggio alle avanguardie. Facebook penso di usarlo in modo abbastanza anomalo. M’incuriosisce fare delle provocazioni e cercare di gestire il thread in modo che si crei un discorso corale. A volte succede».

 CMG

«Quindi credi in un uso intelligente di questi strumenti?».

AN

«Nei fatti non sta succedendo, come racconta Carmen. I social sono un vomitatorio. Sfogo, sfogo, sfogo. Mi piace, non mi piace. Mentalità binaria. Alle volte prendo una frase di Fabio Volo e ci scrivo sotto Gandhi. 480 mi piace. Prendo una frase di Gandhi, ci metto sotto Fabio Volo: zero mi piace e tutti “che banalità!”, “che schifo!”».

CMG

«E poi lo dici che non era di Gandhi?».

AN

«No, non lo dico. Ma non so fino a che punto i social siano espressione di demenza. In realtà corriamo su un tapis roulant troppo veloce. Non c’è tempo di ragionare. In Francia, in anticipo sui tempi, Virilio inventò la “dromologia”, la scienza della velocità. Allo stesso modo ci siamo abituati alla catastrofe, come ci siamo abituati alle stragi in mare. L’Isis ha cominciato a giocare al rialzo. Ti faccio vedere, in formato hollywoodiano, l’uomo che brucia».

CMG

«L’hai visto?».

AN

«No, non ce la faccio. Però è chiaro che c’è un spostamento della soglia di percezione. Vedi la parte sulla pornografia nel mio libro. Se vai su YouPorn ci sono milioni di film porno, centinaia se non migliaia di filmati sul prolasso intestinale, cioè quando hai il culo talmente sfondato che ti esce fuori l’intestino. Una quantità di siti di gente che mangia merda. Io da ragazzino vedevo il paginone centrale di Playboy, dove si vedevano i peli della figa, e andavo fuori di testa per tre settimane. Porno-Teo-Colossal doveva essere l’ultimo film di Pasolini, che non ha fatto perché è morto».

CMG

«Comunque ha fatto un film dove si mangia la merda».

AN

«Ne Le centoventi giornate di Sodoma Pasolini rappresenta una élite perversa, che si dedica a pratiche prima demenziali poi omicide. Quello che per lui era espressione di un potere impazzito ora è diventato, come dire, nazional-popolare. Oggi un qualunque ragazzino ha visto più fighe di quelle che ottant’anni fa un libertino pieno di soldi avrebbe visto in tutta la vita. Leggevo di un aumento preoccupante dei casi d’impotenza giovanile. Che cosa immagini, dopo che hai visto tutte le perversioni del mondo?».

CMG

«Proviamo a chiudere con una nota non apocalittica».

AN

«Non credo che ci sia un processo in atto, ma penso che a un certo punto ci sarà una rottura e si ricomincerà in un altro modo, con ciò che ha sempre tenuto assieme l’umanità: l’amore, la bellezza, la cultura e lo studio. Studium, che in latino vuol dire anche amore».

Commenti
4 Commenti a ““Anteprima mondiale” di Aldo Nove, vent’anni dopo “Woobinda””
  1. Nicolo1968 scrive:

    Bell’ articolo, concordo con la definizione di social network.

  2. Kaneda scrive:

    Bella intervista. Aldo Nove sembra arrivato dal ’98, forse anche dal ’99.

  3. Lori scrive:

    Bell’articolo e altrettanto bella intervista.
    Grazie!

  4. SoloUnaTraccia scrive:

    Molto banale, ma a questo punto necessario.

    Per chi può, meglio Baudrillard.

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