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Geografie dell’esilio

Il 25 marzo 2012 moriva Antonio Tabucchi. Lo ricordiamo con un pezzo di Marino Magliani.

di Marino Magliani

IJmuiden, marzo, 2013

Caro Antonio,

a novembre mi trovavo a Genova in Via Cairoli, pioveva, e io cercavo l’odore di minestrone nei portoni. Pensavo a quando ero bambino, a quel detto che si usava in vallata: sali lì che vedi Genova. E pensavo anche a quando ci abitavi tu, ai carruggi pieni di macchine, mentre ora molti vicoli sono isole pedonali.

Giugno. Tanti, quasi tantissimi anni fa. Uscivi all’alba a guardare il porto. Prima di andare a insegnare, prendevi il caffè in qualche bar che magari non esiste più, la giacca leggera, le stradine di Via del Campo che conservavano l’odore della notte come tutte le strade di porto. Attraversavi via Gramsci, poi entravi a Ponte Calvi.

Ti fermavi a guardare le navi, la Corsica Regina, bianca e gialla, una carretta che vomitava macchine e moto, camper e biciciclette e turisti come sbucano gli animali dall’Arca. Quando si spegnevano i motori sembrava che qualcosa si fosse rotto. E tu stavi ancora un po’ lì sulla banchina o ripassavi a Ponte Calvi dopo aver passeggiato fino a Caricamento. E allora incontravi me. Mozzo su quel traghetto che faceva ogni giorno Genova-Bastia. Sbarcavo quand’erano scesi tutti, uscivo a fare un giro in Via Prè, e ti incontravo che ti incamminavi verso l’università. Qualche volta dobbiamo per forza esserci sfiorati. Erano gli ultimi anni italiani per me.

Alle dieci il traghetto risalpava ed ero di nuovo a bordo.

Era l’isola che faceva di tutta quell’acqua un lago e non un mare, la carcassa dove finiscono i sogni dei liguri e dei toscani, i nostri. A me ogni sera mi appariva come a Pereira dev’essere apparsa la boa al largo di Santo Amaro.

Sui traghetti non esistono più andate e ritorni, mattine o pomeriggi. Se te lo chiedono all’improvviso non sai mai se sei in rotta verso Bastia o se torni a Genova. Basta tornare. E all’alba, come un tic, Genova evaporava di nuovo nella calura, tra terrazze e alberi e tetti. Tu, se non eri in facoltà, eri là in mezzo, in una di quelle case a pigna, e lavoravi a Il piccolo naviglio.

Inverno, 2012.

 

A volte la sera – da un po’ di tempo, da quando so che stai morendo – mi chiedo: chissà, i mondi che ha inventato lui ai nomi quando era bambino. Che è un po’ come chiedersi: chissà che posti aveva in mente, o qual è stata la sua cartina geografica. L’Europa di uno scrittore che un giorno sarà uno scrittore europeo. La  manciata di elementi dell’infanzia che possono essere le frazioni attorno a Vecchiano e poi nomi come Pisa, Toscana, Elba, Maremma, oppure nomi lontanissimi come Francia, Svizzera, Germania, perché quando eri bambino tu credo si parlasse parecchio di Germania.

Val Prino, agosto, 2012

Sai che sono stato a Vecchiano?

Sono arrivato a Pisa alle undici, Zé è stata così gentile da mettermi in contatto con Piero Chicca, che è passato a prendermi in piazza della stazione davanti al Cinema Nuovo.

Da ragazzi andavate al cinema a Pisa, tu guidavi una Topolino, a volte eravate in quattro a volte in cinque.

Andavate anche a Viareggio, spiaggia e serate.

La strada che porta a Vecchiano è dritta, qualche incrocio, pianura e colline sullo sfondo. Ecco Vecchiano, mi ha detto Piero. Un paesone giallo, tante case nuove che un tempo non dovevano esserci. E la cosa più importante: aver dato i natali a Tabucchi. Gli chiedo il nome delle rocce ferrigne che si vedono oltre le case. Ce l’ho scritto, dovrei cercare. Ci andavate a giocare da bambini, tu eri un po’ il capetto del gruppo, leggevi ogni libro di avventura e poi li passavi a Piero e agli amici, e là, nella  grotta dove aveva abitato il frate, entravate a cercare i tesori.

