Arbasiniana

Questo articolo è stato pubblicato sul Foglio.

di Matteo Marchesini

Abbiamo in mano i “Ritratti italiani” di Arbasino raccolti ora da Adelphi. Ritratti “cubisti”: che sovrappongono tempi, luoghi, articoli, interviste e appunti, spaziando da Longhi alla Loren e dalla Brin al cardinale Siri. Li sfogliamo, come l’autore in copertina, stesi su un divanetto, cercando di assumere la sua aria assorta e languida. Ma noi abbiamo attorno dei rigidi cuscini Ikea: niente morbidezze di cuoio sotto e d’arazzi sopra, né vestiti di sartoria o calze pronte per zompare a un vernissage in un punto qualunque del pianeta. Del resto, noi siamo cresciuti tra anni Ottanta e Novanta in una Padania cheap e retrodatata ai Cinquanta, mentre lui nei suoi padani Cinquanta già viveva in un agio da inizio anni Ottanta tra hippie e yuppie, raggiungendo ovunque la gioventù del Mondo e Paragone su una decappottabile sportiva… in epoche ancora preautostradali e avventurose su e giù tra Roma e Milano, tra via Veneto e il Giamaica, tra Piazza del Popolo e via Andegari… Dunque da una parte noi, che col confine non di Chiasso ma di Sasso venivamo ceduti in babysitting alle sezioni di un Pci in esaurimento ma ancora più crocio che marxista e pachidermicamente emiliano, con gli affreschi guttusiani in rossonero, i “Quaderni del carcere” nei friabili Editori Riuniti pre-Gerratana e l’americano da Radio Elettra di Pavese e Vittorini… Dall’altra parte lui, il diplomatico della prima generazione d’intellettuali borghesi che ha iniziato presto a viaggiare, archiviando in soffitta le ciabatte dei rondisti e i flabelli funerei dei comitati centrali al grido di “Abbasso le ricette della nonna! Basta con gli anniversari delle catastrofi!”, e che del Novecento nazionale ha scelto semmai la lievità di Comisso o Palazzeschi, insomma dei pochi scrittori vissuti senza sostenere ridicole ideologie abiurate una volta a decennio, e possibilmente capaci di vivere l’omosessualità senza i complessi cattocomunisti di Pasolini (di cui qui si spiega come riuscisse a “provocare scandalo con i costumi prevalenti”: e “Non confondiamo Petronio con ‘Petrolio’!”), ma pure senza l’esibizionismo ferito che parecchi anni dopo sventolerà il padano plebeo Busi per smarcarsi da un esercito di gay ormai irreggimentati… Da una parte, ancora, l’autore che si faceva buttar giù la scala da Elvio Fachinelli per rientrare in collegio a Pavia dopo una Callas goduta di rapina alla Scala e una corsa col fiatone all’ultimo treno, dall’altra noi che alla stessa età si tirava l’asma dai polmoni in un campetto di basket o calcio periferico con la vergogna di chi non sa di Proust e associa il rantoletto solo alle stizze contadine della nonna… in tempi e luoghi in cui à bâtons rompus non si chiacchierava certo di squisite scoperte waughiane ma si correva tra sbarbine inarrivabili e tiri a rete senza più a’ Pa’, con in mente per riccetti solo Vialli o Gullit o il Pibe che forse un Pierpaolo redivivo avrebbe ingaggiato, chissà, al posto di Neri Parenti insieme a Villaggio in nuove Nuvole e Uccellacci del Riflusso… e intanto si passava dalle Air Jordan ai Colmar e kefieh delle okkupazioni vintage anni Novanta, e anziché in ville senza riscaldamento piene di Sansoni Bompiani Einaudi in carta da guerra si svernava in villette a schiera fin troppo riscaldate ma con goodfellas coi quali ancora a tredici anni ci si vergognava di conoscere il significato di parole tipo “mestizia”, o si dormiva in appartamenti dove raggiunta la mensola più bassa il primo titolo da leggersi era “Cristo: un compagno?”… e ai Tex da barbiere, in mancanza del Caffè, s’alternava Cuore, e ci si formava poi di nascosto sui libriccini e VHS dell’Unità di Sansonetti e Veltroni affogando in un’unica grande chiesa che va da Che Guevara a Madre Teresa tra cippi e lapidi e quelle commemorazioni necrofile dei santi nazionali bersagliate a meraviglia dal Nostro…
