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Antonio Pascale e le aggravanti sentimentali

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Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

È un’aggravante pensare alla felicità e non trovarla, oppure perderla, o anche non capirla più. Guardare il cielo, godersi un meraviglioso tramonto, in luglio al Gianicolo, da solo su una panchina aspettando gli amici, e chiedersi se sia tutto un caso, una presa in giro: gli eventi si muovono uno dopo l’altro, uno dietro l’altro, e non abbiamo nessuna vera libertà per cambiare le cose, anche quando crediamo di avere il potere, il controllo, di essere capaci di vivere bene senza fare del male, prenderci tutto e guardare anche le stelle.

Con le donne, per esempio. Con l’amore. Con gli eventi che a un certo punto, in questa indagine sentimentale piena di romanzo, e una voce narrante che ha comprensione e tenerezza per l’umanità imperfetta, cominciano a precipitare. Antonio Pascale, scrittore, fa parlare Antonio Pascale, scrittore, e gli amici svagati e assorti in conversazioni e litigi, passeggiate e progetti artistici, momenti comici e nevrotici, rabbia e dolore che non vorrebbero mai gridare, in nome dell’ironia, appunto, e di un bellissimo luglio in città.

Invece anche l’infelicità esplode, perché si possono fingere i sentimenti che non si hanno, forse, ma non si possono nascondere, mai troppo a lungo, quelli che si hanno. “Ci siamo alzati e abbiamo preso a camminare come addolorati, ognuno con il proprio passo, distanti l’uno dall’altro, facendo finta che in fondo era stata una cosa da niente”. Come ne L’informazione di Martin Amis, dove gli uomini che piangono di notte nelle città dicono: niente, non è niente, solo un sogno triste. Le aggravanti sentimentali (Einaudi) è un passo avanti, in profondità e compiutezza, rispetto all’incipit ideale, Le attenuanti sentimentali (2013) e contiene i sogni tristi, gli eventi precipitati, non solo l’allegria malinconica, i patti tra gli amanti e le accuse dell’amica Paola: “C’è che secondo me voi non avete il senso del tragico e questo è un limite”.

Ridere di tutto

Ridere di tutto forse è una mancanza di coraggio, è un’aggravante, un modo cinico di essere schiavi di comportamenti  identici, e poi il tempo passa e la felicità è in ritardo, o forse è già perduta o siamo noi a farla scappare: bisogna riacchiapparla, provare a rammendarla.

“Ma così non si risolve davvero il problema. È per questo allora che cerchiamo di sopravvivere a noi stessi? Fare figli, creare opere d’arte: il ricordo di noi sopravviverà in quelli che restano, nella nostra comunità, nella famiglia. Un’altra strategia contro la morte? Ma come dice Woody Allen: non mi interessa l’immortalità attraverso l’arte, io non voglio morire”. Allora bisogna restare qui, nel presente, abbandonarsi alla bellezza, all’amore che c’è, e averne un’illimitata cura.

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