Il giorno prima, dal poggiolo che dà sulla notte della mia vallata, ascoltando le rane, avevo scritto: << mi chiedo se il Portogallo fosse mai esistito fin da prima nelle sue mappe, e se sì cosa fosse. Domano vedrò Vecchiano e lo saprò. >>

E ora, mentre Piero parlava, cercavo il Portogallo per le strade e nei giardini pubblici, quelli dove sta il monumento ai Caduti, e oltre le ringhiere. Guardavo tutti quei carsi alle spalle del paese. Vecchiano non conta nulla, forse è davvero come sosteneva Biamonti… Ricordi quella volta a Sanremo? Ma Biamonti non c’era più, c’era solo il premio. Si passeggiava e si parlava dei nostri mari e della luce di Biamonti. E di cosa diceva del suo paese.

Io sono da cancellare, la mia vita non conta nulla, i miei natali non hanno importanza, il mio paese è insignificante…

Ma aveva ragione Biamonti, non conta davvero nulla, per insignificante che sia, un paese natale, ti chiesi. E la gente come te e me, che passiamo la vita a tornare e a chiederci che paese sarebbe se lo vedessimo per la prima volta?

Da bambino mi divertivo a collocare i nomi delle città, dei paesi, e delle regioni, al loro posto. C’era quel detto in vallata: sali lì che vedi Genova. Era una cosa che dicevano indicando col mento il poggio delle Ciaze, come se Genova non dovesse essere poi così lontana, ma giusto dietro la curva del colle che stava di fronte al paese.

Così un pomeriggio che seguii mia madre in campagna, giunto in cima guardai in dirittura delle case di Dolcedo, ma non riuscii a immaginare nulla che potesse essere Genova. Mia madre la faceva semplice, e mi spiegò che era solo un modo di dire. Da quel giorno, ogni volta che salivo sul poggio passavo le ore a cercare Genova. Poi correvo da mia madre, la trovavo inginocchiata che raccoglieva le olive, e le chiedevo di aiutarmi.

Devi sapere che Ciaze era la più bella campagna che avevamo, (sono riuscito a non venderla) te ne ho parlato in qualche mail, era al sole, c’era il timo nell’aria e le farfalle sotto gli ulivi, e c’erano le rocce calde fino a dicembre.

Un giorno mia madre, tormentata dalle domande, mi disse che non vedevo più Genova perché era passata, tutto passava, anche le cose che dicevano.

La Genova che un tempo doveva essere là davanti era quindi alle nostre spalle, e subito dopo qualcosa. Ero convinto che il subito dopo contasse parecchio perché in quegli anni c’era in atto una trasformazione del tempo e delle parole che si usavano per rapportarlo a noi. Ad esempio: per sapere quando era successo una cosa la gente non diceva più dopo la guerra, evidentemente non bastava più, e si voleva sapere quanto tempo dopo la guerra. E per dire che era successa appena dopo la guerra ora si usava: dopo la guerra subito.

Credendo che anche ai luoghi fosse necessario trovare un’altra sistemazione, la Genova che in un primo momento era verso quel davanti futuro che la gente chiamava << in giù >> – come la strada che portava alla città di Porto Maurizio (per andare in città ancora adesso si usa dire vado in giù ) e che avevo inutilmente cercato guardando l’orizzonte dalle Ciaze – quella stessa Genova ora era alle spalle, sulla riva del torrente che dopo Genova passava davanti a casa mia. Ma questo era impossibile, mi dissi, perché alle mie spalle c’era già la Francia e c’era una frontiera. E non c’era posto anche per Genova. Arrivai a una mezza conclusione, e lo confessai a mia madre, che forse Genova non esisteva. Era un modo dire (aveva ragione lei), come quella vecchia che ogni tanto informava noi vicini di casa che andava a Genova (vaggu a Zena), ma la vedevo sempre sulla porta. Questi sbagli si fanno, si confondono i posti reali con dei luoghi che ci inventiamo e viceversa.

