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Antifascismo oggi: una lettura queer de “Il giorno mangia la notte”

di Chiara Mogetti

Per un periodo della mia vita ho praticato street fighting, una disciplina sportiva che prende le mosse dall’autodifesa. Complici ginocchia e caviglie inaffidabili, l’esperienza si è conclusa nel giro di pochi mesi. Nonostante questo, quelle serate hanno lasciato il segno. E non mi riferisco ai lividi che riportavo a casa con soddisfazione o, almeno, non soltanto. L’esperienza della mia forza e della mia resistenza, per quanto certamente vi fossero amplissimi margini di miglioramento, mi ha fatto capire quanto nella vita quotidiana, nelle mie scelte e interazioni, la debolezza fisica abbia un suo peso specifico. Forse per questo, quando ho avuto tra le mani per la prima volta l’esordio di Silvia Bottani, Il giorno mangia la notte, edito da SEM Libri, la copertina ha attratto la mia attenzione come un magnete. L’immagine, The Defender, di Tim Okamura, raffigura una donna dalla pelle scura in posizione di guardia, i guantoni sulle mani e un tatuaggio sul braccio.

Naima, una dei tre protagonisti del romanzo, è a sua volta una giovane donna appassionata di kickboxing che vive a Milano con sua madre Fadila, di origine marocchina. Ma la storia non comincia con lei. Le vicende, infatti, prendono le mosse dalla frustrazione di Giorgio, ex pubblicitario in rovina e giocatore d’azzardo patologico, il quale, dopo aver perso l’ennesima cospicua somma di denaro alle slot machine, decide di rivalersi su una passante incrociata per caso. Difficile credere che la scelta della vittima sia casuale: la donna è «un’extracomunitaria» ed è sola, di sera. Giorgio decide di derubarla. La donna lo insegue e, investita da un’automobile, viene ricoverata in ospedale, in coma. La donna è Fadila; il suo tempo sospeso è lo stesso dell’estate milanese di Naima. Il terzo attore della storia è Stefano, il figlio di Giorgio: praticante in un prestigioso studio legale e ben inserito nella buona società cittadina, milita in un gruppo dell’estrema destra. La sua traiettoria incrocia quella di Naima nella palestra che frequentano entrambi.

Le relazioni tra i diversi personaggi si esprimono prevalentemente attraverso la dimensione dello scontro fisico. L’evento scatenante è appunto un’aggressione ai danni di un soggetto percepito come più debole dell’assalitore: una donna, considerata facile da sopraffare e probabilmente passiva, ed “extracomunitaria”, presenza altra verso cui la violenza è sentita come eccezionale rispetto a qualsiasi ordine di legittimità. Esistono, tuttavia, anche spazi codificati di scontro: nello spazio circoscritto di una palestra, Naima e Stefano possono fronteggiarsi ed esprimere la propria conflittualità in maniera lecita e secondo un codice prestabilito. Potremmo inserire anche la cinghiamattanza tra gli scontri messi in scena nel romanzo: durante un concerto, Stefano e il suo migliore amico si scatenano di comune accordo, insieme al resto del pubblico, in una selva di cinghiate reciproche.

Nel romanzo, il vissuto di Stefano in relazione alla cinghiamattanza è descritto così: «Ogni colpo ricevuto era dolore ma anche esaltante esercizio di controllo». Questa formulazione potrebbe ricordare la narrazione che si sente spesso fare delle esperienze di BDSM, complesso di pratiche in cui l’esercizio del potere svolge un ruolo essenziale, particolarmente nei rapporti di dominazione e sottomissione, e in cui la regola fondamentale è rappresentata dal consenso. Il riconoscimento e il rispetto del consenso, nonostante le occasionali realizzazioni viziate di queste pratiche, sono una parte imprenscindibile del gioco.

