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Alcuni appunti (molto personali) sul Salone del Libro

di Nicola Lagioia

Oggi, finalmente, dopo sette mesi di forzato silenzio, possiamo tornare a parlare di Salone del Libro parlando del Salone del Libro. Questo significa che solo oggi – dopo una lunghissima transizione burocratico amministrativa – siamo tornati in possesso del marchio del Salone.

Come avete letto sui giornali, anche l’Aie è tornata a Torino, ad accoglierla Adei, gli editori indipendenti che non se ne sono mai andati. I grandi gruppi editoriali erano già tornati l’anno scorso. Ringrazio tutti loro: gli editori, uno per uno, Marco Zapparoli in rappresentanza di Adei, Ricardo Franco Levi in rappresentanza di Aie. Li ringrazio tutti perché, dopo la frattura che c’è stata, ci vogliono qualità umane e professionali apprezzabilissime per tornare tutti sotto lo stesso tetto.

E con questo, forse, il gran disordine scoppiato due anni e mezzo fa che ha scombussolato il mondo editoriale italiano (già fragile di suo), e rischiato di cancellare per sempre il Salone torinese, è tornato al punto di partenza. Ma non scherziamo, non è mai lo stesso punto. Voglio sperare, cioè, che questi lunghissimi due anni e mezzo che per molti di noi sono stati come gli anni dei cani (ognuno, a osservare un non sempre allegorico imbiancamento del cuoio capelluto, ne è valso sette) abbiano insegnato qualcosa a un paese così culturalmente ricco come l’Italia, e così tradizionalmente fragile (e schizofrenico) quando si tratta di valorizzare il proprio patrimonio culturale.

Siamo anche lieti di annunciare che la conferenza stampa di presentazione della XXXII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino ci sarà mercoledì 6 marzo. A breve, comunicato ufficiale su ora e luogo. Presto partiranno gli inviti ufficiali.

Verranno annunciati temi, titolo, paese ospite, regione ospite, linee culturali, nuovi spazi espositivi, nonché (come molti ci chiedono) almeno qualche autore, mentre la presentazione del programma (tutti gli autori o quasi) ci sarà come sempre ad aprile.

Credo sia il momento, per me, di tirare le somme di ciò che è successo in questi anni. Lo faccio a titolo squisitamente personale. Metto le mani avanti per evitare che il lettore desideroso di trovarci altro resti deluso o si annoi. Amici, meglio che smettiate di leggere qui. (Ci ritroveremo su discussioni meno pedanti). Per gli altri, qualche considerazione, qualche ricordo, un piccolo riassunto per provare a intuire (dal punto di vista di chi ci è stato talmente immerso in questa cosa da capire – ma chi può dirlo? – più o meno degli altri) da dove siamo partiti e dove (forse) ci troviamo.

1) Quando seppi, nell’estate del 2016 (così scrivevano molti giornali) che il Salone del Libro non si sarebbe fatto più, e che gli editori avevano deciso di farne uno a Milano, presi istintivamente le difese del Salone. Lo feci subito, e decisi di farlo pubblicamente, in modo molto deciso, e senza consultarmi con nessuno. Non avevo ancora idea di quanto mostruosamente complicata (sul piano finanziario, logistico, amministrativo, politico, istituzionale) fosse la macchina di una manifestazione di quel tipo. Se lo avessi saputo, avrei magari potuto dare qualche ragione in più a chi voleva abbandonarla, pur ritenendo che non fosse saggio né giusto farlo. Io, tuttavia, tra migliaia di persone che nutrivano sentimenti simili, al Salone volevo molto bene. Era un bene quasi del tutto disinteressato (in 20 anni che lo frequentavo, ero sempre venuto per presentare libri altrui) e altrettanto sincero. Del Salone mi piaceva l’atmosfera di festa, la vera natura popolare (è uno dei pochi posti dove una marea di gente, di qualunque estrazione sociale e idea politica o religiosa, può starsene ad ascoltare Marilynne Robinson in religioso silenzio per quasi due ore), la vocazione democratica (leggi: bibliodiversità. Se misurate la grandezza degli stand, o contate il numero degli autori in programma, scoprirete che non sono affatto proporzionali al fatturato delle case editrici), e la capacità di farti scoprire una città, Torino, che non tutti conoscono perché, venendo da fuori, non è che sia proprio di strada.

E poi al Salone ci si incontra, si fa amicizia, è un posto che per molti genera socialità e perfino affettività.

Per tutti questi motivi, scrissi un pezzo molto acceso a difesa del Salone. Leggendo i giornali nei giorni successivi, scoprii di non essere il solo. C’erano difese del Salone anche più accese della mia. Ma scoprii pure, con mia sorpresa, che non erano tantissimi quelli che avevano deciso di venire allo scoperto. Molti commentatori, pur dolendosene, ritenevano ineluttabile che il Salone dovesse morire. Ma anche il romanzo, in fondo, si dice che è morto dai tempi di Joyce. Lo si dice ogni anno. E ogni anno i fatti smentiscono ciò che si dice.

