quellochevolevaessere

Appunti sulla natura, di Carol Swain

di Simone Tribuzio

Una bambina di nome Helen si è appena trasferita dalla città in una campagna gallese.
Nella location bucolica può prendere appunti osservando la natura, e quindi col tempo potrà liberamente coltivare la passione per il birdwatching.
Dal vicino Bill, soprannominato come “l’uomo delle uova”, apprende della morte di un raro esemplare di volatile. Sembra che poco prima abbia fatto fuggire parte dell’allevamento del signor Bill.

La ragazzina, decisa a indagare sulla morte dell’uccello, si muove in aperta campagna gallese per far luce sul caso che ha destato in lei un certo interesse (e meno in quello dei suoi concittadini).
Il quaderno che Helen stringe gelosamente tra le braccia porta una targhetta con su scritto “Appunti sulla natura”: un compendio che contiene gli indizi che formeranno – come tessere di un puzzle – un mosaico più grande di lei.
Cosa spinge un animale a togliersi la vita, quando non è nemmeno contemplata un’azione simile nella sua classe? Trattasi di un ambiguo fraintendimento: ma perché mai questa creatura – una volta escluso l’uccello come soggetto – ha deciso di farla finita?

Helen – o Carol Swain – scende in campo per indossare i panni di una detective, dal metodo deduttivo più naif che scientifico, per entrare nella mente del defunto. Sulla strada incontrerà persone e animali: non sapendo di varcare una soglia che la condurrà in un realismo magico. Una cornice mirabile che avvolge la cittadina del Galles, città in cui è cresciuta la stessa fumettista londinese.

Quello che voleva essere di Carol Swain (Tunué, 2019, traduzione di Omar Martini) è un lento dispiegarsi delle rivelatrici forze elementali, un atto che tanto somiglia allo slowcore di band quali Low e i Talk Talk più crepuscolari di Spirit of Eden e Laughing stock. In una atmosfera dimessa si concentrano le contraddizioni di una società e il senso di inadeguatezza degli emarginati perché “diversi” e non conformi alla società. Nel mettere in scena la tematica, l’autrice non ha preferito urlare uno slogan, anzi: ha ricorso a un uso del show don’t tell che subito mette in chiaro tutti gli aspetti del racconto.

Quello della Swain è un esercizio silenzioso che vale come un’elegia, un tenersi costantemente in equilibrio tra le lunghe pause e le poche battute che vede Helen scambiare con degli attori principali. A questi è concesso, in via del tutto straordinaria ma naturale al tempo stesso, il potere della parola dall’uso parsimonioso.
La voce di Carol Swain accompagna il lettore nel percorso che introduce al discorso sul genere, in una via che ricorda fortemente il racconto mistery. Proprio Dylan Horrocks, che ha tessuto le lodi all’autrice, fece dell’indagine introspettiva, se non astratta perché interiore, un landmark nel suo fumetto culto Hicksville.
La grafite imprime su carta figure e scenari fumosi, come fumosa è la realtà che avvolge la cittadina di Helen, che farà luce sul mistero più grande: siamo veramente soli in punto di morte, o anche nella tragedia più profonda ci sarà sempre qualcuno a tenerti per mano?
Sarebbe più opportuno chiedersi se possiamo aiutare quella persona – ancora in vita – prima che finisca nel mero oblio.

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