Sulla posizione dei nomi, dicevo, la Francia stava dove cadeva il sole, di questo ero quasi sicuro. E il Piemonte in cima alla valle. Immaginavo anche che il mondo continuasse come su di un tavolo, e in fondo al tavolo, dopo il Piemonte c’era la Svizzera, il paese attraverso il quale, sosteneva uno bene informato, passavano ogni anno i turisti tedeschi per venire in vacanza da noi.                                                                                             A pensarci adesso, non conoscendo in quei tempi l’uso di una carta geografica, neanche quella specie di mappa che dovrebbe assomigliare a una lunga linea, dritta come l’orizzonte del mare o storta che assomiglia al giro contorto che fanno i torrenti liguri, non potrei dirti se – a parte Genova che era un modo di dire – quei posti esistevano veramente. Ma forse bisogna ammettere che esistono davvero delle possibiltà, come quella per cui la Svizzera sia una specie di corridoio che sta sopra l’Italia. Uno stenta a crederlo, eppure ci sono cose che si imparano anche senza cartine.

D’inverno, dal Piemonte scendevano le raccoglitrici stagionali. Dalla Francia invece, alla fine dell’estate, tornava mio padre. Varcava quel confine, luogo, regione forse, o una riga che assomigliava alle righe del gioco del fazzoletto, dentro o fuori, dal nome di donna: frontiera. Poi prendeva un treno fino a Porto Maurizio e da lì un autobus e nel giro di poco tempo era a casa. Il tragitto che faceva me lo spiegava mia madre il giorno del suo arrivo. Mi diceva: << Ecco, Marino, a quest’ora papà ha passato la frontiera.>> Eravamo sul poggio delle Ciaze, e io andavo sul bordo della terrazza, guardavo verso il passato, dove sapevo che poi tramontava il sole e mi dicevo: << Ecco, ora ha passato la frontiera e fra poco è a casa.>> Ci metteva davvero così poco, mio padre, ad arrivare, che verso l’imbrunire, quando noi si tornava a casa, lo incontravamo all’ingresso del paese che ci aspettava.

A parte il fatto di entrare e uscire in fretta dalla Francia, allora non mi rendevo bene conto di cosa significasse vivere dalle parti di una frontiera. La Francia, come ogni altra parola, era una parola in dialetto, a fransa. Stava di là del costone, e veniva in mente – come il pane e olio se si ha fame – quando il sole accendeva la striscia d’aria sotto il cielo e le scogliere s’infiammavano come un foruncolo, prima di diventare anch’esse notte. La fame, dunque, un po’ ci giocava, perché era come se la Francia non fosse un posto, ma il tempo preciso che esisteva solo verso l’ora degli sbadigli e dei rumori di piatti e posate, e poi sparisse.

Quando andavo a letto, finita la Francia, per inventarmi il mondo guardavo il vecchio intonaco. Doveva essere così, doveva esistere con quelle crepe lì, non sapevo come, però per qualche istante, prima di addormentarmi, mi ci facevo una mezza ragione.

La sapienza di un bambino non dura a lungo, amico mio, è una conoscenza destinata a sparire, come succede alla notte, che non segue gli scarti di luce della Francia, ma lascia prudentemente il posto al giorno. Si direbbe che l’occhio ha tutto il tempo a disposizione e invece no, non riesce a fissare nulla, proprio perché avviene tutto così lentamente. Non ce ne accorgiamo, è un po’ come se il telo che abbiamo steso tra i nostri occhi e un altro telo, si facesse sempre più trasparente e quando pensiamo di aver individuato il punto del passaggio, scopriamo che lo strappo era ormai da tempo il tutto, il telo finale.