Scrissi quel pezzo su un Frecciarossa che mi portava a sud il 30 luglio del 2016 (titolo “Condominio Italia: la lite sul Salone del Libro”), chiusi il computer e pensai solo alle vacanze.

2) Il 5 ottobre del 2016 mi venne chiesto di dirigere la XXX edizione del Salone del Libro di Torino. Era un incarico che non avevo mai cercato e che mi fu proposto così, da un giorno all’altro.

In un paese dove c’erano due papi, si stavano organizzando due fiere editoriali nazionali. Torino – a leggere i giornali – era spacciata. A Milano ci sarebbe stata tutta l’editoria nazionale e internazionale. A Torino, forse, qualche editore indipendente. Gli editori indipendenti che ci credevano ancora (senza di loro, oggi, non avremmo il Salone) si erano costituiti in un’associazione, “Gli amici del Salone”.

A chiedermi di dirigere il Salone fu Massimo Bray, direttore editoriale della Treccani ed ex ministro della cultura. Con Bray ci eravamo visti di sfuggita una volta. Non eravamo amici. Sapevamo poco l’uno dell’altro. La nostra maggiore intimità era rappresentata dal fatto che ci seguivamo reciprocamente su twitter. Questo lo dico perché fa onore a Bray. Per un’impresa così importante (e disperata) poteva scegliere una persona di fiducia, un amico, un cugino, qualcuno vicino alla sua area, qualcuno a cui doveva qualcosa o che gli doveva qualcosa. Poteva scegliere uno che fosse pronto, per esempio, a ripagare la fiducia con la fedeltà. Si è invece affidato – come si fa nei paesi più evoluti del nostro – a una persona con cui non era mai stato a cena, né a colazione, basandosi su titoli e percorso, e consultandosi magari prima con un po’ di editori e addetti ai lavori.

Beninteso, non sono stato il primo a cui è stato chiesto di dirigere il Salone nell’anno che molti giuravano sarebbe stato l’ultimo (rileggetevi, vi prego, i giornali di quel periodo), ma i due o tre a cui la proposta era stata fatta prima di me avevano rifiutato perché, temendo di andare incontro a una catastrofe annunciata, lo ritenevano troppo pericoloso per la propria carriera.

Io credo che gli scrittori abbiano sempre bollette da pagare, ogni tanto uno straccio di idea o di ideale, ma mai carriere. E che un certo amore per le cause impossibili rientri nella retorica del mestiere. Mi presi 72 ore, mi consultai con mia moglie (“siamo disposti – io, tu e il gatto – a farci stravolgere la vita per un po’?”), e poi accettai l’incarico.

Nel frattempo stava per cominciare la Fiera di Francoforte. Così con gli Amici del Salone ci siamo visti per la prima volta tutti insieme nella città tedesca (allo stesso tavolo di un piccolo ristorante io, Massimo Bray, Antonio Sellerio, Sandra e Sandro Ferri, Marco Zapparoli, Pietro Biancardi, a cui si sono uniti poi Isabella Ferretti, Gaspare Bona, Anita Molino, e tutti quanti gli altri indipendenti). Di là è ricominciato tutto. Sembrava la storia di Davide contro Golia. Il che, a credere molto nella letteratura, era molto confortante, perché si sa come andava a finire quella storia.

3) Auguro a tutti, una volta nella vita, un ruolo di responsabilità. Ti mette con i piedi per terra. Ma al tempo stesso è il banco di prova per capire quanta solidità (e quanto senso) hanno le tue idee. Facile dire che Bearzot ha sbagliato formazione. Ma prova tu ad avere a che fare, contemporaneamente, con 20 calciatori professionisti, i funzionari della federazione, il Coni, il Ministero dello Sport, i tifosi, i giornalisti, i massaggiatori, i medici, gli psicologi, i dispensatori di consigli, e chi semplicemente ti vuole morto. Che tu debba andare a fare i mondiali di Spagna, o che ti sia affidata la Longobarda, il succo, in proporzione, non è così diverso.

Io, facendo il Salone, volevo solo provare a verificare se tutto quello che alcuni di noi si erano detti da tempo immemorabile, e a cui dicevano di aver consacrato la propria vita, era vero anche sotto un principio di realtà o apparteneva alla categoria degli astratti furori.

