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Apocalisse Manga

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Questo articolo è uscito sul numero 33 del magazine di Artribune, che ringraziamo.

di Santa Nastro

Qualcuno ha definito gli attuali trenta-quarantenni una generazione di bamboccioni. Ed è un tema ricorrente quello dei giovani (gli stessi che peraltro oggi si trovano a combattere, non senza un po’ di sgomento i primi capelli bianchi, guardandosi allo specchio) che non possono affrontare la realtà perché non hanno il senso del sacrificio, né quello del vivere quotidiano: questi ex-ragazzi sono per i coetanei dei loro genitori maleducati, superficiali, poco pragmatici e poco redditizi. Non sanno guadagnare, non sanno costruire, non sanno riparare, non sanno manutenere: il mondo e ciò che sta accadendo – ma cosa sta accadendo poi? – gli riserverà qualche sorpresa.

Ma quello che i nostri padri e madri non sanno è che la nostra generazione ha, invece, già prodotto durante l’infanzia gli anticorpi all’Apocalisse attraverso un addestramento durissimo. A offrircelo non sono stati i nostri insegnanti, né i ragazzi più grandi; a renderci robusti e avvezzi al disastro non ci hanno pensato le delusioni, né le famiglie. Sono stati, invece, i giapponesi. O meglio i cartoni animati giapponesi. No? Quello che è successo nella televisione italiana nel decennio a cavallo tra la seconda metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta sembra inverosimile, se osservato con gli occhi di oggi, ma invece è accaduto sul serio. Nel nostro Paese, sia grazie ai canali principali, sia con l’ausilio delle tv private è stata importata una vera e propria valanga di prodotti di animazione nipponica.

E qui si è verificato il primo clash culturale: se nello Stivale, infatti, in quel decennio i cartoni animati erano progettati esclusivamente per ragazzini, nel Sol Levante invece il cartone animato poteva – e può essere tuttora – qualcosa di appetibile per i grandi. Ecco che dunque un’ondata di prodotti per adulti, con argomenti adulti veniva propinata ai giovanissimi italiani dai network, senza che i responsabili delle tv e i genitori (esclusa mia madre che i cartoni li guardava con me!), sicuramente meno apprensivi e supportati di quelli di oggi da associazioni e social media, se ne accorgessero. E non bastava la censura qua e là di immagini più spinte, né l’utilizzo nel doppiaggio di vocette fastidiose a rendere questi fumetti in movimento più leggeri. Le storie erano toste, i contenuti che offrivano erano solidi e talvolta spaventosi.

Ed ecco che crescevamo liberi e consapevoli dell’Apocalisse, a soli pochi anni, nella nostra prima ribellione silenziosa generazionale, mentre le nostre famiglie pensavano di lasciarci ad un blando intrattenimento per ragazzi. Poteva infatti accadere tranquillamente che il protagonista delle nostre serie preferite si suicidasse o morisse in un combattimento di boxe all’ultimo episodio. Ciò che succedeva regolarmente, soprattutto nelle saghe dei Mega Robot di Go Nagai, ma non solo, era che un popolo fino ad allora esiliato e condannato a vivere nelle viscere della Terra oppure su un altro pianeta, tornasse a riconquistare quanto perso a causa dell’evoluzione, delle razzie di altri popoli, del destino cinico e baro. Allora ricominciavano le scorribande, le radiazioni, le stragi, la distruzione programmatica di intere città. Treni che si scontrano, navi divorate da enormi mostri, kamikaze che si nascondono e si fanno esplodere in luoghi pubblici, persone che scappano di qua e di là.

E l’Italia più giovane soffriva con esse e sperimentava sulla sua pelle l’ansia del nucleare di un Giappone che solo 27 anni prima (il fumetto di Mazinga Z, primo della saga, è stato disegnato nel 1972), aveva straziato fisicamente e psicologicamente le città di Hiroshima e Nagasaki, e insieme ad esse tutto il paese, nel 1945, con conseguenze e strascichi nel tempo. Negli anni della nostra infanzia i Giapponesi ricominciavano a vivere e ad elaborare una narrazione di quel trauma, mentre dall’altra parte del mondo – dalla nostra parte – si temevano i danni dell’esplosione di Chernobyl.

Temi, questi, che ritornano peraltro oggi, anche se in versione contemporanea, nel bellissimo Jellyfish Eye(2014) di Takashi Murakami del 2014, la prova cinematografica – tra film e animazione – del grande artista giapponese che ha unito quel modo di raccontare le storie, quelle paure, quelle angosce rielaborate probabilmente in un contesto culturale non dissimile (Murakami è nato a Tokyo nel 1962), ad una ricostruzione in chiave contemporanea.

Ad essere protagonisti sono sempre i bambini, un esercito vero e proprio di bambini, anch’essi alle prese con l’Apocalisse e con un’invasione mostruosa, combattuta insieme ai propri alleati-avatar coordinati con l’ausilio dei cellulari e con la forza della propria leggera, ma coraggiosa volontà. Sono i nostri figli, quelli ai quali ha pensato Murakami. Quelli che l’Apocalisse non la vedranno in tv, ma la stanno vivendo quotidianamente nelle cronache e nelle ansie di una società dai piedi di sabbia, che crolla e il giorno dopo si ricostruisce.

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