Ciò che la performance della dominazione/sottomissione consente di mettere a fuoco è come le relazioni e le posizioni che in esse si trovano a ricoprire i diversi soggetti non sono rigide e prestabilite, ma relative e oggetto di costante negoziazione. Le identità, così, come insegna Paul Preciado, non sono più essenze determinanti ma, piuttosto, protesi a disposizione dei soggetti che le performano. In questo modo, diventa possibile porsi la seguente domanda: cosa viene scambiato all’interno di quel rapporto? Se ci interroghiamo in questo senso troviamo che, tornando al romanzo di Bottani, se in una sessione di cinghiamattanza saper ricevere i colpi è un esercizio di controllo, in una sessione di BDSM a esercitare il controllo è lo stesso soggetto che gestisce il potere. Nel primo caso, il potere coincide con la resistenza all’altro, mentre, nel secondo, il potere comporta una responsabilità di ascolto, rispetto e cura del partner.

Le relazioni conflittuali messe in scena da Bottani possono essere ricondotte a dei tipi. Si potrebbero contrapporre i conflitti asimmetrici, avulsi da logiche di legittimazione, a quei conflitti che avvengono in spazi segnati e codificati, in cui la legittimità dello scontro si fonda sul riconoscimento reciproco e sul consenso. Tra questi ultimi, potremmo ancora distinguere due modelli relazionali: quello della resistenza e quello dell’accoglienza – il modello della cinghiamattanza e quello del BDSM. Lo scontro tra Naima e Stefano assomiglia molto a questo secondo tipo. Eccetto che per una consapevolezza mancata che, invece, è stata da lungo tempo interiorizzata negli spazi queer, in cui molteplici soggetti marginalizzati, eccedenti, hanno dovuto reinventarsi: corpo e linguaggio si tengono insieme e si ricreano reciprocamente.

I due personaggi ricorrono a uno strumento, per aggirare qualunque ruolo agito o subito, che coincide con la rimozione del linguaggio. Negoziano il loro rapporto attraverso una comunicazione essenzialmente fisica, pre-linguistica, rivendicando la loro semplice presenza. La loro strategia funziona per rompere la morsa dell’ideologia sul reale ma è impossibile continuare a vivere ignorando il rimosso linguistico. C’è un altro personaggio nel romanzo, un fascista omosessuale, che a sua volta vive un conflitto fra l’esperienza del corpo desiderante e l’adesione ideologica. È forse l’unico a capire veramente che conciliazione e negoziazione non sono possibili senza la rinuncia a un’immagine stabile di sé. La fine del romanzo non può che restare aperta perché ci sarebbe bisogno di trovare una forma aperta del linguaggio, negoziata e relativa, che nessuno osa cercare.

La maggior parte dei testi che si occupano delle mutazioni del fascismo nel contemporaneo, qualunque ne sia la visione del mondo, sono di tipo saggistico: si va da Il fascismo eterno di Eco a Chi è fascista di Gentile, da Mussolini ha fatto anche cose buone di Filippi a Perché l’Italia diventò fascista (e perché il fascismo non può tornare) di Vespa, da Ho sedici anni e sono fascista di Raimo a Istruzioni per diventare fascisti di Murgia. Se ne parla molto. Quantomeno, si può affermare con sicurezza che il dibattito attorno al tema è tutt’altro che sopito. Tuttavia, testi narrativi che contribuiscano ai processi di significazione del fenomeno non sono molto diffusi. Potremmo pensare che la nostra società si trovi a vivere un’impasse simile a quella personaggi.

Il dibattito tende a scivolare sui binari di un circolo vizioso che gira intorno al perno della definizione di fascismo – cosa è fascismo e cosa non lo è – mentre ogni altro canale di comunicazione frana. Dialogare con il fascismo è impossibile senza convalidarne il sistema di segni – il quale, in quanto assoluto, è irriducibile – e, allo stesso tempo, c’è da chiedersi come riconoscere e allargare gli spazi di cambiamento individuale e sociale, che sono poi spazi di relazione. Il BDSM ha rappresentato per molte e molti una possibilità per reinventare la propria posizione rispetto all’altro da sé. Non è l’unica naturalmente, ma può rappresentare un’occasione per interrogare il modo in cui negoziamo il potere. La narrativa, a sua volta, per quanto non possa e non debba dare risposte definitive, costringe il lettore a interrogare le proprie categorie di relazione. L’esordio di Silvia Bottani, anche grazie alla sua accessibilità e a un meccanismo di trama ben oliato, può rappresentare un buon passo in questa direzione.

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