Venivamo da anni, in definitiva, in cui ci avevano letteralmente frantumato i neuroni sull’inutilità politica e sociale degli intellettuali, e sulla realpolitik legata al mondo del libro. Scrittori e artisti, limitatevi a scrivere i vostri libri, sempre che ne siate capaci, e lasciate stare i giochi dei grandi! La realpolitik è la scusa per il cinismo, e il cinismo di solito è il balsamo del fallimento esistenziale di chi si crede tanto fico. Avete presente (siamo nella realtà, non in un romanzo, e solo la realtà può permettersi di essere così retorica e banale come un film di serie z) la vecchia scenetta ormai ammuffita dove un uomo in giacca e cravatta incontra i quattro componenti di un gruppo musicale e gli dice che loro – come credono di dimostrare con i giubbotti di pelle che indossano – sapranno pure suonare due chitarre in croce, ma e LUI e la sua categoria a sapere tutto dell’industria discografica, è LUI a capire come si vendono i dischi (dischi che lui vende come venderebbe pneumatici, dentifrici, transistor, orologi), e se loro non ci metteranno un po’ di fiati al posto delle chitarre, non ammorbidiranno i testi, non cambieranno abbigliamento, allora non venderanno mezza copia della loro canzoncina (e nella testa dei quattro ragazzi chiodati, mentre annuiscono seriosi, prende corpo il sospetto che sia LUI, invece, a non capire proprio niente)?

Ecco, per quanto banale io avevo sempre pensato invece che se quei quattro ragazzi fossero stati seduti per una volta dall’altra parte della scrivania, be’, le cose magari sarebbero andate bene in modo sorprendente. Come fa uno che non ama perdutamente, drammaticamente, tragicamente la musica a pensare di riuscire a venderla, o quantomeno – se non è un tossico di musica – a spacciarla con stile?

Lo avevo sempre pensato. Ci avevo sempre creduto, e con me tante persone. Ma fino a quando non si fosse presentata un’occasione pratica… Volevo verificare se avevamo creduto (consacrandogli non so più quanti dibattiti e articolesse) in cose che non esistevano. Esistevano, esistono. E sono addirittura vincenti.

Prima cosa: un progetto culturale forte, e con meno compromessi possibile (il libro è anche una merce, ma non è una merce come le altre, cercate di farlo capire nelle facoltà di economia, grazie). Secondo: coinvolgere altri scrittori, altri intellettuali sparsi in giro per l’Italia e non solo, e affidargli intere sezioni di programma. Terzo: cercare anche tra chi non si occupa direttamente del programma, persone con una forte impostazione intellettuale. Quarto: coinvolgere le biblioteche, le librerie, le scuole, nonché (se si pensa che il libro abbia anche un forte valore sociale) le carceri e gli ospedali. Quinto: privilegiare il lavoro di gruppo; le decisioni di gruppo, purché un singolo se ne prenda poi la responsabilità, sono il presente; le strutture rigidamente verticistiche sono il passato, e sono ormai perdenti, anche per una città gerarchicamente molto inquadrata come Torino. Ovviamente tutto questo non sarebbe decollato di un millimetro se non ci fosse stata una squadra di operativi che però (questo, lo ripeto, il segreto) avessero a propria volta una vocazione intellettuale fortissima: per nostra grande fortuna, quelle persone le ho trovate a Torino. Era la squadra che da anni era il motore del Salone. E, al tempo stesso, tutto questo non avrebbe volato di mezzo metro se sulla nostra strada non avessimo incontrato dei tecnici e degli amministrativi in grado di tenere tutto insieme al meglio.

Risultato: chi alla parola “intellettuale” vuole mettere d’istinto la mano alla pistola credo che in questo caso sia costretto a puntarsela alla tempia. Per fortuna le pistole dei cowboy ossessionati dal complesso del fallo piccolo sono quasi sempre ad acqua. Niente spargimenti di sangue, solo di ego andato a male.

4) Auguro a tutti, una volta nella vita, un ruolo di responsabilità. Due mesi dopo aver accettato l’incarico, andai a farmi in un solo colpo colonscopia e gastroscopia. Avevo tutti i valori sballati, e il mio medico temeva di fare qualche brutta scoperta. Per fortuna era lo stress.

Se in caso di mosse sbagliate fallisci da solo, paghi solo tu. Ma se a causa di una tua mossa sbagliata vengono danneggiate decine, forse migliaia di persone (provate a chiedere ai tassisti, agli albergatori, ai ristoratori di Torino cosa rappresenta anche per loro economicamente il Salone, nonché alle centinaia di persone che ci lavorano stagionalmente), be’, allora è facile che tu cominci a soffrire d’insonnia. A un certo punto, per la prima volta nella vita, ho preso dei sonniferi. Al tempo stesso ero così convinto della linea da seguire (e circondato da persone talmente prese, direi ossessionate come me dal progetto, dei veri invasati, nei momenti migliori sembravamo in trance) che non ho sprecato mezzo istante. Se dovevo prendere 20 decisioni in un’ora, le risposte mi venivano sulla punta delle dita e della lingua senza che neanche dovessi pensarci. Il merito non era mio, ma del clima che ci si era creato intorno, un clima così coerente (immaginate un congresso di fisici a cui vengono poste domande scontate sulla termodinamica: meglio aprire il Salone con una youtuber da sballo o con Javier Cercas?) che per forza di cose le risposte erano facili.

