town

Apocalypse town

Nicola Villa ci presenta un saggio uscito qualche settimana fa per l’editore Laterza, di Alessandro Coppola, «Apocalyplse town. Cronache dalla fine della civiltà urbana». Partendo dalle “città fantasma” della regione americana del Rustbelt, da tempo avvilite da un massiccio spopolamento e ormai abbandonate all’autodistruzione dalla stessa amministrazione comunale, passando per la moderna Bufalo e per i deserti alimentari delle periferie di Detroit e Philadelphia, fino agli esperimenti di agricoltura urbana sostenuti a New York, Coppola ci racconta di territori e popolazioni in cui, per necessità, ci si inventano nuovi modelli di vita comunitaria e molto diversi dalla società contemporanea a cui siamo abituati.

Case abbandonate, infestate da erba alta e piante rampicanti che ne soffocano i resti. Strade deserte e silenziose, attraversate soltanto da qualche coniglio o cervo. Grattacieli vuoti che si stagliano in lontananza e sembrano sorgere da boschi cittadini. No, non è uno scenario da fantascienza, un paesaggio post-atomico dove aleggia il ricordo dell’uomo e delle sue costruzioni, né si avverte il passaggio di un cataclisma ambientale, un terremoto o un uragano che sia. Le rovine descritte sono quelle di Youngstown – una città dell’Ohio dal nome piuttosto ironico – uno dei poli industriali ed economici della cosiddetta Rust Belt, la cintura della ruggine (un tempo Steel, dell’acciaio), insieme a città come Detroit, Cleveland e Flint che stanno vivendo da decenni una crisi progressiva, non traumatica né violenta, uno spopolamento abitativo e una fuga di capitali.

È questo il punto di partenza di un libro curioso e sorprendente, perché non si tratta né di un saggio di urbanistica né di sociologia: a voler dare un’etichetta si potrebbe parlare di “etologia urbana”. Si tratta di Apocalypse town. Cronache dalla fine della civiltà urbana di Alessandro Coppola (Laterza 2012), un vero e proprio viaggio nella crisi di molte delle città americane che rappresentavano, neanche vent’anni fa, il core del motore economico statunitense. Un cuore della produzione che si è progressivamente indebolito a favore del fringe, dei margini occidentali, la cosiddetta Sun Belt californiana e texana che ha nella Silicon Valley la sua punta di diamante, emblema dell’esplosione dell’industria dell’elettronica a sfavore di quella tradizionale pesante.  
Ma questa è solo una macro-spiegazione della deurbanizzazione che sta toccando molte città come Youngstown, la prototipica città industriale equidistante da Chicago e New York che ha visto la sua popolazione dimezzarsi in poco più di sessant’anni: tra le cause vi è infatti il fenomeno del suburbio, il progressivo insediamento di decine di milioni di statunitensi, per lo più rappresentanti Wasp (anglosassoni bianchi e protestanti), che dal dopoguerra hanno rinunciato alle città per le villette con giardino di una sterminata periferia, raggiungibile solo con la macchina, unico mezzo anche per i giganteschi supercenters, divenuti i centri economici e di consumo. Così è fallita l’utopia americana del melting pot: i bianchi ricchi nei sobborghi periferici e i poveri neri (ma anche ispanici e orientali) nei quartieri ghetto della città abbandonata. A questo movimento naturale anti-urbano – un mito fondativo della nazione a ben vedere se si pensa alla città come “origine di tutti i mali per la democrazia americana” come diceva Thomas Jefferson o all’elogio della wilderness nel Walden di Henry David Thoreau – si è aggiunta la goccia che ha fatto traboccare il vaso, la più recente crisi dei mutui subprime del 2008 che ha colpito, in misura massiccia, i beni immobiliari vanificando ogni possibile recupero economico degli stessi.

