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Antonio Muñoz Molina, New York e il caso degli scrittori scomparsi

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Sempre più spesso, una domanda mi ronza in capo, e somiglia tanto a quella che ossessionava Holden Caulfield: “Dove andavano le anitre? Chi sa dove andavano le anitre quando il laghetto era tutto gelato e col ghiaccio sopra. Chi sa se qualcuno andava a prenderle con un camion per portarle allo zoo o vattelapesca dove. O se volavano via”. La vocina che perseguita me, però, fa così: “Dove andavano gli scrittori stranieri? Chi sa dove andavano gli scrittori stranieri quando nessun editore italiano era più disposto a tradurli e pubblicarli. Chi sa se qualcuno andava a cercarli con una telefonata per sentire se avessero scritto qualcosa di nuovo o con un’e-mail. O se avevano proprio smesso di scrivere”.

Un’altra voce, più angosciante: “(…) Chi sa se qualcuno andava a prendere con un automezzo i loro libri per portarli al macero o vattelapesca dove. O se li bruciavano”.

Un critico militante che venga a proporvi, con fare sussiegoso, una qualsiasi gerarchizzazione della produzione letteraria degli ultimi decenni, o dell’ultimo anno, o persino dell’ultimo mese, è un impostore, e sarà bene tenerlo alla larga: pretendere di avere sotto controllo la quantità immane di volumi che mensilmente compaiono nelle librerie, e che ne escono in un batter d’occhi, è peggio che una pia illusione, è una frode consapevole, commessa nei confronti dei propri lettori, o una patetica sopravvalutazione delle proprie forze.

Cioè, una delle ricadute della manìa editoriale che è in atto sull’attività del critico consiste nella sopravvenuta necessità che questi imbrogli gli altri o sé stesso: e nulla, proprio nulla, sta a garantire che le procedure di obsolescenza ed esclusione di un autore siano ispirate a un qualche standard qualitativo. Gli scrittori scompaiono: dalle librerie, dalle graduatorie e, poi, scompaiono anche fisicamente, muoiono, senza un perché, passando sotto il naso dei critici, che spesso sono sensibili alle deprecate (e deprecabili) sirene del marketing più spicciolo. Insomma, non è affatto detto che uno scrittore scompaia per demeriti propri, mentre è del tutto certo, invece, che ciò accada, spesso, per colpa della nostra disattenzione.

Qual è il ciclo di vita editoriale di uno scrittore non alla moda? Dieci anni? Di meno, forse, a patto che esso non riesca a conquistare qualche nuova edizione, estremo trampolino per chi non ce l’abbia fatta ad affermarsi in precedenza: esaurita anche quest’occasione, addio. Che il boom dei social, poi, abbia accelerato il processo di decadimento e di obsolescenza di certi autori non abbastanza socializzabili sembra un fatto: se Twitter o Facebook o le fotografie instagrammabili del volume abbinato alla spremuta d’arancia della prima colazione e a qualche nobile mano femminile sono diventati il canale privilegiato di diffusione delle novità per una determinata categoria di editori, quelli “indipendenti”, qualche domanda bisognerà pur porsela: quando funziona, l’ecosistema social è violento quanto un algoritmo che, per l’appunto, funziona, nel discriminare gli scrittori socialmente spendibili da quelli che non lo sono, e pochissimo lo sono gli autori pubblicati da grandi editori nella seconda metà degli anni Novanta o nei primi anni Zero, giusto un pelo prima dell’avvento degli stessi social e, perciò, irrimediabilmente out of date, a meno di improbabili ripescaggi.

Non più avvistabili da un qualsiasi radar critico né tantomeno editoriale, perché i suddetti editori “indipendenti” sembrano tali, cioè indipendenti, da tutto, fuorché dal chiacchiericcio social che determina il loro sostentamento, e non avrebbero alcun motivo di andare a recuperare quegli autori che sono stati già marchiati come mainstream, essendo transitati per i colossi dell’editoria.

Insomma, intorno al passaggio di millennio, la crescente socializzazione dei gusti letterari ha prodotto un’estremizzazione delle richieste che avanziamo nei confronti della letteratura, dalla quale pretendiamo in misura via via maggiore di fornirci una o più identità inattaccabili, attraverso l’utilizzo di citazioni tratte dai testi e di atmosfere inebrianti e riconoscibili, da condividere ai fini della glorificazione del lettore che abbia avuto il buon gusto di ricopiarle. Dal momento che né un’appartenenza politica né una religiosa sono più in grado di allestire un corredo valoriale che ci consenta di emergere, un certo ceto medio-alto, preoccupato più del proprio posizionamento sociale che della propria sopravvivenza quotidiana, ha proceduto con la copiosa mitizzazione di certi altri autori che, nel giro di pochissimo, sono diventati imprescindibili e globalmente riconosciuti, vere e proprie litstar mediatiche alle quali ogni successivo passo falso in termini di nuove pubblicazioni verrà perdonato, una volta raggiunta tale invidiabile condizione.