Devo dire che lo stress era dovuto anche al fatto che venivamo visti (e purtroppo veniamo ancora visti) come dei trapezisti. Di fatto, siamo stati costretti a esserlo. E cosa ti aspetti, dal trapezista, dopo che fa avanti e dietro per dieci volte sul filo reggendo un bicchiere d’acqua sulla testa senza mai cadere? Che cosa ti aspetti che accada, l’undicesima volta? La colpa non è dei bassi istinti (sono inespugnabili dall’uomo). La colpa non è dei trapezisti (quando sei tuo malgrado sul filo). Diamo la colpa al filo.

5) Torino è una città speciale. Torino è una città particolare. Torino è una città destinata a venire sconfitta. Torino è una città destinata a trionfare. Torino è una città indecifrabile. Torino è una città facile da capire. Torino è una città che appartiene al passato. Torino è una città sin troppo proiettata nel futuro per capitalizzare ciò che inventa. Torino è una città provinciale. Torino è una città internazionale. È una città classista. È una delle poche città ad avere una vera vocazione popolare. O molte di queste cose insieme.

A Torino c’è un’etica del lavoro (e del dovere) che non si trova nella maggior parte delle città italiane. È anche, Torino, una delle città italiane dove si inventa e si sperimenta di più. Poi però è anche una città che per paura certe volte si chiude troppo, e, sempre per paura, diffida di ciò che si muove al di là i suoi confini, e certe volte dei suoi cortili e condomini. Questa chiusura avrà anche una giustificazione (se ti apri troppo, poi succede che ti invadono, o che stravolgono il buono, anzi l’eccellente della tua tradizione), e avrà anche dei risvolti che a me toccano molto (sotto certi aspetti, Torino è una città meno cinica e più ingenua di altre). Però. È vero che Torino ha una componente provinciale spiccata (“non aspettarti una piccola Parigi, ma una grande Cuneo!”, mi disse ridendo un torinese da generazioni quando arrivai in città), e non tutte le caratteristiche della provincia, lo dico da provinciale, sono da coltivare. Alcune sì: provincia può significare autenticità, difesa della bellezza, vivibilità, solidarietà sociale, genio artistico (Olivetti e Ivrea, Leopardi e Recanati,  Bruno e Nola), ma può anche significare pettegolezzo, chiusura, maldicenza, omertà, micromegalomania, rendita di posizione. Diciamo che nei momenti migliori Torino mi si è presentata come un meraviglioso punto di incontro tra Cuneo e Seattle. Nei momenti peggiori come una qualunque provincia opulenta dell’Italia di questi anni. Io credo che il futuro appartenga alla prima categoria di città.

Torino è anche un posto dove preferiscono vedere il bicchiere mezzo vuoto, ma poi fanno di tutto per smentire il proprio stesso pessimismo. Racconto per l’ennesima volta la storiella del taxi che mi portava all’aeroporto di Caselle, da dove sarei volato verso la Fiera di Francoforte (dove, a nostra volta, avremmo spiegato a degli allibiti colleghi tedeschi il motivo per cui in Italia c’erano due fiere editoriali nazionali a un’ora di treno).

Tassista: “ci hanno fottuto il Salone, ci hanno fregato! Se lo è rubato Milano. Tutto finito, kaputt. Che schifo”. Così, per dei minuti.

Io: “guardi, io del Salone sarei veramente il direttore, e le assicuro che il Salone quest’anno si fa. A Torino”.

Tassista, ancora più incredulo, quasi aggressivo: “questo lo dice lei!”

(Variante: “lo sa perché hanno chiesto a lei di dirigere il Salone? Perché andrà malissimo, e così potranno dare la colpa a un non Torinese. Ahahah”. Daje de Maalox nel sedile posteriore).

Poi però quei tassisti si sono presentati, puntuali dalle 10.00 del mattino, il giovedì di maggio in cui si è aperto il Salone, portandosi dietro mogli, figli, suoceri, parenti di terzo grado e amici, contribuendo a decretare il successo della manifestazione.

Pessimismo e chiusura. Apertura e fiducia in se stessi.

Ecco, Torino in questi anni mi sembra a un guado. Come sarebbe bello se facesse il salto nella direzione giusta.