Allora nella cronaca di Coppola si insinua un dubbio, prevalentemente politico, sulla messa in discussione del culto incondizionato della crescita: e se dalle macerie non dovesse mai rinascere nulla? Se queste archeologie urbane, invece che un problema, rappresentassero un’occasione per inventare nuovi modelli di sviluppo? È questo dubbio che innesca quella che potrebbe essere definita la shrinkage culture, l’insieme delle ipotesi per una decrescita virtuosa e intelligente delle città, il restringersi dei servizi e il risparmio delle risorse. Ma non è tutto, perché di questa logica della decrescita fa parte il riciclo sistematico di case ed edifici, grazie prima a una serie di associazioni di volontari e poi all’interesse delle istituzioni che si sono accorte dei vantaggi del recupero. La decostruzione urbana è oggi un business milionario che ha fatto, per esempio, di Buffalo, il santuario della vecchia America industriale in crisi, la capitale della decostruzione. Oppure il caso di Baltimore, divenuta in pochi anni la città dei festival che attrae milioni di turisti nell’Inner Harbour, il porto industriale riconvertito a parco divertimento di consumatori di ogni tipo (dai libri alle canne da pesca passando per le ciambelle): un esempio problematico perché mentre un’area piuttosto ristretta della città viene recuperata, creando ricchezza e nuovi posti di lavoro, i ghetti a pochi chilometri di distanza restano in mano alle bande criminali e vedono solo i soldi dello spaccio di droga.

A partire dalla decostruzione urbana, Coppola analizza i ghetti affrontando quello che è il tema centrale del libro: la fame. Infatti tra i capitoli più interessanti di Apocalypse town vi sono proprio quelli che riguardano il cibo, il fatto che nel ghetto, con il crescente dato della food insecurity, si è verificato il fallimento del mito americano dell’abbondanza e del cibo anche per i più abbienti. I ghetti urbani sono dei deserti alimentari, mal serviti dalla catena distributiva (i supermercati sono fuggiti fino agli svincoli dei sobborghi), invasi dalle catene di cibo spazzatura come McDonald e Kentucky Fried Chicken. Dei veri e proprio food desert dove le classi inferiori mangiano male (si pensi ai numeri sull’obesità concentrata in provincia) e spendono persino di più di quelle superiori, perché la fuga delle banche ha causato il proliferare dei check-casher, più pratici nell’immediato ma che producono col tempo uno strozzinaggio legale. Anche in questo caso esiste una reazione sociale, una prospettiva al disastro alimentare, rappresentata dalla rinascita dell’agricoltura urbana, dal moltiplicarsi degli orti urbani, dalla crescita del “buy local” e dal mito di città, in futuro, autosufficienti e sostenibili. Nonostante l’agricoltura urbana abbia una lunga storia negli Usa, e anche in Europa, quello degli orti in città è un tema molto di moda, trattato superficialmente dalle riviste e nei paginoni interni dei giornali, ma al di là delle chiacchiere è un tema serio che riguarda l’economia, la bonifica dei terreni e soprattutto l’educazione alimentare in alcune comunità locali che avevano rinunciato da tempo a queste prospettive. Inoltre, ancora una volta, il fenomeno è nato dal basso, grazie ai desideri e alle visioni di gruppi, spesso volontari, che hanno influenzato le politiche di sindaci e governatori e che sono ora inseguiti dalle istituzioni alla ricerca di soluzioni alla crisi.

Nei crateri lasciati dallo sviluppo sembra fiorire l’utopia, ci racconta Coppola: “visioni del futuro spesso ingenue e irrealistiche, ma che in territori espulsi dalla corrente principale della storia vengono a rappresentare forze potenti di trasformazione delle società locali”. Le prospettive di reinvenzione economica e sociale determinate dalla crisi, il praticare l’obbiettivo dopo decenni di stallo e autoinganni sistemici, sono alcuni degli aspetti più entusiasmanti dell’analisi contenuta in Apocalypse town. Un libro uscito, per coincidenza, qualche settimana dopo la morte di Pino Ferraris, uno storico sui generis di cui Coppola è stato anche un interlocutore, il cui pensiero e le cui riflessioni sono tornate, oggi più che mai, attualissime.

Nicola Villa (1984) è redattore della rivista Gli asini di educazione e intervento sociale. Ha curato con Giulio Vannucci I libri da leggere a vent’anni. Una bibliografia selettiva (Edizioni dell’Asino 2010). Ufficio stampa delle Edizioni dell’Asino. Collabora con i mensili Lo straniero e L’indice.
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