Esiste, insomma, o si spera che quantomeno esista ancora,tutta una razza di scrittori scomparsi che, però, meriterebbero (più di altri, di tanti altri, di tantissimi altri) di avere ancora una vita editoriale italiana e che, invece, non vediamo più sugli scaffali delle nostre librerie: scrittori dispersi che, da un certo punto in poi, nessun nostro editore ha voluto più tradurre, nonostante i loro libri, al momento della pubblicazione, avessero ricevuto non pochi elogi. Si tratta, però, di autori che, nel corso del decennio precedente all’attuale, non sono riusciti a diventare di moda e dei quali si sono perse le tracce, tanto che risulta difficoltoso persino appurare se abbiano continuato a scrivere o se si siano dedicati ad altro, come nel caso dello spagnolo Antonio Muñoz Molina: il sito web a lui dedicato è un labirinto inestricabile, per di più congegnato in una lingua ostile e, se la sua bibliografia risulta lunghissima, è altresì vero che essa sembra allineare soprattutto le moltissime nuove edizioni di libri datati, anzi non datati, perché manca l’anno della loro prima pubblicazione e si è costretti al raffronto con Wikipedia, laddove le lacune si fanno abisso e sembranulla l’attività dello scrittore, a partire dal 2009.

Che cosa ne è stato, poi, di Anne Fine, pubblicata da Adelphi sul finire dei Novanta? Lo diciamo a Liddy? Una commedia agra era un capolavoro, probabilmente. E Jean Rouaud? Anche la sua tetralogia familiare e della memoria era un capolavoro, probabilmente, e lo era di certo Il mondo pressappoco, la sua terza puntata. Lo scrittore francese, oggi sessantacinquenne, è un altro che non è uscito vivo dagli anni Novanta, almeno in Italia, anche se la traduzione dell’ultimo tassello di quel ciclo di romanzi, Lista di nozze, è del 2002: dopodiché fine, bastò così, Rouaud non “funzionava” più o non aveva più probabilmente mai “funzionato”.

Ma torniamo a Muñoz Molina, del quale è sufficiente, o dovrebbe esserlo, un libro, uno solo, per assicurare allo scrittore un’adeguata sopravvivenza: Finestre a Manhattan. Il periodo d’oro di colui che, all’epoca, era “il più giovane membro dell’Accademia Reale di Spagna”, oggi sessantaduenne, è terminato da un pezzo: colpevoli, forse, i deludenti racconti di Niente dell’altro mondo, risalenti al remoto decennio 1983-1993 ma tradotti in Italia da Mondadori in quel 2004 in cui egli risultava, come da seconda di copertina, “tra i più significativi scrittori contemporanei di lingua spagnola”. Quanti anni sono che un suo libro non viene tradotto nel nostro Paese? Più di dieci, pare. Disperso: eppure si trattava di un autore targato Mondadori, Feltrinelli, Einaudi e Passigli, non proprio gli ultimi editori arrivati. Nel 1992,a soli 36 anni, veniva definito “il capofila della nuova narrativa spagnola”, quando, forse, non ne aveva il diritto, essendo reduce da prove alquanto deludenti ed epigoniche all’insegna dell’hard-boiled, culminate (per modo di dire) in L’inverno a Lisbona: Muñoz Molina raggiunse il successo, cioè, proprio con le sue opere peggiori, come talvolta càpita, qualora si copi un modello già affermato e ci si inserisca in un filone prospero.

E càpita, insomma, che i libri pubblicati nel circuito mainstream, dopo dieci anni dalla pubblicazione, siano più difficili da reperire, rispetto a quelli degli editori cosiddetti “indipendenti”, piccoli e medi, che dimostrano un’altra cura e un’altra attenzione ai propri titoli, garantendo loro una maggiore “durata”, e quindi la stessa sopravvivenza.

Finestre di Manhattan, invece, pubblicato nel 2004 in spagnolo e tradotto due anni dopo nella nostra lingua, viene presentato come un romanzo ma non lo è per niente: diario autobiografico e, soprattutto, canto d’addio e poema d’amore per New York, la vetta urbana del Novecento, secolo e città dei quali l’autore assiste allo struggente tramonto. Scritto nei mesi precedenti, contemporanei e successivi all’11 settembre del 2001, esso è innanzitutto una dimostrazione di come ogni poesia non stia altro che nel ricordo e ciò che resta al lettore non deriva da frasi ricercate né da escogitazioni lungamente elaborate: resta la banalità quotidiana della gioia di vivere a New York e il risultato di tanta banalità è semplicemente poesia, ma non c’è un solo capoverso che riesca a fissarla sul foglio, e resterà vuoto anche il bloc-notes per le citazioni da tramandare che siamo soliti tenere accanto a noi, come per imparare e replicare un’espressione della prosa che sia stata particolarmente felice.