6) Auguro a tutti, una volta nella vita, di avere un ruolo di responsabilità, e quindi (grande o piccolo che sia) di dover avere a che fare con il potere in modo costruttivo. Così almeno possiamo smettere di dire su alcuni aspetti del potere un sacco di fregnacce. Mi viene da dire che a essere vittime del potere siamo buoni tutti, perché tutti (per la natura stessa del potere) siamo destinati a subirlo, e perché le ingiustizie che subiamo a causa del potere sono tanto difficili da contrastare (contrastarle è tra i nostri primi doveri) quanto facili da interpretare eticamente. Ma che succede quando bisogna costruire qualcosa insieme? E perché, quando si parla del potere altrui, ci si dimentica che, per quanto piccolo, c’è sempre un potere proprio che dovrebbe fare la sua parte?

Occuparsi del Salone significa avere a che fare con il potere politico (Comune, Regione, Ministeri), con quello economico-finanziario (banche, fondazioni bancarie, sponsor), e ovviamente con quello editoriale, il più fragile dei tre, per non parlare dei soggetti che, a vario titolo (dagli albergatori, alle agenzie di viaggio, all’università ecc.) ruotano intorno alla manifestazione. Ora, non è che tutti i soggetti marciano sempre nella stessa direzione. E, naturalmente, non si contano le volte che mi sono incazzato, sorpreso, avvilito, sconfortato (ma soprattutto incazzato) quando le cose non andavano a meraviglia. Ma: non è che le cose, quando non andavano, lo facevano perché c’era il potente cattivone di turno che ci metteva i bastoni tra le ruote e noi poveri cristi senza macchia e paura ne eravamo soverchiati. Primo, perché la figura del cattivone non l’ho mai vista (magari esiste ad altri livelli) e secondo perché se pensi di essere inerme (o peggio che i tuoi progetti o i tuoi sogni vadano a rotoli) a causa del potere, quella è spesso la scusa che ti dai per non essere riuscito a fare ciò che ti prefiggevi. È ovvio che il potere lo incarnano volta per volta persone illuminate, ispirate, sensate, inadeguate, stupide, arroganti, incapaci, disastrose, cattive e talvolta questi aggettivi sono ospiti della stessa persona (difficile però che “illuminato” e “incapace” coesistano) in differenti momenti del suo incarico. Ma il potere di per sé, quasi immancabilmente, è assai più stupido delle persone che di volta in volta lo incarnano. (Per dire: quando faccio un discorso istituzionale sono molto più stupido che davanti a una birra. Diffiderei di chi è più intelligente su un palco che davanti a una scrivania, o a tavola, o mentre legge Nabokov a letto). Quindi, puoi anche combattere il potere, ma se il potere è un carro armato e tu sei a piedi, be’, andargli incontro, se hai un’alternativa, è un esercizio di vanità.

Il potere non va semplicemente combattuto. Tradotto: combattere il potere significa aiutare, portare, a volte obbligare, la sua parte intrinsecamente stupida, a fare del bene e non del male. Ci sono momenti in cui un uomo politico (o un banchiere, un editore, un imprenditore, un impiegato, il direttore di una fiera editoriale) non è che non voglia fare una cosa, ma non può farla (per come la complessità del mondo si è organizzata intorno al suo ruolo), ma a quel punto la sua parte più sensata e buona (ognuno, o quasi, ce l’ha) sogna segretamente che una persona meno legata di lui arrivi dall’esterno a riconfigurare (a volte anche di poco) la complessità che lo circonda, in modo che possa finalmente fare ciò che prima non poteva. Il vero potere (nel senso nobile del termine) lo esercita insomma chi (senza avere quel potere formalmente, e spesso senza ricompensa) riesce a rendere un po’ più libero chi, pur essendo investito formalmente di quel potere, è proprio per questo meno libero di esercitarlo. Se poi però chi, investito formalmente di un potere, reso un po’ più libero di esercitarlo non lo esercita nel modo giusto, be’, allora è un poco di buono o un incapace tout court. A quel punto è giusto andare allo scontro frontale. A Torino, tra i mille problemi, tutto questo grazie al cielo non è successo.

Certo, ci sono Gandhi e Gesù Cristo, esseri in grado di rompere per ispirazione soprannaturale le catene cui il potere naturalmente li costringerebbe, ma se ti aspetti di organizzare una fiera del libro, per quanto importante, avendo a che fare solo con Gandhi e Gesù Cristo (o peggio: credendoti tu Gandhi o Gesù Cristo!) secondo me non vai lontano.

Certo, ci vuole molto senso tattico, molta pazienza, molto amore per i limiti dell’uomo (in primis i tuoi), molte carezze e qualche spintone. E bisogna anche pensare (ci ho scritto dei romanzi, e sto continuando a scrivere su quella linea) che l’etologia sia la vera disciplina del XXI secolo. Siamo animali un po’ meno stupidi di altri, ma sempre molto stupidi. Sicuramente più stupidi dei grandi compiti che ci diamo. Se partiamo da qua anziché puntare direttamente all’iperuranio, forse possiamo limitare il danno, e magari piano piano salvare anche la specie.

