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Un mash-up letterario: Fantasmagonia in una Fiaba d’amore

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(Immagine: Virginia Zanetti, Infinito-Due ma non Due. Fonte.)

Un mash-up è un brano musicale costruito mescolando due brani, per lo più con la base strumentale di uno e la voce dell’altro. Una sorta di collage sonoro, insomma. MTV dedicò a questa tecnica un’intera trasmissione, MTV Mash, YouTube è generoso in esempi e possiamo anche spingerci a considerare un mash-up la miscela fra l’inno inglese e quello americano suonata da Glenn Gould.

Quello che segue è un mash-up fra due libri. Per la precisione, fra un romanzo breve (una fiaba?) e un racconto (un manuale?).

La storia del recente piccolo libro di Antonio Moresco, Fiaba d’amore (Mondadori) è quella di una bellissima ragazza che s’innamora di un barbone, il “vecchio pazzo”. Già con i libri precedenti di Moresco veniva da chiedersi quanto i suoi personaggi siano considerabili dei fantasmi, ma la sua è una letteratura di quelle che rende difficile, se non fuori luogo, distinguere un fantasma da una presenza che va ben al di là di quella categoria, perché è già la distinzione fra mondo e oltremondo a saltare. Del resto, è lo stesso Moresco, nelle sue interviste, a scoraggiare l’utilizzo dell’etichetta di fantasma per personaggi che preferisce pensare più semplicemente – e realisticamente – in termini di “personaggi letterari”.

Se si vuole cercare di vederci un po’ più chiaro, una possibile cartina al tornasole c’è. La offre un racconto di Michele Mari, Fantasmagonia, che dà il titolo alla raccolta omonima (Einaudi, 2012) e dove l’autore elenca diciannove caratteristiche che una persona deve presentare per diventare poi un fantasma.

Ecco, si può provare a leggere Fiaba d’amore di Antonio Moresco con gli occhi di Fantasmagonia di Michele Mari, punto per punto e senza altre parole che quelle degli autori, e vedere di capire meglio se il vecchio pazzo diventa un fantasma o se è il caso di lasciar perdere quella categoria.

La posta in gioco è più alta di quel che sembra. Non un ludico accostamento – o mash-up, dicevamo – fra due racconti e due autori, ma un piccolo strumento in più per mettere alla prova quella verità di cui certa letteratura cerca meravigliosamente di persuaderci: che un mondo infestato è un mondo più rassicurante.

Ora il mash-up. Le parole di Michele Mari in corsivo e quelle di Antonio Moresco in tondo. Play.

1, o del male

È necessario che egli sia moralmente già morto prima di morire.

Neanche lui sapeva chi era stato. Ricordava solo che tutto l’aveva deluso, che aveva abbandonato la sua casa, la sua vita, e che si era messo a dormire per strada, al freddo, nel mondo vuoto.

2, o del luogo

È dunque fondamentale che il recluso trascorra gli ultimi tempi di vita recluso in ambito certo.

Stava in un posto che non interessava a nessuno e che nessuno gli contendeva, una piccola rientranza dove quando pioveva gli cadeva l’acqua sul volto, e quando nevicava veniva ricoperto da un velo bianco.

3, o dell’immutabilità

Questo grande odiatore del mondo sarà conseguentemente schiavo di se stesso id est della propria casa.

Non si alzava mai dal suo giaciglio di cartone e di stracci.

4, o della casa come tana

Specchio della mente del suo proprietario, la casa ne sarà anche il corpo.

Il vecchio stava sempre coricato sul suo cartone, non solo di notte, anche di giorno.

5, o dell’umidità

La casa abitata da chi la abiterà come fantasma deve essere umida.

Di mattina si sveglia sul cartone bagnato ricoperto dell’umidità della notte.

6, o della penombra

Offeso dal mondo, il candidato percepirà oltraggio in ogni fonte troppo viva di luce.

Era una luce diversa da quella che c’era nella città dei morti, perché là la luce non si vedeva ma ci si vedeva mentre qui la luce si vedeva ma non ci si vedeva.