Già, perché l’espressione felice, stavolta, è l’espressione di uno che è felice, nonostante tutto, nonostante lo sradicamento, il senso d’estraneità e il pericolo dei giorni più foschi del continente americano: nessuna paura delle ripetizioni e andamento concentrico della prosa, perché la vita è così, cioè quale vita non è così? Un narratore sufficientemente illuministico, dotato di senso comune e di una fiducia limitata e serena nelle capacità della ragione,un quaderno “di fogli bianchi con la copertina blu”, l’amato pennarello, un uomo che guarda: “Ogni mattina apro gli occhi con una sensazione di attesa che mi spinge ad affacciarmi alla finestra per vedere che cosa mi riserva la luce del nuovo giorno”. Un uomo, anche, che cammina senza meta, un bighellone che vive nei caffè e nelle librerie, che prova le sensazioni comuni del turista all’interno di un contesto, però, straordinario: “Qui non sono nessuno, o sono un Signor Nessuno, e tuttavia sono più che mai me stesso, più che in qualunque altro luogo”. Un miracolo, infine: trecento pagine sulla New York dell’11 settembre senza che si riescano a capire le opinioni politiche dell’autore.

L’attenzione di Muñoz Molina agli ultimi, agli homeless, la sua frequentazione dal basso della città verticale per eccellenza, non può non richiamare i lavori di un altro cantore di New York, lo storico scrittore del “New Yorker” Joseph Mitchell: memorabile è il suo Il segreto di Joe Gould (in inglese, Up in the Old Hotel), tradotto da Adelphi nel 1994 e pubblicato in edizione originale soltanto un anno prima, benché raccolga due testi usciti su quella rivista rispettivamente nel 1942 e nel 1964, due profili di uno stesso mitologico personaggio, frequentatore dei bassifondi metropolitani. Ma, venendo a noi, a noi che disponiamo di reportages newyorkesi di altissima qualità letteraria, impossibile non riandare alla prima metà del secolo e non ripensare al Mario Soldati di America primo amore, di cui Finestre a Manhattan, osando un po’, potremmo dire che sia l’ideale continuazione, a testimonianza di un sogno americano che resiste, proprio nel momento in cui contro di esso veniva sferrato l’attacco più duro. Certo, Muñoz Molina non è supportato dal lirismo di Soldati, né dal sensualismo (stilistico, oltre che applicato in numerose scorribande erotiche) del Goffredo Parise trentunenne del 1961. A tale data risale la prima corrispondenza americana dello scrittore veneto, mentre la seconda è di quindici anni più tardi, entrambe raccolte nel 1990 nell’introvabile Odore d’America, all’interno della sfortunata collana mondadoriana Oscar Originals (a tal proposito, se fosse in ascolto qualcuno in possesso de La vita in una pagina di Giorgio Scerbanenco o di Storie dell’Italia minore di Giovanni Arpino si faccia vivo e non sia esoso), oltre che, successivamente, nel rizzoliano New York del 2001, a cura di Silvio Perrella, altrettanto introvabile. Se quelle del 1961 sono lettere indirizzate a un certo Vittorio, amico dell’autore, i testi del 1976 sono quelli di otto articoli pubblicati sul “Corriere della Sera”, ma è la struttura della narrazione a interessarci, cioè la più pura elencazione. Parise registra, così come Muñoz Molina, come se New York, ancor più che ogni altra città che ci si trovi a visitare, spingesse soltanto all’affastellamento degli impulsi, più che alla loro sintesi.

