Case-chiuse_h_partb

Appunti da un bordello turco

Case-chiuse_h_partb

Dal nostro archivio, ripubblichiamo il racconto Appunti da un bordello turco di Philip Ó Ceallaigh, che dà il titolo alla raccolta con cui esordisce Racconti, casa editrice votata alla short story. La traduzione è di Stefano Friani (fonte immagine).

di Philip Ó Ceallaigh

Riuscii a portarla indietro nella mia stanza. Lei era bellissima. Non vedevo l’ora di darci dentro. «Quaranta milioni.» «Trenta.» «Ok. Subito.» «Dopo.» «Subito.» Nei film pagano sempre dopo. Ma quelli sono i film. Le diedi i suoi venti dollari, all’incirca trenta milioni di lire turche. Lei si fece un calcolo, poi mi fece segno che aveva bisogno di farsi una passeggiata per controllare che fossero soldi veri; per controllare se fossi nato ieri.

«Va bene, se non ti piacciono ridammeli» dissi io. Decise che le piacevano. Era tutto un giochetto da mimi – l’unica parola d’inglese che conosceva era money – finché non pronunciai il nome della città in cui stavamo e la indicai con il dito. «Azerbaigian» disse lei.Al che ci mettemmo a parlare in russo. Io parlo sette lingue. Sei male. Stando fuori casa s’imparano un sacco di cose. Con le puttane in Turchia ti serve il russo. Vengono tutte dai paesi ex-sovietici. Domanda e offerta.

«Devo dare tutti i soldi al mio pappa» disse lei. «Dammi cinque milioni solo a me.» «Va bene. Se sono buoni.» «Sono buoni sono buoni. Dammi subito.» «Dopo.» «Subito.» Le diedi i suoi cinque.

L’avevo incontrata per strada il giorno prima. Assomigliava alla ragazza greca. Scura, con gli occhi un poco obliqui, lo stesso corpicino compatto. Mi offrì di fare sesso e un muscolo nervoso sotto allo sterno mi si contrasse come un gatto che si rannicchia prima di scattare, ma col mio turco ero paralizzato e fui preso da un panico silente mentre i negozianti ci osservavano alla luce del sole. Lei gettò la testa all’indietro e s’incamminò. Ero tempo perso per lei. Me ne tornai nella stanza a rimuginare. Quanto le posso dare? La serie di zeri sulle banconote mi confondeva. Lei era carne e questa era carta. Poteva prendersela tutta. Mi spazzolai i denti e feci una cagata. Quando stavo ritirando su i pantaloni il bottone in cima si staccò. Non avevo la cintura quindi mi ritrovai letteralmente a correre dietro a una donna coi pantaloni che mi calavano.

La cercai notte e giorno, camminando per la città con le mani in tasca per tener su i pantaloni. Alla fine della nottata capitai nel bar delle puttane, a parlare russo con le ragazze della Georgia e dell’Azerbaigian, della Moldavia e dell’Ucraina. Per quell’ora ero già ubriaco e stanco morto e parlare era l’unica cosa che fossi in grado di fare. «Il tempo passa» disse lei.

Si spogliò e montò sul letto e allargò le gambe come se si aspettasse che mi ci tuffassi direttamente dentro. Me la sarei aspettata sformata e disgustosa e strascopata.

Invece era pulita e accogliente. Aveva il pelo pubico rasato, giusto una sfumatura. Non c’era possibilità di prendersi le piattole. I musulmani sono gente molto pulita. Era distesa, si appoggiava appena, con la massa di capelli neri rovesciati sopra al cuscino bianco. Io me ne stavo lì coi miei boxer sentendomi un sultano.

«Mi ricordi qualcuno.» «Al lavoro» disse lei. Mi ci sdraiai accanto. «Scusami» dissi, «sono abituato a un po’ di preliminari.» Era morbida e profumata. Petali di rosa. Di tutti i fragranti fiori del mio harem, stasera ho scelto te. Misi il goldone. Ansimava e si lamentava come se fossi un grosso maschione, ma quando si rese conto che non avevo alcuna fretta, allora cominciò a lamentarsi.