Io tutte queste debolezze mi sono esercitato a comprenderle, persino a farmene intenerire. Una cosa non ho invece imparato a fare: comprendere, e tollerare, l’altrui suscettibilità. Le persone, si offendono. Le persone si offendono di continuo. Le persone si offendono troppo. Davvero. Sacrificano all’orgoglio e all’ipersensibilità cose ben più importanti. Queste persone proprio non le capisco. La verità è che le invidio: io non ho mai tempo per essere suscettibile.

7) Il Salone del 2017 è stato un trionfo. Il Salone del 2018 lo è stato persino di più. Ciò che sembrava impossibile si è rivelato possibile (in realtà con sacrifici, buona disposizione d’animo e il giusto approccio era possibile eccome; enfatizzo per prendere in giro tutti i profeti di sventura che ci dicevano che eravamo dei kamikaze e che non ce l’avremmo fatta). I pronostici sono stati ribaltati. Il concetto di gruppo aveva vinto sulla verticalità. Torino aveva dato il meglio di sé. Un certo modello culturale (sentiti libero come facessi una fanzine, sii responsabile come se ti occupassi di una grande progetto internazionale) si era dimostrato vincente anche sui grandi numeri. Migliaia di persone (in realtà centinaia di migliaia) si sono ritrovate intorno al fuoco di una certa idea di vivere la lettura, i libri, e ciò che rappresentano.Tutto bene? Percorso, se non in discesa, finalmente in piano? Manco per niente. Anzi, conclusa la XXXI edizione del Salone, ci siamo ritrovati tutti quanti nei pasticci. Sarà pure difficile rialzarsi dalla polvere e trionfare. Ma quanto è più difficile, rialzarsi, trionfare, essere ricacciati nella polvere, ed essere condannati a risalire un’altra volta ancora? (Se tutto questo fosse eroico, sarebbe però anche parecchio comico; diciamo dunque che è solo l’ennesima prova che siamo stati chiamati a superare, e diciamo che solo la realtà tollera questo tipo di narrazione).

È successo che, mentre il Salone mieteva successi, la Fondazione che lo organizzava da vent’anni (soci Regione, Comune e Banca Intesa) è stata liquidata. È stata liquidata perché negli anni aveva accumulato debiti (diversi milioni di euro) che le buone prove del 2017, e soprattutto (anche sul piano economico) del 2018, non erano certo riuscite a ripianare. Per alcuni la liquidazione era un atto dovuto. Per altri – tenendo conto che il Salone aveva stravinto la sua battaglia – si sarebbe dovuto provare a ricapitalizzare. Non mi occupo dell’aspetto finanziario, non ne sarei capace, per cui non so (non ho gli elementi per stabilirlo) chi abbia ragione. Ho invece elementi a sufficienza per difendere un progetto come il Salone anche sul profilo economico nonostante i debiti della vecchia gestione. Il Salone costa ogni anno tra i 4 e i 5 milioni di euro, e (indipendentemente dai debiti che ha accumulato in passato all’interno della propria macchina) ha sempre una ricaduta positiva sull’intero territorio ogni anno per decine di milioni di euro. Alberghi, ristoranti, taxi, esercizi commerciali di vario tipo, per non parlare dei libri venduti, e dei musei, dei cinema, dei teatri visitati. Quando si dice che un euro investito bene in cultura può ricadere sulla collettività moltiplicato, significa questo. A Torino, col Salone, succede sempre.

A ogni modo la vecchia Fondazione era stata liquidata. Questo ha significato che tutti i nostri contratti sono saltati da un giorno all’altro. E ha significato pure che i fornitori (i quali vantavano crediti verso la Fondazione, alcuni per cifre molto grosse, altre più piccole, si va dagli allestitori ai consulenti artistici) sono rimasti a terra. Le istituzioni (Regione, Comuni, fondazioni bancarie) facevano intendere che – tenendo conto di cosa aveva dimostrato di saper fare il Salone negli ultimi due anni – avrebbero cercato una soluzione, perché sarebbe stato un po’ folle (anche sul piano della ricaduta economica; nonché su quello culturale, e del prestigio internazionale) far cadere un’esperienza simile.

Solo che, e sempre che lo avessimo voluto perché nessuno poteva chiedercelo, avremmo nel frattempo dovuto fare “come se”.