“Guardo e scrivo”, nient’altro: così, lo scrittore spagnolo, così lo scrittore veneto, che accumulano e procedono dando retta a un’insensata, inverosimile volontà di esaurire New York, nelle sue manifestazioni jazz e pittoriche, artistiche e antropologiche, nella sterminata superficie della sua modernità. Anche se, in realtà, il Parise del 1961 non sembrava tanto entusiasta e riusciva in drastico anticipo a notare i segni della decadenza, ben rappresentati da una metropoli “veramente sporca e vecchia” e che, ciononostante, restava “la città al mondo che mi ha più emozionato”. Nel 1976, di nuovo nella “vera capitale del Nuovo Impero”, ogni malinconia sembra sparita e New York merita il riconoscimento più alto, l’accostamento imprevisto: essa è, “insieme a Venezia cui non troppo stranamente somiglia, la città più bella del mondo”. Che cos’era successo, nel frattempo? Ovviamente, Parise era cresciuto ed è singolare che l’età del suo secondo viaggio corrisponda esattamente a quella del Muñoz Molina di stanza a Manhattan, si aggiri cioè intorno ai quarantacinque anni, gli stessi del Pier Paolo Pasolini che, intervistato da Oriana Fallaci nel 1966 per “L’Europeo” (con il titolo di “Un marxista a New York”, ora reperibile in due volumi dell’autrice:Viaggio in America Pasolini. Un uomo scomodo), confessava: “New York non è un’evasione: è un impegno, una guerra. Ti mette addosso la voglia di fare, affrontare, cambiare: ti piace come le cose che piacciono, ecco, a vent’anni”. L’età giusta per conoscere New York, insomma, sembra quella mediana, quando la disperazione di non poter più trasformare la propria vita non è ancora subentrata e quando non si hanno più vent’anni, ma si riesce a ricordare intensamente la sensazione di come fosse averli.

Poi, certo, bisognerebbe dire qualcosa di Sefarad, il precedente capolavoro di Muñoz Molina, “un romanzo di romanzi” (come da sottotitolo eccessivamente didascalico dell’edizione italiana) che ha al proprio centro il tema del male politico e che è sottilmente collegato a Finestre di Manhattan, nel senso che laddove finisce uno comincia l’altro, ma gli ami che sono stati gettati potranno bastare a pescare chi vorrà fuoriuscire dal giro dei soliti noti e scoprire un autore che non avremmo dovuto dimenticare. Nell’impraticabilità contemporanea di ogni intento gerarchico, nell’accettare che sia illusoria per il critico letterario una qualsiasi padronanza sulla produzione editoriale che permetta di stabilire un canone o di selezionare per un segmento temporale le migliori uscite librarie, è molto utile, invece, ragionare sui fattori distorsivi che provocano certe sparizioni e favoriscono certe catene mimetiche che finiscono per issare su di un piedistallo chi non meritava affatto tale collocazione: quando i libri di Muñoz Molina cui ci siamo riferiti sono stati pubblicati, i social non esistevano – tanto per dire di un canale di diffusione sul quale stanno molto contando gli editori, soprattutto quelli indipendenti –, ma il punto è che, anche se fossero esistiti, è difficile che egli avrebbe potuto trarne giovamento, in quanto scrittore un po’ fuori dal tempo, resistente a ogni teoria della letteratura e, soprattutto, poco funzionale alla citazione ammiccante e spiazzante che sembra andare per la maggiore nei luoghi della letteratura online. La questione è riassumibile in una domanda, stante il diverso trattamento che gli editori minori riservano ai propri autori e di cui si è detto: qual è il destino degli scrittori “minori” degli editori maggiori? Inoltre: siamo sicuri che il battage pubblicitario che si allestì a suo tempo sull’essere Muñoz Molina “il più giovane accademico di Spagna” sia andato a suo vantaggio e non abbia invece contribuito a nuocergli alquanto? In tempi che andavano verso il più generico e conformistico ribellismo anti-Sistema, verso il grillismo globale, egli sembra avere avuto il torto di rappresentare per una manciata d’anni una sorta di scrittore istituzionale, proprio quando esserlo stava rapidamente diventando uno stigma. Quello di chi scrive non è stato un vezzo da investigatore dell’insolito ed è stata piuttosto l’espressione in prosa di una paura: il caso vuole che Muñoz Molina sia uno dei suoi scrittori preferiti e che la scomparsa, uno dopo l’altro, di alcuni di loro lo spaventi, come se anch’egli dovesse a poco a poco sfilacciarsi e cedere di fronte a un potere muto.

Sono nato sul crinale che, per fortuna, divide la Valdichiana dalla Val d’Orcia: così, lo scontro di civiltà non degenera in rissa quotidiana. Dottore di ricerca in Filosofia, ma non importa, non ci capivamo: Orwell mi sembrava un filosofo, Heidegger un sofista (per non dire peggio), e nessuno era d’accordo con me. Insomma, ero stufo e mi sono messo a rileggere i libri che mi piacevano da piccino. Sono stato educato alla scuola critica di Carlo Monni: “La poesia è un brivido, tutto il resto è letteratura”. Proprio del resto, però, tocca occuparsi. Secondo me, avrei fatto meglio, in generale, a mettere su una band shoegaze, ma non sapevo né suonare né cantare, e sarei stato perfetto.
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