«Finisci! Il tempo passa!» Avevo ancora molto da imparare su come gestire queste trattative. Quando mi aveva abbordato stava mangiando uvetta passa e così cercai nel cartoccio, ne presi una manciata e gliela ficcai tutti in bocca. L’avrebbe azzittita. Almeno per un istante.

«Il tempo passa!» Il mio regno era terminato. Finii. Lei corse al bagno. Si sentì il rumore della doccia. Tornò, asciugandosi tra le gambe e lanciò l’asciugamano umido sul letto. Mi pizzicò la sigaretta che avevo tra le dita e fumò mentre si spazzolava i suoi magnifici capelli davanti allo specchio, facendosi bella per il prossimo. Io la guardavo da dietro. Le diedi un paio di sigarette e lei mi lasciò una collinetta d’uvetta sul comodino. Questo fu il mio primo assaggio di Sabila.

La ragazza greca, quand’ero a Salonicco, non la finiva mai di prendersela con i turchi. Adesso stavo sul mar Nero in un bar per puttane e sul muro c’era Atatürk. Mi avevano detto che non c’era nulla da vedere in città, perciò ci sono venuto, e sì le fabbriche di pesce puzzano ma almeno nessuno cerca di vendermi tappeti. Il bar per puttane sembrava abbastanza normale da fuori. Il che vuol dire miserabile, illuminato male, con qualche tizio che sedeva in giro annoiato a morte. Le donne stavano sedute dietro alla finestra con la persiana tirata giù, al riparo dalla strada. Ci si poteva passare accanto e non rendersi conto di nulla. Io di solito entravo e mi mettevo sotto a Atatürk Mustafa Kemal, che era il padre di tutti. Aveva consigli da dare su ogni cosa. Se diceva di lavarsi le mani prima di cena, ne avrebbero fatto uno slogan da mettere sulle foto.

Avevo fatto amicizia con Yakup, il cameriere. D’estate aveva lavorato in un bar sulla costa dell’Egeo. Era pieno di turisti. Le ragazze britanniche e tedesche si scopavano i turchi gratis, minando un settore dell’economia. «Ma a me dicevano: vecchio! Va’ via!» Trentasette anni, divorziato, calvo, piccolo e incapace di permettersi le belle ragazze da ventisette dollari del bar. Poteva giusto farsi una scopata da due dollari in un vicolo lercio, e allora ne faceva a meno.

Un giorno dissi: «Yakup, cos’è che stai sempre a scrivere quando arrivo?». Mi fece vedere i suoi taccuini. Stava scrivendo dei «racconti comici», perlomeno secondo lui. «Io guardo» disse lui indicando intorno, «ascolto, prendo nota.» Appunti da un bordello turco! pensai. Gran titolo. Piccante, ma anche dostoevskijano. Varrebbe la pena scriverci un racconto anche solo per usarlo, un titolo del genere. Potrei usarlo io.

Scherzò sul diventare ricco, vincere il premio Nobel, portarsi dietro le ragazze su uno yacht. Lo rispettavo, comunque. Stava in un posto del genere e trovava la forza di buttar giù appunti. Ad ogni momento di tranquillità se ne stava lì a scrivere, a buttare qualcosa di nuovo nel pentolone e a mescolare.

E io facevo lo stesso. L’ossatura di un romanzo è difficile da seppellire e così avevo messo la mia a sobbollire a fuoco lento. Il mio romanzo.