7, o del sussurro

Messosi da sé in condizione di non dovere interloquire con chichesia, il solitario si lascia sovente sorprendere nell’atto di parlare con se stesso.

Il vecchio non parlava con nessuno e non parlava neppure tra sé, come fanno molti straccioni. Parlava solo, di tanto in tanto, con quel colombo che si fermava vicino al suo giaciglio di cartoni e di stracci.

8, o dell’errore popolare

In realtà persona e fantasma non possono essere distinti nemmeno linguisticamente, non essendo alla fine se non una sola cosa.

Era proprio come nella città dei vivi. Solo che nella città dei morti non sai mai che sei morto, come in quella dei vivi non sai mai che sei vivo.

9, o della continuità

Tolto il destino della materia corporea, non si dà in effetto un significativo cambiamento fra lo stato del vivo e quello del fantasma.

Il vecchio preferiva dormire in strada anche lì, perché, come non aveva trovato posto fra i vivi nella città dei vivi, così non lo aveva trovato nella città dei morti.

10, o dell’aritmomania

“I fantasmi non esistono”, dicono i genitori ai bambini per tranquillizzarli: impeccabil sentenza: non esistono perché essi SONO.

“Io ho indovinato chi sei… ti ho riconosciuto…”

11, o della paura

La paura delle proprie angosce diventa facilmente paura di se stesso.

“Com’è possibile?” si domandava continuamente, con la testa sul marciapiede duro e fradicio.”

12, o del rimpianto

Incline a una morbosa autocommiserazione, il predestinato ama indugiare sui pensieri di morte.

“Avevo fatto bene a lasciare questo brutto mondo.”

13, o della vendetta

Il fantasma ricorderà solo di essere stato un odiatore: fedele a questo impegno continuerà a odiare.

“Ma, se non bisogna credere alle parole, se la parole non sono niente, non valgono niente, allora perché le persone parlano, parlano…?”

14, o del trasalimento

Già in vita il fantasma si era educato a un’esistenza di trasalimenti.

Si guarda attorno e per un po’ non ricorda neppure chi è, non riconosce le strade e il mondo che poco a poco affiorano davanti ai suoi occhi cisposi.

15, o della noia

Prigioniero di sinuose catene obbligate di pensieri e di gesti, e prima e dopo il trapasso il fantasma è tetramente annoiato.

La vita dello straccione è immobile e senza speranza.

16, o dell’acronia

Già da vivo il segnato tenderà a contaminare le fasi della propria vita ricordandole come coeve.

“Io ti prometto un tempo che non passerà” gli sussurrò un giorno lei.

17, o della commozione

Incapace di sciogliere il ghiaccio dei propri blocchi esistenziali, il futuro fantasma è pressoché escluso da un autentico commercio umano.

Nessuno sapeva chi era, neanche gli altri straccioni, perché se ne stava sempre da solo, non parlava mai con nessuno.

18, o della massima aspirazione

A cosa tende, una volta fantasma, il fantasma? A por fine alla propria sofferenza.

“‘Voglio morire!’ avevo detto agli dei.”

19, o del riconoscimento

Chi versa in uno stato prefantasmatico, per quanto imperfetto e discontinuo questo possa essere, ha in certi momenti la facoltà di riconoscere una casa-fantasma.

“Fermiamoci qui. La fiaba è finita. Lasciamoli dormire abbracciati. Non c’è nient’altro. Hanno attraversa la vita e la morte per potersi incontrare. Sono stanchi. Hanno sofferto molto. Se lo sono meritato. Non c’è nient’altro da raccontare. Nella vita non c’è nient’altro. Non c’è nient’altro.”

Lorenzo Alunni è nato a Città di Castello nel 1983. Ha un dottorato in antropologia e attualmente vive a Parigi, dov’è Fernand Braudel Fellow all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales. È co-organizzatore del festival di libri CaLibro, a Città di Castello.
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