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Ara Macao, un racconto di Danilo Soscia

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A gennaio Danilo Soscia pubblicherà per minimum fax
Atlante delle meraviglie. Sessanta piccoli racconti mondo. Vi proponiamo qui un racconto inedito che fa da contenuto extra, ringraziando l’autore e l’editore. (Immagine: André Sanano via Unsplash)

Nessuno mai chiamerà dall’ospedale, e i pidocchi mi mangeranno la carne senza che io abbia avuto il tempo di stanarne nemmeno uno. Gli afidi marceranno sicuri alla volta della pupilla, dei genitali. Il formicolio isterico del loro assedio batterà il tempo del mio abbandono. È questa la punizione in vita per coloro che non sono stati amati.

Di notte la pioggia ha più volte invaso casa. L’acqua ha oscurato la base dei muri. Un’ombra tiepida che prima o poi infiltrerà la materia e la sgretolerà, come fa l’edera con l’intonaco dei palazzi.

Sul fondo della mia gabbia sono germogliati frantumi di riviste, briciole di lettere addensate nel guano. Storie senza vergogna, volti di uomini estinti, costumi da bagno, cronache terribili di furti e di tradimenti consumati nell’indifferenza. La vicenda di una bambina rapita un secolo fa, dispersa nella memoria delle cose accadute e mai più ritrovata. Poi, il profilo di una donna in bianco e nero. Mi domando se costei ancora vive, ed è in attesa di qualcosa, di qualcuno. Scorro le parole superstiti, e con la pazienza delle anime povere cerco di estrarre dalla segatura le vicende che vi sono sepolte, le immagini di un mondo che ho imparato così, dalla superficie trionfale delle mie feci.

Nessuno risponderà mai più al telefono, e io ho schifo della mia voce. Una volta apristi la porta della prigione e dicesti con il tono bianco che ti contraddistingue, Vieni fuori. E io spinsi la mia testa abnorme oltre l’arco della gabbia, timoroso che l’aria avesse l’odore trapassato della vita adulta. Montai sul dorso della tua mano, morbida come la polpa di un frutto. Tu mi sollevasti in alto, e io tesi forte le ossa della schiena, quasi a ristabilire un equilibrio. Dondolai timoroso che la stretta dei miei artigli ti aprissero la pelle a sangue. Con il naso e la punta muscolosa della tua bocca sfiorasti le piume del dorso. Il favore della tua saliva mi ridusse a te. Il tuo fiato sapeva di resina e midollo.

Insieme siamo stati grandi mangiatori di uova. Masticavamo all’unisono, felici, e tu mi salutavi picchiettando la punta dell’indice all’attaccatura del mio becco albino. Buongiorno, ti dicevo. Sorridevi. E io desideravo stringere il nodo del tuo fegato, essere la galera del tuo volere e averti qui, solo per me, e per le parole che mi obbligavi a dire.

Poi, un giorno sei caduta, e io non ti ho presa. Queste ali piccole che mi hai fatto non potevano raccoglierti da terra. Le finestre di casa sono da allora spalancate, e la pioggia non concede alcuna tregua a colui che ha peccato.

Io so che tu non nutrivi per me lo stesso amore, ma oltre la consapevolezza mi uccide non essermene accertato mai con decisione, non avertelo chiesto. La colpa per aver coltivato questa ignoranza mi spezza i nervi. Fuori il mondo si disfaceva. L’autunno della nostra vita si teneva al riparo dall’invasione dei bisogni, il dormire, il mangiare. Ascoltavo ciò che tu ascoltavi, e ti sentivo cantare, bestemmiare, la tua voce bassa e infiammata. Pretendevi io ti accogliessi ogni volta con un gorgheggio simile al tuo, schiavo per sempre, lemure idiota. I miei occhi si sono consumati a contare gli uomini che ti hanno avuta. E sono diventato vecchio per questo, senza aver visto altro che il tuo tradimento.

L’esistenza fuori da noi aveva qualcosa di sordido. Nessun altro giorno potrà mai pareggiare quello in cui hai deflorato la mia ala sinistra e poi la destra, spalancandole come fossero le tue gambe. Non conoscevo ancora il taglio della forbice, lo scatto impuro che fa il metallo quando si accanisce piano sulla carne altrui. Ti prego, taglia una penna alla volta, ti dicevo. Tagliane solo quattro, come il numero segreto che nel mio delirio associavo all’amore. Non volerò lontano, lo giuro. Non lascerò mai la nostra casa. Le piume nuove, quelle che allora si affacciavano al mondo, erano irrorate di sangue. Tastavi due a due i filamenti del mio petto per assicurarti che si fossero sviluppati a dovere. E tagliasti, senza pensiero, pregandomi di non urlare.

Era il tempo dei nostri baci, la falangetta del tuo medio presa tra le punte del mio becco, e il tuo sapore di inverno e di atlantico, estraneo, buono, una scintilla di eternità per le vite brevi come la mia. Sei forse guarita e vivi in un’altra casa? La foglia grassa sotto la quale sono nato ha nella mia memoria, adesso, l’aspetto freddo di una fiamma celeste. Dio ne maledica il seme. Ho grattato dal fondo della mia latrina una scorza d’arancio seccata. Conserva in sé l’aroma dell’ultimo natale che noi due abbiamo trascorso soli in questa casa.

Nessuno mai chiamerà dall’ospedale.

A Macao adesso è estate. Le ragazze alzano la gonna sopra le ginocchia e vanno a baciarsi sui lungomare con i loro fidanzati, per farsi vedere, perché il sale dell’aria fissi meglio la promessa di qualcosa che sia duraturo. A Macao i criminali di strada portano calzoni corti e hanno ciocche di capelli colorati. A Macao dove i pappagalli si posano sulle balaustre delle rovine di San Paolo e da lì predicono il futuro degli innamorati felici, oppure tacciono sdegnosi le parabole di coloro che non si ameranno mai. A Macao, da dove dicono il mio guscio provenga, e dove io non ricordo di essere mai stato.

Le piume si sgonfieranno e diventeranno pulviscolo, essenza della terra nella quale anch’io verrò impastato come una creatura di passaggio. La solitudine si cura con l’ostentazione del disprezzo. E così mi ascolto ripetere il mio nome, Ara Macao, Ara Macao, Ara Macao, e il gracidio beffardo delle corde che vibrano da qualche parte sotto la lingua nera è un messa priva di officianti. Mi illudo allora che il telefono squilli, e che io dica, Pronto? Sei tu?, e che dall’altra parte della cornetta qualcuno di non visto risponda, Sì, sono io, ti hanno portato da mangiare?

Addosso, l’unto di una delusione senza riposo. Non so mentire a te, No, non mangio da giorni. Quando torni? E tu che sorridi compiaciuta, le ferite agli angoli della bocca come due parentesi, mi confessi piano, Non torno più.

Finirà così, senza strazio, stelle spente, boccioli d’oleandro che colano ai bordi delle strade. Da questa parte del mondo nessuno mangia la carne di pappagallo, a parte i cani. A un cane salvatore io rivolgo la mia ideale preghiera, il mio desiderio. La nostra casa è il suo macello.

Danilo Soscia (1979) ha pubblicato la raccolta di racconti Condomino (Manni, 2008). Studioso di letteratura e di Asia Orientale ha curato il volume In Cina (Ets, 2010) e realizzato lo studio Forma Sinarum. Personaggi cinesi nella letteratura italiana
(Mimesis, 2016). A gennaio 2018 pubblicherà per minimum fax Atlante delle meraviglie. Sessanta piccoli racconti mondo.
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