Arrivò l’inverno e la pioggia cadeva a fiotti dal mar Nero e le barche erano legate e i pescatori se ne stavano seduti dietro a finestre rigate dalla pioggia a tirarsi i baffi e a giocare a backgammon e a fumare e a bere bicchierini di tè ed eccomi nella mia stanza affittata con le assi del pavimento di legno, ad alzarmi tutte le mattine e a creare pagine di prosa bellissima e danzante, a bere secchiate di tè, a camminare in tondo come se il mondo che ho in mente fosse diventato brillante, luminoso e facesse le scintille – per poi sedermi a scrivere righe che correvano e fluttuavano e sorprendevano persino il loro creatore. Ma era lì tutta la gioia, io non ero il creatore. Non ero io a martellare, a scalpellare il materiale riluttante. Ero il condotto per un’energia magica. Ne ero posseduto, dovevo consegnarla, consegnare me stesso a essa. Il ragazzo delle consegne. Ero estasiato e umile. Era un tempo benedetto.

Stavo facendo pure un casino di sesso e questo mi liberava la testa per le cose più alte. Pescavo a strascico tra baldracche, passere saporite, trombavo bagasce, passeggiatrici sfinite, chiavavo battone e sgualdrine. Erano giovani e belle e abbastanza a buon mercato. Ma di Sabila non riuscivo mai a saziarmi. Era per la somiglianza fisica con la ragazza greca, e qualcosa nel suo carattere, resiliente e ironico, quella corazza impenetrabile appena sotto pelle. Mi teneva per le palle. Sabila e la ragazza greca presero a confondersi tra di loro nei miei sogni. Avrei potuto sbrogliare la matassa, essere ragionevole, smetterla di alzarmi e piangere, ma la ragione poteva attendere. Il romanzo era quasi finito. Sapevo che stavo scopando troppo e che presto avrei finito i soldi ma non volevo spezzare il ritmo. Mi alzavo ogni mattina, mi facevo un caffè e cagavo e le parole schizzavano fuori, così di getto. Avevo persino accumulato una risma di poesie.

Avevo sviluppato un sistema grazie al quale io ottenevo il massimo da Sabila e lei otteneva il massimo da me. Le davo un dollaro ogni due minuti. C’eravamo scambiati di ruolo. Lei continuava a tenere d’occhio l’orologio sul comodino. «Lentamente!» sussurrò lei. «Gesù!» dissi io, vedendo a quanti minuti ero arrivato. «Il tempo passa!» Stava andando tutto così bene finché non andò tutto a scatafascio.

Ecco che successe. Lei si stava pettinando i capelli allo specchio, parlando senza sosta come faceva sempre prima e dopo, dicendo cose senza senso su come il marito avesse un macchinone e di come un giorno la sarebbe passata a prendere per riportarla a casa, e io andai a prendere dalla mia scorta l’equivalente dei suoi quaranta minuti e i soldi non c’erano più. Una delle sue sorelle da due lire del seminterrato mi aveva ripulito. Non importa quanto si è ubriachi, mai addormentarsi prima che lei se ne vada. Bisogna sempre accompagnarle alla porta. Bene, m’ero voluto divertire ed ecco com’era finita. In un medievale momento epifanico mi preoccupai addirittura che sbattermi un sacco di puttane fosse in realtà UNA COSA SBAGLIATA e che Dio mi stesse punendo. Mi sentii un peccatore. Era lo shock di trovarmi senza un soldo. Avevo qualcosa in banca, ma giusto quello che mi bastava per andarmene dal paese. Era tutto lì. Tornai dentro la stanza. Stava ancora chiacchierando. Di quanto le piacessero le noci inzuppate nel miele.

«Sabila ti dovrò pagare domani.» Lei si bloccò a metà della pettinata. Il sorriso le cadde prima dagli occhi e poi dalla bocca. «Yahachoomoydyengiseechas!» (Voglioimieisoldisubito!)

Le spiegai la situazione. Lei fece un passo avanti e sibilò attraverso i denti. E usò un mucchio di parole colorite. Mi sembrava divertente finché non mi fissò coi suoi occhi, ora più stretti che mai, di un nero patinato come il carbone bagnato, e lentamente puntò il suo dito indice partendo dall’inguine e arrivando allo sterno.

