Antropologia berlusconiana

Questa è la trascrizione di un contributo alla tavola rotonda sull’antropologia berlusconiana che si è tenuta lo scorso ottobre al Salone dell’editoria sociale a Roma. Tutti i contributi del dibattito sono stati da poco pubblicati sull’ultimo numero della rivista Lo Straniero.

di Nicola Lagioia

Credo che un’antropologia berlusconiana esista, e tuttavia mi sembra che sia solo l’ennesimo anello di una lunga catena, un episodio (benché importante, il più prossimo a noi) della lunga, sorprendente, spesso inquietante mutazione antropologica di cui il popolo italiano è stato protagonista nell’ultimo secolo e mezzo. Sarebbe consolatorio, oltre che falso, pensare che un meteorite caduto dalle parti di Arcore circa trent’anni fa abbia cambiato tutto, nella storia politica del nostro paese e soprattutto nella testa dei suoi cittadini. Individuare in un’unica persona non l’incarnazione più evidente ma la causa dei nostri mali sarebbe anche un modo per non prendersi il fastidio di mettersi in gioco: se la Storia la fa un uomo e non un popolo, tanto vale restarsene a casa, rinunciare a partecipare o a lottare quando è il caso. Lo insegna molto bene Haneke nel suo film Il nastro bianco: c’è stato un nazismo prima di Hitler, un fascismo prima di Mussolini, un’amoralità diffusa e un’orgogliosa ignoranza dei diritti e dei doveri democratici prima di Berlusconi. Siamo di fronte a un fenomeno squisitamente italiano, non replicabile in modo identico in Francia, Germania, Stati Uniti. In un altro paese Berlusconi sarebbe rimasto un imprenditore molto valido, forse addirittura – in un contesto più consacrato alla libera concorrenza che all’oligarchia paramafiosa – sarebbe stato un grande imprenditore senza grandi crimini alle spalle; e perché no, senza alcuno. C’è da chiedersi cioè – ed è questa una delle domande più inquietanti e scomode da farsi – se in un sistema con barriere all’ingresso di ascendenza medioevale persino per entrare a far parte della corporazione dei bidelli sarebbe possibile assistere all’ascesa di un nuovo (veramente nuovo) magnate dell’economia che non abbia bisogno di ricorrere agli stallieri raccomandati dagli zii di Sicilia. Si commette un grave errore quando si associa Berlusconi a Citizen Kane: Kane non vince le elezioni, e se anche arrivasse a farsi eleggere Presidente dell’Unione, avrebbe comunque il limite aureo dei due mandati a ridimensionarlo per forza di cose.
Lo scarso senso dello Stato che viene catalizzato e alimentato come forse mai prima da un’entità come l’Italia berlusconiana, il familismo amorale, l’amore per il particulare fanno da sempre parte della storia di un Paese che – quintessenza fantasmatica di speranza tradita, occasione persa, sogno da realizzare – esiste da molto prima che ci sia la formazione di uno Stato e continua paradossalmente a esistere idealmente allo stesso modo perfino dopo che uno Stato si è formato. Speranza tradita, occasione persa, sogno da realizzare. Siamo inoltre un Paese in cui l’etica delle intenzioni prevale puntualmente su quella dei risultati, e solo una cattiva coscienza talmente implicita da sfuggire agli orizzonti della consapevolezza rende meno assurda la circostanza che ad avvantaggiarsene sia proprio chi si gloria continuamente di aver conseguito grandi risultati brandendo pugni di mosche; i paladini vale a dire del partito-azienda o del partito-squadra-di calcio, i quali, se si trovassero davvero a essere giudicati in base a certi spietati parametri calcistici o aziendali per i risultati conseguiti in oltre quindici anni di vita politica, si vedrebbero costretti a togliere il disturbo seduta stante.
Fa parte ormai della nostra tradizione anche il fatto di essere un Paese dalla cultura millenaria ma dal continuo ritardo pluridecennale in termini di maturità politica e civile rispetto alle democrazie avanzate, il quale, quando impatta con il nuovo (che ha mirabolanti strumenti per decifrare e pochissimi per gestire in modo sano), si trasforma in uno strano gabinetto del Dr. Caligari, uno sgangherato laboratorio sociopolitico affacciato all’improvviso sul baratro di un futuro che per gli altri è ancora e solo all’orizzonte. L’incontro ritardato con la modernità agli inizi del Novecento, se da una parte ha regalato al mondo delle arti l’avanguardia dall’altra ha fornito a quello politico e sociale il know-how del fascismo. In modo analogo, l’incontro ritardato con la dopomodernità dei mezzi di comunicazione di massa non pedagogici e non ideologici in termini novecenteschi (le tv commerciali) rischia di trasformarci ora nella prima videocrazia compiuta d’Occidente. Aver vissuto per secoli nella ferocia della premodernità e aver sposato il lato più amorale e scatenato della postmodernità senza aver dato modo a una modernità da noi brevissima di maturare le debite difese: è forse questo, uno dei problemi.
È vero infine che le tv commerciali arrivano negli anni Ottanta, ma se dovessi prendere la data cruciale in cui tutto ciò che sembrerebbe incompatibile se non antitetico a un discorso istituzionale scopre a portata di mano l’incredibile vertiginoso sogno di potersi proprio istituzionalizzare, indicherei allora il 1992. Quello è l’anno in cui lo Stato ha davvero vacillato. Lì – tra Tangentopoli e le stragi di mafia – qualcosa è successo, la naturale oscenità del potere non è stata più tale perché ha conquistato per un attimo la scena, è stata visibile: è come se la macchina avesse funzionato per una breve stagione a sipario aperto mostrando a tutti i movimenti delle ruote dentate che però poco o nulla avevano a che fare con il normale funzionamento di uno Stato democratico. Questa sensazione la si è avuta pienamente non dopo la morte di Falcone ma dopo quella di Borsellino, la seconda più della prima perché nel caso di Borsellino si trattava di una morte annunciata quanto può esserlo la fine di una legislatura, e il suo compiersi è stata la più grossa e traumatica certificazione dell’abbraccio tra Stato e Antistato che si potesse offrire. Dall’evitato pericolo di un crollo disastroso, due anni dopo nasce Forza Italia: non è un caso che questo sia avvenuto nel momento di maggiore debolezza istituzionale in cui il nostro Paese ha versato dalla fine della II guerra mondiale. Ancora una volta, il berlusconismo è un evento storico, non la Natività laica che fa comodo a tanti italiani, berlusconiani o antiberlusconiani che siano.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
4 Commenti a “Antropologia berlusconiana”
  1. Teo scrive:

    Che meraviglia leggerti, Nicola; la tua ferocia garbata, la tua ironia che sa sollevare un’autentica e liberatoria risata persino sulla «ascendenza medievale … alla corporazione dei bidelli».
    E soprattutto, che analisi, accidenti. La tua capacità di leggere e scandagliare i nostri fatti è strabiliante.

    Sempre più tuo fan devoto

  2. Mariateresa scrive:

    Sì, citare Haneke è stato calzante: un’Italia paramafiosa, hai ragione Nicola, preparata già alla morte di Borsellino che invece avrebbe dovuto essere protetto, coccolato, preservato dalla mafia, è un’Italia già persa in partenza. Ma dico, andiamo oltre: il potere il sistema di potere che ha assistito senza batter ciglio a una morte annunciata come quella, 19 anni fa, dov’è adesso, cosa fa? E’ imperturbabile nei luoghi di potere, dirige ancora i burattini dei servizi d’ordine, ma allora non c’è scampo? certo è che il berlusconismo è ormai insito in molti, cresciuti a amici e amici degli amici…

  3. carmelo scrive:

    condivido quasi del tutto le riflessioni di Nicola Lagioia che con tocco elegante rappresentano in qualche modo lo stato delle cose di questo paese in progressiva degradazione:
    Il sign berlusconi non viene da marte; diciamo che è lo specchio deformato di questo paese, per meglio dire, del basso ventre di questo paese che dal tizio in questione si riconosce e si sente leggitimato
    La mobilità sociale di questo paese è assimibilabile al modello delle corporazioni medievali, con l’aggravante del modello familiare-dinastico oltre che clientelare che abbiamo erditato dagli antichi romani.

    Il senso dello stato, l’etica del bewne comune, l’dea che gli interessi privati e personali, vengano dopo quelli pubblici e collettivi (non necessariamente per ragion imorali, ma semplicemente perchè dall’applicazione di questi principi ne traggono benefici tutti)
    sono alieni alla nostra cultura. L’abuso edilizio, l’evasione fiscale il parcheggio in doppia fila, la distruzione dei beni anturali ed artiscti
    sono comportamenti diffusi e trasfersali,oso dire connaturati.

    Non sono d’accordo sulla data che simbolicamente viene utilizzata da lagioia per sottolineare l’avvento di quella che chiamo l’era volgare, ovvero del trionfo del basso ventre.
    ma per giustificare questa affermazione correrei il rischio di essere noioso e prolisso.

    E’ certo che in questo paese la “modernità” (rappresentata dal trionfo della rivoluzione borghese avvenuto negli altri paesi e dalla conseguenze egemonia di una classe che ha imposto nel bene e nel male la sua egemonia, i suoi modelli etici, la sua cultura; rivoluzione che non è mai avvenuta nella società italiana dove i “borghesi” hanno sempre dovuto fare i conti e scendere a patti, con le rendite, le economie parassiatrie e assistite…le mafie) ha convissuto e convive tutt’ora con l’arretratezza ovvero con sistemi economici e produttivi più vicini al terzo mondo che a un’economia cosiddetta di capitalismo avanzato.

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