La sapienza di un bambino, dunque, si esaurisce goccia a  goccia, come gli impianti che vedo da qualche anno in campagna per innaffiare la mimosa, è un processo lento che inizia quando gli insegnano a girare le cartine e a leggerle? Ma neanche così finisce l’invenzione del mondo, anzi, per qualche tempo, più da bambini imparavamo a distinguere le forme strane degli stati più ci credevamo capaci di costruire mappe a nostro uso, di dare a quei posti che sono la Francia, il Portogallo, la Liguria, forme animali, gonfie o strette strangolate dall’acqua, che stanno sopra, in piedi, o giù, sdraiate, tristi con la bocca piegata come la Liguria che stava sempre alle mie spalle quando mi facevano le foto.

Io dico che questa Europa personale rallenta soltanto la vera conoscenza geografica, e potrebbe essere qualcosa che se cercassimo troveremmo ancora. In qualche modo dovrebbe assomigliare alla conoscenza in possesso di quei vecchi che si sono fermati alla terza elementare. Ne ricordo uno al paese che per spiegarmi un posto dove si mangiava bene in Svizzera e c’era una bella cameriera, disse che non mi potevo sbagliare: appena entri in Svizzera sulla destra ci sono degli alberi e ci sono dei negozi e vedi la vetrata di un ristorante… Un giorno la cartina geografica sostituisce il mondo preistorico.

Non ti ho mai chiesto quando è iniziato il tuo esilio, nè ti ho mai detto quando è iniziato il mio.

Marzo, 2013

Fra qualche settimana torno in Italia. Uso sempre così impropriamente questo verbo quando parlo del rientro. Tornare in un posto dove si è stati è impossibile almeno quanto tornarci se non ci si è mai stati. Non si torna mai, lo sai. Ormai sono solo cose che si tornano a dire. Oppure si inizia a tornare dal momento in cui si parte? Chi lo sa.

Da maggio ad agosto, ogni anno, come un esercizio, provo a cercare il bambino che dopo la felicità delle Ciaze ha conosciuto tutti i collegi d’Italia, e trovo i collegi e trovo il bambino, ma per tornare a casa dovrei riuscire a portarlo via, e questo non è possibile. Lo convinco, gli dico dai, cosa fai, non vedi che non c’è più nessuno, c’è l’erba nei cortili… Allora viene via, mi dà la mano, ma ogni volta, davanti al cancello mi frega. Uno strattone e corre dentro, si nasconde negli angoli dei cortili.

Nella cartina geografica che m’ero immaginato da bambino, esistevano dunque la Francia, il Piemonte, l’Italia, la Germania e la Svizzera, specie di spessore, di corridoio tra l’Italia e la Germania, e c’era anche la Spagna, non so come e perché esisteva, ma c’era. E non c’era il Portogallo.

Io in realtà, cosa fosse il Portogallo l’avevo ben chiaro, era il purtugallu, l’arancia. Ne avevamo una pianta nell’orto che non sono mai riuscito a mostrarti. In quei tempi l’orto non era nostro, ma di una signora che poi ce l’aveva regalato. In Liguria è ben difficile che ti regalino un orto, ma questa signora, ormai anziana, ricca e senza figli e credo nipoti, voleva così bene a mia madre che in cambio dell’orto non aveva preteso nulla. Era un orto a ridosso di una casa, e se stringo gli occhi lo vedo sempre d’inverno, forse proprio per quella pianta che dissetava i brividi del sole di dicembre. No, non saprei dire quando ho imparato che c’era un Portogallo. Eppure in geografia ero bravino. Sicuramente, quando nelle elementari ho imparato che oltre la Spagna, e prima dell’Atlantico, c’era ancora quel posto con una città che si chiamava Opporto, non ho potuto far a meno di abbassare le palpebre e pensare alla Porto Maurizio della mia valle, e sentire la nostalgia. Significa che ero già lontano. Quando si va via da bambini, amico mio, non si torna più, ecco la verità.