«Il mio ragazzo ti sventra come un pesce!» Non sapevo nulla del suo ragazzo o di suo marito o del suo pappone o se fossero tre in uno come la santa trinità ma dovevo ammettere che mi fece cagare addosso dalla paura. «Pensavo fossimo amici! Dov’è finito il tuo cuore d’oro?»

Lei stringeva i pugni e pestava i suoi  piedini a terra. «Niente scopate gratis!» Può sembrare divertente ma non lo era. Provai a dare spiegazioni ma la sua piccola mente calcolatrice non poteva comprendere la parola «dopo». Era pronta a farmi succedere un mucchio di cose brutte, ci potevo giurare.

«Avrai i tuoi soldi. Solo non li ho qui con me.» «dammi! i! miei! soldi! subito!» «Senti» dissi, aprendo il portafoglio con le mani tremolanti. «Guarda questa cosa qui. Sembra solo un pezzo di plastica. Ma questa è tecnologia occidentale. Magica. La infilo in una scatola di metallo e poi da lì escono fuori i soldi. Quindi non c’è bisogno che tu mi faccia tutti quei brutti discorsi. Se non ce la fai ad aspettare fino a domani possiamo andare a prendere i tuoi soldi adesso.» Questo la calmò un minimo.

«Il tempo passa!» Grugnì mentre si infilava il cappotto. Non glielo sentivo dire da un pezzo. Scendemmo giù per le scale di legno, sinistra, poi a destra imboccammo Atatürk Caddesi e giù dritti verso il lungomare e il suo tanfo ricco di sale e budella di pesce, le sue ombre nere di gru portuali a sfidare il cielo. Inserii la carta nella scatola. «Il tempo passa!» Pigiai il numero e richiesi tutta la mia ricchezza. Non che quella piccola zoccola imputridita avrebbe visto un centesimo in più. Così s’impara come trattare i clienti. Faceva freddo. Mi sfregai le mani. La macchina faceva le fusa e ronzava e messaggi attraversarono in volo l’etere da una rete di computer all’altra, tutta la gloria delle banche globalizzate e dell’informatica era lì al mio servizio, nell’ora del bisogno.

LA SUA BANCA HA NEGATO L’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE.

SI PREGA DI RIMUOVERE LA CARTA

Rimisi dentro la carta e richiesi una somma più modesta. Stessa stronzata. «Vedi, Sabila, questo sistema dipende dalla comunicazione tra parecchie reti di computer che collegano parecchi sistemi bancari e, lo sai come sono i computer, delle volte la rete si blocca temporaneamente. Questo non significa che io non abbia i soldi. Significa che non posso accedervi in questo momento, in questo preciso istante. Cerca di capire, per favore.»

Il suo corpo si attorcigliò e sobbalzò per la rabbia, culminando col solito pestare i piedi a terra. Seguirono altri insulti osceni riguardo allo sbudellarmi e al lasciarmi lì per strada.

«Va bene, va bene. Basta così. Se non ti fidi di me per venti dollari puzzolenti torniamo assieme a casa e ti darò qualcosa.» «Il tempo passa!» Lo sapevo bene. Ogni volta che mi guardavo allo specchio. E ancora non mi avevano pubblicato. Tornammo alla casa ma non avevo nient’altro che immondizia da darle. Persino l’orologio sul comodino era una schifezza. Le offrii una vecchia radio che apparteneva al proprietario di casa. Le offrii persino il mio unico paio di pantaloni.

«Ah ah! Le ragazze ti chiamano quello coi pantaloni che cadono!» Avevo pure sperato che qualcuna di loro si sarebbe prestata per un lavoretto di cucito. «Cos’è la roba che stai sempre a scarabocchiare?» disse lei, alzando dal tavolo i miei inestimabili taccuini. «Lascia stare. Non ha alcun valore.» Si prese il mio romanzo e le mie poesie e se le ficcò nella borsa, che dopo non riusciva più a chiudere. Nel mentre continuava a mugugnare. «Niente scopate gratis! Niente scopate gratis!» «Perché ti prendi proprio quella roba?» «Perché tu non vuoi! Ah ah!»