Cioè: non avevamo un contratto, non potevamo utilizzare il marchio né il nome del Salone, non avevamo la certezza che si sarebbe trovata una soluzione, potevamo legittimamente tornarcene tutti a casa, ma nessuno poteva impedirci (per conto nostro, privatamente, senza alcuna garanzia formale) di cominciare invece a pensare a una nuova edizione della manifestazione. Se mai ci fossero state le condizioni per organizzarla. Ovviamente tutta una serie di cose non si potevano realizzare senza un’investitura formale, ma altre sì. (Per esempio le chiacchiere interlocutorie con editori a cui veniva chiesto il tuo stesso atto di fede. Grazie editori!) Se non avessimo, per quel che si poteva, iniziato a darci da fare (un evento dove ci sono oltre 1500 incontri richiede mesi di preparazione) allora potevamo stare sicuri che una XXXII edizione non ci sarebbe stata. Non potevamo lavorare a un Salone “reale”. Potevamo mettere in fila tutti gli elementi (quelli che si potevano) di un Salone “ideale”, sperando ci fossero state poi le condizioni di trasformare tutto in realtà.

Come se non bastasse, il marchio (insieme con database e altre pertinenze della vecchia Fondazione) sarebbe stato messo all’asta dal liquidatore, e chi poteva dare la sicurezza che sarebbe rimasto a Torino? (Io sì, sempre per atto di fede, ma era appunto, la mia come quella di alcuni altri, una convinzione personale, metafisica, insieme ossessiva e di buon senso – il buon senso, in un paese di spiriti infiammabili come l’Italia, è spesso metafisica – con nulla di formale a sostenerla, in un paese dove accade di tutto).

Aggiungeteci le inchieste giudiziarie che gravano sulla vecchia Fondazione.

Insomma, a fine maggio stavamo festeggiando i numeri (anche economici) della XXXI edizione, realizzata molto bene (in parallelo con la chiusura della vecchia Fondazione) dal Circolo dei Lettori e la Fondazione per la Cultura (ndN, è una diversa Fondazione, diversa da quella che chiamo la “vecchia Fondazione”). A giugno eravamo tutti senza contratto.

Sono seguiti mesi molto complicati, in cui mantenere il sangue freddo – lo capite – era difficile quanto fondamentale. Alcuni di quelli che avevano salvato il Salone (i fornitori) si ritrovavano in mano un credito che non potevano più esigere. Altri che pure avevano salvato il Salone (i dipendenti) si ritrovavano a dover partecipare a un bando per entrare nella nuova struttura (sempre che ci fosse stata), e senza la garanzia di farcela (alcuni non ce l’hanno fatta). Altri ancora che pure avevano salvato il Salone (gli esterni, le partite Iva) si ritrovavano semplicemente senza niente.

In questa situazione da cardiopalma, questa estate, ci sono stati almeno due eventi che hanno rischiato di farmi vacillare. Per la stanchezza

Il primo. Si inizia a diffondere la notizia che l’Iran sarà il paese ospite nel 2020. I giornali ci vanno a nozze. Io dico solo che me ne ero andato 10 giorni in vacanza. Sono al mare, ogni sera me ne vado a letto confidando nel fatto che il Salone si salverà, e a un certo punto inizio a venire raggiunto dalle telefonate dei giornalisti. Decine di giornalisti. E poi telefonate di amici, sms, richiami sui social. Era scoppiata la polemica. Editoriali. Attacchi. Isteria. Io rispondo a tutti: a) cari, non mi risulta che l’Iran sarà paese ospite; b) cari, sarebbe bello celebrare la cultura iraniana senza passare per forza dalle sue istituzioni; esattamente come i festival cinematografici che ospitano i film iraniani senza per questo sottostare minimamente ai diktat di presidenti e ayatollah; c) cari, in questo momento io non sarei neanche formalmente direttore del Salone; detto questo, non mi risulta proprio che l’Iran sarà il paese ospite; d) cari, pochi mesi fa è stato nostro ospite Salam Rushdie; secondo voi come cazzo può saltarci in mente di celebrare chi sostiene che la fatwa contro di lui sia ancora legittima? A quel punto qualcuno ha iniziato a sospettare che l’Iran non sarebbe stato il paese ospite.

Come qualcuno ricorda, è stato, quel momento, l’unico in cui sono intervenuto per spiegare in modo informale, schietto, spigliato e poco istituzionale che cosa stava succedendo.

Il secondo. Massimo Bray, prima che la complicata transizione fosse complicata, ha deciso di abbandonare il Salone. Lo ha fatto da un giorno all’altro per motivi personali. I motivi personali non si discutono. Ciò nonostante, sul momento (vista la situazione) ci sono rimasto male. Poi mi è passata. È vero che saltava giù dalla barca quando ancora non si capiva se si sarebbe salvata, ma ci era saltato su quando l’acqua in cabina era molto più alta. In fondo Bray aveva creduto nel Salone quando pochi avevano il coraggio di farlo, aveva sposato in toto la linea culturale che gli avevo proposto per il rilancio della manifestazione, e aveva sempre garantito la nostra libertà editoriale. Non si può fermare chi vuole andare via. Quindi va bene così, grazie Massimo per quello che hai fatto, e amici più di prima. Ti aspettiamo a braccia aperte come editore per la prossima edizione.