La nostalgia, caro Antonio, la mia almeno, è una sostanza liquida che allaga le terre arse e interne, e per interne intendo quella specie di entroterra, come abbiamo noi in vallata, che ci è concesso di possedere per riempirlo di questa cosa che è nostalgia. Una specie di marsupio, la pancia che cresce con gli anni. Guai se la nostalgia penetrasse i canali del corpo intero e arrivasse ad esempio agli occhi. Ci pensi? E’ un liquido che ammorbidisce, ma se ti chiedessero con cosa non sapresti dire. E’ ogni volta una cosa nuova, le terre arse non potrebbero ribagnarsi della stessa nostalgia contenuta nel tempo. Sprofonderebbero. Ne contengono solo il ricordo, e assieme al ricordo la nostalgia del presente e assieme, a volte, non sempre, di rado forse, ma come capitava a Pereira, la terra si fa palude perché contiene anche la nostalgia per la vita futura.

IJmuiden, 15 marzo 2013

Commenti
2 Commenti a “Geografie dell’esilio”
  1. Maurizio Bettelli scrive:

    Un giorno del 1985 Tabucchi fu invitato a Modena a presentare la sua ultima raccolta di racconti : “Piccoli equivoci senza importanza”. La presentazione era stata organizzata dalla Biblioteca Civica del Comune, che allora era ospitata nelle antiche stanze di Palazzo Sabbatini-Valdrighi in Corso Canalgrande, nel cuore di Modena . Ricordo quelle porte monumentali, quei soffitti affrescati e quegli scaffali antichi che raccoglievano e tenevano in buon ordine le parole del mondo. E ricordo anche il parquet di legno, inossato dal calpestio degli anni, gracchiante dei suoni gracidi provocati dall’interminabile calpestio di curiosi, anziani, ragazze profumate e…
    All’epoca lavoravo alla Divisione Libri delle Edizioni Panini di Modena.. sì sì, proprio quelli delle figurine dei calciator! Per volontà di Franco, uno dei quattro fratelli d’oro dell’editoria modenese, una parte dei tanti denari sfuggiti dalle tasche dei ragazzini, venivano utilizzati per produrre libri d’arte, cataloghi di mostre e pubblicazioni di qualità. Una sorta di sublimazione culturale che avrebbe dovuto alleviare i rimorsi di un senso di colpa originaria.
    Mio fido compagno d’avventure editoriali, e mio amico di antica data fin dai tempi del Liceo, era Alberto Molinari. Assieme a lui, negli uffici della così detta Palazzina Sportiva della Panini, nei lunghi pomeriggi estivi, tra la correzione delle bozze del “Camposanto monumentale di Pisa” e quelle del “Compianto sul Cristo morto” -titoli che allora rappresentavano la punta di diamante della nostra produzione editoriale- avevamo elaborato un’ipotesi di collana editoriale a cui avevamo dato l’emblematico titolo di “Immaginaria”. Si trattava di una serie di libri fotografici in cui, fotografi dotati di una certa sensibilità letteraria, avrebbero dovuto raccontare, per mezzo di scatti originali, una serie di racconti che, a nostro avviso, rappresentavano il meglio della narrativa contemporanea. Compilammo un elenco di titoli che, secondo noi, si prestavamo meglio di altri a questa rilettura in forma di immagini.