Poi se ne andò con tutto quello che avevo scritto da quando ero arrivato in città. Non c’era un’altra copia.

Aprii una bottiglia di vodka per calmarmi e per quando avevo finito ero pronto per battermi in un duello all’arma bianca contro quel suo pappa-fidanzato-marito. Per fortuna inciampai nel tappeto e battei il naso sulla scrivania. Presi un po’ di carta igienica, l’appallottolai sul naso e reclinai la testa. Poi mi addormentai sulla sedia.

Mi svegliai molto presto e me ne andai al bancomat. Mi sentivo come uno spaventapasseri a cui avevano regalato un’anima e che avevano mandato a vagare per i deserti più aridi della Terra. Non c’era nessuno in giro a eccezione di uno spazzino artritico, che spazzava al ralenti, e tutto sembrava triste e doloroso. Un vento freddo arrivava dal mar Nero e mi pungeva gli occhi facendoli lacrimare. Sarà stato pure bello sul documentario della National Geographic. Prime luci del mattino in una remota costa turca sul mar Nero, con tanto di statistiche sulle sardine: ma a me faceva cagare. E quegli idioti dei gabbiani non aiutavano mica. Mentre stavo inserendo il pin una gang di quei cosi attaccò un cartone di plastica. Erano grossi come oche. Un paio di quei cosi potrebbe uccidere un uomo. Per fortuna gli bastavano brandelli di pesce.

Poi la macchina fece un brusio amichevole, la melodia rassicurante di fruscianti banconote che vengono contate. Inalai la brezza di alga marina speziata di guano e altre cose scadute da tempo.

SI PREGA DI RIMUOVERE LA CARTA

Lo feci.

SI PREGA DI PRENDERE IL CONTANTE.

Sorrisi ai gabbiani. Il müezzin chiamò la preghiera dell’alba. Arrivò crepitante e gemente dagli altoparlanti del minareto. Quante volte l’avevo maledetto quando mi svegliava, e ora combaciava così perfettamente con il mio momento di salvezza. Mi fermai sui gradini della moschea. Dentro brillava tutto di una luce calda, rossa e artificiale. Qualcuno stava già sul tappeto, per cominciare il nuovo giorno aprendo il suo cuore e rendendo grazie a Dio per la propria vita. Io mi slacciai le scarpe, e le tolsi. Ero dentro, sulle ginocchia, con la fronte sul tappeto. Ecco qui! Giù per terra! Voi cattolici non capite nulla! Sarà stato il doposbronza, saranno stati i soldi, o forse quell’alba senza speranza mangiata dalle tarme e messa al bando da un sole levante, ma le mie guance erano rigate da lacrime. Lascia che sia essere abietto cosicché possa risorgere ancora nella tua grazia! Inchinandomi di fronte al creatore dell’universo e allo stesso tempo celebrando il fatto che Egli fosse dalla mia parte, o Resuscitatore della mia resurrezione – la mia ri-erezione – o Garante della mia potenza, o Tu che metti l’osso nella mia carne! Fu bello finché durò, ma dopo un po’ certi fedeli cominciarono a squadrarmi. Erano piuttosto riservati nelle loro prostrazioni mentre io, invece, mi scagliavo giù senza remore, con la testa scoperta. E poi puzzavo di alcol e avevo il prepuzio. M’imbarazzai e per la paura di dare scandalo, mi allontanai. Non avrebbero capito i miei sentimenti.