Al tempo stesso grazie al notaio Giulio Biino, che in un momento veramente complicato si è fatto garante delle sorti del Salone, e lo è adesso più ancora di prima presiedendo il Circolo die Lettori diretto da Maurizia Rebola.

8) Alla fine una soluzione si è trovata. Ed è stata, credo, con un po’ di fortuna (visto che nessuno ha cercato a suon di milioni di strappare a Torino il marchio del Salone quando è stato messo all’asta), una prova di maturità di tutto il territorio.

Nessuno credo sia capace di incartarsi come fa Torino, e al tempo stesso nessuno riesce a tirarsi fuori tanto bene dalle situazioni complicatissime in cui si ficca come questa città.

Ho parlato di prova di maturità. La prova di maturità è quando ciascuna parte rinuncia a qualcosa per un bene superiore, che quasi sempre è il bene comune.

Le parti sociali potevano sbranarsi tra di loro, come si fa in altri posti, casi e contesti. Per fortuna qui non è successo.

È successo alla fine che il marchio se lo sono comprati i fornitori-creditori (l’associazione Torino Città del Libro, che riunisce decine di loro), rinunciando così di fatto a una parte dei propri crediti. Sperano di recuperarli nei prossimi anni, noi ci faremo in quattro per aiutarli.

Regione e Comune, lasciando andare il marchio, hanno rinunciato a una parte della propria sovranità. Non era facile neanche questo.

Le fondazioni bancarie (Compagnia di San Paolo, CRT), hanno rinunciato a propria volta ai soldi necessari all’Associazione Torino Città del Libro per comprare il marchio. Nel senso che ce li hanno messi loro. Non si può non ringraziare.

Molti di noi hanno rinunciato a ciò che restava della propria giovinezza, direi che era ora.

Così adesso il Circolo dei Lettori si occupa della parte culturale, e Torino Città del Libro di quella commerciale.

L’altro giorno la notizia del ritorno dell’AIE, che sederà nel comitato d’indirizzo dove già siede ADEI. Grazie a loro, e alle altre associazioni di categoria.

9) Tutto bene ciò che ricomincia meglio di come stava per finire.

È stato complicatissimo, come si vede, riportare tutta l’editoria italiana sotto lo stesso tetto, eppure ogni tanto le cose difficili riescono. Adesso, dunque, viene il difficile di nuovo, ma spostato (mi auguro) su un altro piano. L’Italia è un paese che perde lettori. Inutile girarci intorno. Siamo un paese dove i registi vincono gli Oscar, le Palme e gli Orsi d’Oro, gli scrittori a volte furoreggiano all’estero, l’arte è conosciuta in tutto il mondo. Però siamo sempre in difficoltà a livello di sistema. La filiera del libro in Italia è fatta spesso di persone meravigliose, ma si trova altrettanto spesso a operare in un ambiente difficile e pieno di problemi irrisolti. Siamo un paese ancora molto fragile. Una fiera nazionale del libro – visto che ci partecipano editori, librai, bibliotecari, scuola, associazioni di categoria, istituzioni nazionali – potrebbe essere un luogo dove si discute anche di questo.

Ho parlato fino ad ora di cose ben riuscite, e di piccoli miracoli.

Invece ecco un fallimento per tutti: è successo troppo poco al sud, in questi anni. Riuscire al sud, dove i lettori sono così drammaticamente pochi, sarebbe la vittoria più bella. Chi raccoglierà la sfida? Noi, per adesso, non ci siamo riusciti. Speriamo in futuro. Speriamo in qualcuno.

Molto bene. Avendo dovuto tacere per sette lunghi mesi, mi sono liberato qui tutto d’un fiato. Adesso il fiato va ripreso, perché, essendo partiti così tardi (scusate: non tardi, tardissimo), abbiamo pochissimo ma davvero pochissimo tempo (sempre le cose facili, eh?) per mettere su un altro Salone capace di rendere giustizia alla sua storia e a ciò che rappresenta per tutti quanti noi. E anche per farlo evolvere.

Grazie a tutte le magnifiche persone (di buona volontà e incommensurabile spirito di sacrificio) che rendono possibile il Salone. Questa gran cosa si fa grazie a loro. Grazie a tutti voi (anche chi non nomino, ma ho scritto tutto questo di getto, non appena avuta la notizia del marchio).

Ci vediamo alla prima conferenza stampa, il 6 marzo, quando si aprirà un’altra volta ancora il sipario su ciò che accadrà in primavera. La XXXII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, dal 9 al 13 maggio. “Un’idea luminosa, con un pizzico di follia”, come la definì 32 anni fa Josif Brodskij. Più di un pizzico, se posso permettermi.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

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