    Il primo titolo che secondo noi avrebbe dovuto segnare l’inizio di questa collana era “Rebus”, uno degli undici racconti di Tabucchi racchiusi nei “Piccoli equivoci senza importanza”. A scattare le immagini della narrazione fotografica, avevamo pensato a Luigi Ghirri. Anzi, secondo noi, Luigi avrebbe dovuto essere l’unico fotografo da coinvolgere per la realizzazione delle immagini per i racconti della collana “Immaginaria”. Se non Luigi, chi altri lo avrebbe saputo fare?
    Ne avevamo anche parlato assieme, con Luigi, una volta a casa sua, mentre Dylan in un’altra stanza riempiva l’aria di colori e profumi messicani e Paola non riusciva a nascondere quel senso di meraviglia e paura da quei suoi occhi sempre così neri e sempre così stupiti.
    Fu per questo che io e Alberto, quella sera piovosa del 1985, decidemmo di andare a incontrare Tabucchi, alla Biblioteca Civica del Comune di Modena.
    Entrammo nella saletta dove Tabucchi stava già parlando, cercando di limitare il più possibile lo scricchiolio del legno sotto ai nostri piedi. Tabucchi era seduto a un tavolo, di fronte al pubblico. Accanto a lui Davide Benati e Cinzia Pollicelli. In sala una trentina di persone in ascolto attento.
    I libri sugli scaffali attutivano i suoni e le parole ovattate scivolavano prive di eco tra le pagine di Balzac, Poe, James, Manzoni, Kipling, Sant’Agostino…
    “…La storia intitolata Rebus la rubai una sera del 1975 a Parigi, ed è rimasta sufficientemente a lungo dentro di me da essere restituita in una versione che tradisce sciaguratamente la versione originale. Non avrei niente da obiettare se “Gli incanti” e “Any where out of the world” fossero considerati due racconti di fantasmi, nel senso più vasto del termine; il che non impedisce, naturalmente, che possano essere letti anche in un altro modo…”.
    Io e Alberto ascoltavamo quelle parole, ma i nostri pensieri erano all’unisono concentrati altrove, pensavamo a chissà come avrebbe reagito quel signore con una faccia così joyciana alla nostra proposta stravagante. Avemmo tutti e due l’impressione che Tabucchi fosse troppo serio per ascoltare un’idea come la nostra, proposta da due giovani correttori di bozze impiegati presso un editore, famoso per le figurine dei calciatori, ma con ambizioni importanti e che avrebbe voluto lasciare un segno anche nella cultura altra… alta… alata?
    Tabucchi concluse la sua presentazione ringraziando i curatori e gli organizzatori della serata, rispose con garbo misurato alle domande del pubblico, firmò le copie del libro che gli venivano aperte sul tavolo chiedendo sempre, con voce gentile, un po’ troppo squillante e un po’ troppo toscana, “a chi lo intesto?” e riservando a ciascuno un sorriso da sotto i baffi o da sotto gli occhiali.
    Quando il rito fu concluso ci avvicinammo a lui e ci presentammo. Gli spiegammo brevemente la nostra idea. La cosa gli piaceva, ce lo disse senza tanti preamboli. Ben presto ci ritrovammo seduti al tavolo di un’osteria, a parlare di storie e di letterature, di personaggi finti e reali, di quello che eravamo riusciti a essere e di quello che speravamo di diventare, a tentare di definire quel senso d’indeterminatezza e di inquietudine che ci regala il vivere quotidiano, mentre fuori la notte modenese buttava pioggia contro i lampioni…