Quindi tornai a casa, aprii il rubinetto del bagno e mi ci ficcai dentro. L’acqua calda sulle palle era piacevole e così presi la situazione in mano. Mi sentivo indipendente da ogni legame umano. E poi risparmiavo. Nel tardo pomeriggio tuttavia tornai irrequieto. Non riuscivo a rintracciare Sabila. L’iniziale euforia dei soldi era scomparsa ed ero preoccupato per il mio lavoro. Sapevo che lei era una stronzetta mercenaria e che avrebbe tentato di estorcermi qualcosa se avesse avuto anche una benché pallida idea di quanto fossero importanti quei taccuini. Me li avrebbe rivenduti pagina per pagina e non c’avrei potuto fare nulla. Quando il muezzin dichiarò il tramonto non avevo ancora fatto progressi. Andai giù al bar e mi sedetti con Yakup, ma per le ragazze era troppo presto per farsi vedere e lui Sabila non l’aveva incrociata. Gli dissi dei miei taccuini. Mi guardò con una certa simpatia. «Penso che tu hai fatto un errore, amico mio.»

Quelle semplici parole! Sarà stata la sua presenza così autorevole, la sua voce narrativa. Se lo stesso oracolo di Amun avesse parlato non sarebbe riuscito a rendere più chiaro il fatto che ero fregato. Non avrei mai trovato il fegato di ricominciare di nuovo il romanzo. Quel modo in cui mi scorreva tutto dentro e mi sorprendeva e mi asserviva, rozzo e vulnerabile e umile nell’atto di scrivere, non si sarebbe ripetuto. Sarebbe stato come sedersi e forzarsi a ingoiare grosse cucchiaiate di porridge freddo del giorno prima. Stare lì a ripetersi quanto sia gustoso e sano non avrebbe aiutato a mandarlo giù. Non avrebbe funzionato. E non è detto che mi sarebbe venuta un’altra buona idea. Avrei incontrato la musa e magari non mi si sarebbe alzato. Sabila mi aveva rubato la linfa, mi aveva lasciato impotente e povero. Se non riuscivo a riprendermi quei taccuini ero finito come scrittore e come essere umano.

Era quasi mezzanotte quando la rintracciai, su Atatürk Caddesi, dove l’avevo vista per la prima volta quell’autunno. Provai a controllarmi. Non volevo sembrare troppo interessato a quei taccuini. Non me lo potevo permettere. In tasca avevo gli ultimi soldi rimasti; poi non ce n’erano più.

«Ho i tuoi soldi, quindi ridammi i quaderni.» «Non li ho, i tuoi scarabocchi. Te li ridarò domani.» «Li voglio subito.» «Va bene. Dammi i soldi.» «Soldi dopo.» «Subito!» La solita, vecchia conversazione. Mi teneva in pugno. Le diedi i soldi. «Non è abbastanza. Scorsa notte il tempo passava. Troppe parole.» Sfilai un’altra banconota. Stavolta lei intravide il rotolo e sorrise. Ero di nuovo rispettabile.

«Ora di scopare» disse lei, prendendomi per il braccio. «Non voglio scopare, Sabila. Rivoglio i miei scarabocchi. Subito.» «Li ho buttati via.» Dalla gola mi uscì un suono strano. Un uomo che viene strangolato con nonchalance da un estraneo. «Ieri sera ero molto arrabbiata con te» disse, agitando il dito. «Tu sei molto cattivo!» «Non puoi ritrovarli?» «Il tempo passa. Devi pagare.» «Dopo.» «Subito.» Inculato da una puttana. Mi prese per il braccio e mi condusse per una viottola buia. Si fermò e indicò un cassonetto. «Che? Hai buttato i miei scarabocchi lì?» Annuì.

Prima ancora di guardare, mi ci tuffai dentro. Per un momento pensai d’essere finito tra un mare di ratti ma in realtà erano gatti, probabilmente la metà dei gatti cittadini, i quali si sparpagliarono immediatamente in tutte le direzioni. Le scarpe mi affondarono in un compost di pesce morto, cartone, corpi in decomposizione, foglie di cavolo, giornali fradici e altra roba che puzzava. In realtà non ho idea di cosa fosse ma il contenuto organico era incredibilmente alto. Annaspavo e non vedevo una mazza. Mi frugai alla ricerca dell’accendino. Anche con la luce non è che si capisse molto. C’erano dei fogli ma non erano i miei. Sguazzavo nella mia miseria, lì a cercare tracce d’arte. Era tutto perduto. Seppellito dalla merda. O magari non era nemmeno mai stato lì sotto.

«Sabila, ti imploro. Dimmi che la letteratura è sana e salva nella tua stanza. Ti perdono per avermi fatto rovinare le scarpe. Ti imploro. Era un romanzo sulla ragazza che mi ha spezzato il cuore e tutto ciò che mi è rimasto è quella storia. L’unica cosa per cui ne sia valsa la pena. Assomigliava molto a te, tra l’altro. È l’unica ragione per cui ti sei guadagnata più di cinquecento dollari con me fino a ora. Dimmi che l’arte e l’amore non sono sepolti tra la merda di gatto e le teste di pesce. Il tempo passa, lo so bene io. Parlami! Sabila?!»

L’accendino diventò troppo caldo e mi bruciò il pollice e mi cadde di mano. C’erano troppe stelle su nel cielo e più a lungo le guardavo più stelle c’erano e io mi sentivo solo mentre mi rendevo conto di parlare a loro e che Sabila era già sparita. Magari da tutto questo ne avrei ricavato una poesia breve. M’arrampicai per uscire fuori dal cassonetto. E tornai indietro al bar per parlare con Yakup.

«Amico mio! Tu odori di qualcosa non piacevole!» Mi guardai in basso, alle scarpe. Per parlare uscimmo. «Ero deluso dall’amore romantico, Yakup, e così ci ho scritto un romanzo. Ma non ero preparato per queste puttane. Sono del tutto immorali.» «Questo è un racconto comico. Posso usarlo?» «Prenditelo. Con la scrittura ho chiuso.» «No, è come con le donne, il desiderio torna sempre. E quando ritorna tu gli dài il benvenuto, perché vuol dire che il cuore ancora batte.» «Quasi un aforisma, Yakup.»

«Puoi soddisfare la fame da solo. Ma il desiderio per una donna ha sempre bisogno di un’altra persona. Non è mai semplice.» «Questa deve essere la fine della storia.» «Bisogna andare solo un po’ più in là, amico mio. Per rimettere tutto in ordine. Se non diamo una forma a questo caos soffriamo la confusione, la depressione e cose peggiori.»

La sera dopo ero su un autobus per Istanbul. La scommessa non aveva pagato e ora mi toccava andare da qualche parte a vendere il mio tempo. Sulla via per la stazione degli autobus avevo visto Sabila. Stava dall’altra parte della strada, diretta a un appuntamento. Quei passettini saltellanti che faceva. Sapevo che stava andando da qualche parte per lavoro perché camminava molto veloce, con uno scopo ben preciso. Per qualche ragione non avevo nulla contro di lei. In fin dei conti la ammiravo.

Le cose che facciamo non hanno molto senso, ma non farle ne ha ancora meno ed è così che ti ritrovi intrappolato, a cantare al fresco. Mentre il pullman accostava pensai a Yakup. Scrissi il titolo a inizio pagina. E le parole cominciarono ad arrivare.

Commenti
4 Commenti a “Appunti da un bordello turco”
  1. Enzo Loiacono scrive:

    Piacevolissimo. Vorrei comprarlo online… ma dove?!

  2. Emanuele scrive:

    Enzo, in tutte le librerie on-line o sul sito di racconti http://www.raccontiedizioni.it

  3. Rents scrive:

    Bery Bood. Mllto buono

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] “Appunti da un bordello turco” (Philip Ó Ceallaigh) […]



Aggiungi un commento