    La collana “Immaginaria” che avevamo proposto io e Alberto non vide mai la luce e “Rebus” di Tabucchi non fu mai raccontato dalle foto di Ghirri.
    Nel 1988 da “Rebus” venne tratto un film, con Charlotte Rampling e Massimo Girotti per la regia di Massimo Guglielmi.
    Anni dopo Davide Benati darà le sue luci e i suoi colori per illustrare dodici racconti di Tabucchi in un libro d’autore in forma di calendario, un calendario che non serve per organizzare il tempo, ma per ricordarlo, soprattutto adesso che siamo rimasti soli
    a cercare di definire quel senso d’indeterminatezza e di inquietudine che ancora ci regala il vivere quotidiano.

  2. Gloria Gaetano scrive:

    Racconti, libri di Antonio Tabucchi

    Ho conosciuto Tabucchi molti anni fa a Lisbona, in uno dei caffè che frequentava, quasi sempre da solo, nella sua città di elezione.. Ho amato ogni rigo dei suoi libri, per la sua passione per la verità, del frammento fluido, che si univa agli altri a formare un libro magico e misterioso, come sono tutti i suoi scritti. E’ uno dei nostri scrittori più grandi.Dunque, il suo esordio scandito da tre libri che definiscono la fisionomia di un narratore tra i più originali, il più europeo, della narrativa italiana dopo il ’68. In primo luogo Piazza d’Italia, una sorta di saga familiare, quasi novanta anni di vita in un piccolo borgo toscano (Tabucchi era nato a Pisa), un’antistoria dalla parte dei perdenti sul modello di Cent’anni di solitudine. C’è già prefigurato il Tabucchi futuro (il doppio, il tempo, gli equivoci…) nell’impasto realistico – inventivo in grado di risolvere in avventura della fantasia il filo rosso della storia. Poi ‘Il piccolo naviglio’, nel 1978, ripete la struttura di romanzo-saga che, alla dimensione epico-corale, sostituisce la forma della ricostruzione biografico-famigliare, con la contrapposizione tra la Storia e la storia, un personaggio sconfitto ma non rassegnato, ostinato, tenace. Il tutto in forma circolare che richiama la letteratura orale, con un inizio che è anche inevitabile punto d’arrivo, nella tensione del racconto come macchina incatenata di eventi, allegoria del narrare stesso. Infine i racconti finissimi de’ Il gioco del rovescio’ (1981) dove, all’ombra ormai diffusa di Pessoa, affiora il tema del rovescio come costante indagine entro il risvolto segreto e insospettato dell’esistenza. Per la prima volta prende corpo il ricordo di una Lisbona reale e fantastica attraverso la sua immagine capace di rivelare, nei suoi segni, le connessioni che trasformano i dati di un’esistenza in destino, degradato o derisorio, e tuttavia reso riconoscibile.
    Su questa linea, nasce un altro gioiello,’ I piccoli equivoci senza importanza’ (1985), disseminati su una tastiera orientata verso una poetica del sogno e della penombra, ma con il filo rosso di una profonda inquietudine sul senso dell’incompiuto e dell’inafferrabilità della vita. Come in’Capodanno ‘(uscito nella successiva raccolta’L’angelo nero’) dove lo scrittore torna alla memoria infantile per consegnare al lettore il segno dell’angelo nero del male nascosto nelle pieghe dell’esistenza. Dall’altra parte nasce’ il Notturno indiano ‘(1984), presto diventato di piccolo culto, il primo libro di viaggio di Tabucchi, che è probabilmente .secondo Segre, lo scrittore italiano più cosmopolita. Antonio parla dei viaggi che lui stesso ha trasformato in scrittura, offrendone una trama di parziali descrizioni che non possono essere isolate dalle storie, sono come cancellate. Così i viaggi che propone e che corrispondono a quelli già raccontati come storie, sono il loro «residuo diurno».
    Nel 1994 ‘Sostiene Pereira’ dà a Tabucchi il successo nazionale e internazionale, grazie anche al film molto fedele di Roberto Faenza.. Al successo di ‘Sostiene Pereira’ seguono altri romanzi, libri di viaggio, pamphlets sulla politica italiana. Vorrei solo ricordare quello che probabilmente resta il suo vero capolavoro, le nove storie brevi e brevissime sotto forma di epistole de ‘Il tempo invecchia in fretta’. Reveries, reminiscenze di eventi storici, monologhi interiori con la voce del narratore che si avvolge su se stessa in soste, intoppi, spezzature. E insegue destini monchi e incompiuti, continuamente oscurati, rattoppati, fuori centro. Buchi nella rete del labirinto che la scrittura infilza come fessura, supposizioni, indizi che vanificano ogni pretesa di «sapere completo». Frammenti bruciati su una strada percorsa nel tempo e coperta dalle rovine di tutto ciò che cominciava a essere o di tutto ciò che si poteva immaginare di essere.
    Le schegge dei suoi libri, le parole sono ben impresse nella mia mente.
    Ho scritto dell’incontro con lui nei miei romanzi.
    Gloria Gaetano

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