E che sollievo infatti, dopo un’adolescenza passata a imitare le bizze del qui ritratto “brav’uomo” Nanni, leggere un tipico a parte arbasiniano in cui, davanti al pellegrinaggio in Vespa di “Caro diario” “sui luoghi del martirio” ostiensi, ci si chiedeva cosa avrebbe fatto lo splendido quarantenne “se da baby papero dodicenne” si fosse sentito fare dal P.P.P. dei dopocena all’Idroscalo quelle proposte “oggi ohimè e non allora definite ‘pedofile’ – a cui era proprio difficile (…) rispondere autorevolmente di no”… E lo stesso sollievo provammo davanti agli sfottò diretti contro l’idolatrata Francia dei cartesiani travestiti da sadici, in primis contro quel Bataille che “l’aveva fatta assai lunga e assai greve con Crimini e Vizi e Assassini”, ma che quando poi i lager gli proposero “combinazioni abbondanti di sevizie e supplizi senza doverli più cercare negli archivi (…) benché equivalesse ad aver lì Bali per uno che ha sempre sognato Bali” si rifugiò “in un suo nobile e sdegnoso antifascismo”, perché “i crimini di Hitler sono brutti mentre quelli di Barbablù, ah sì, quelli erano belli…”… e ancora contro i foucaultiani ossessionati dal sesso come metafora del Sistema, magari perché delle altre figure retoriche si son perse le tracce (ma “Se il cosiddetto coito orale è una metafora del potere, il cosiddetto coito anale” non sarà “una metonimia del sedere”?)…
Questo sì è mirare all’altezza giusta, dato che solo l’acume esibito col tono di fatua superiorità di un signorotto feudale può intimidire gli intimidatori signorotti-tartufi dell’ideologia universitaria… e più in generale di tutta la tetra subcultura anni Settanta scivolata giù senza souplesse in estremismi da demonietti in sedicesimo e droga “pesante”… subcultura mai tramontata, se stando a romanzi e film di successo sembra che da decenni in quest’Italia pur ridanciana e scalcagnata esistano solo complotti di menti raffinatissime, e che perfino a Prati o nel distretto della mattonella di Sassuolo si giri coi kalashnikov… che poi ci si chiede dove trovino il tempo per imbastire i loro plot, tutti ‘sti travet delle serie televisive e romanzesche, specie i magistrati con i cassetti pieni di pendenze… Insomma, possibile che “proprio tutti in Italia debbano fare gli intellettuali o i terroristi”? Eccolo, l’Arbasino migliore: quello che, col gesto di chi tira via, collega fulmineamente la cultura più egemone e tronfia a dei riflessi familiari molto da tinello, e con balzi nureyeviani vola a zigzag da un ambito professionale all’altro… Quello, ad esempio, che nota come i “siamo nati a Firenze” e i “siamo stati a Londra” sottesi agli elzeviri di Emilio Cecchi siano appena la versione “sublime” di “ho fatto il militare a Cuneo”. O che insinua, perfidia somma, che la fama di Giorgio Morandi si fondi sull’idea che “il beige si porterà sempre”. O ancora meglio, quello che associa l’abitudine dei nostri presidenti a far sempre le dichiarazioni cruciali nelle capitali straniere al fatto che di Calvino si privilegino le “Lezioni americane”, così inferiori ai saggi seppelliti con “Una pietra sopra”… Il tutto, s’intende, detto sfoggiando sempre il pimpante edonismo di chi spera che gli italiani diventino esigenti coi libri almeno quanto lo sono con le pizze d’asporto, senza più la patria indulgenza o soggezione per una cultura di rara insipidezza ma protetta da corporativismi spietati di taxisti o uscieri dell’abstract…
Tutto bene, dunque? Fino a un certo punto, fino a un certo punto. Perché se poi si ritorce l’arbasinage contro Arbasino… Ma facciamo un passo indietro, sempre nevvero senza esser pedanti. Anche chi del Nostro legga solo questi “Ritratti”, vede bene le doti ideali a cui tende: un’esattezza negligente da surfista, che però poi pubblica a ritmi da padroncino brianzolo come Praz; la sontuosa eleganza del Longhi che lascia cadere attribuzioni al buio d’una pieve comasca mentre canticchia Mina; l’agilità stenografica del diarista in pubblico Flaiano; e una lombardità dialettale ma internazionale, eclettica ma rigorosa, spiritosa ma stoica e sempre informatissima, da rivendicare attraversando su e giù a precipizio la strada che da Parini va ad Anceschi passando per Dossi e Gadda, per gli architetti, e per un’efficienza economico-amministrativa con dietro il rispetto antico del lavoro ben fatto… Solo che ad Arbasino mancano la riposata ossessività dell’anglista, il rabdomantico genio specifico del critico che trasforma i quadri in parole, e la malinconia fonda, immedicabile, da cui affiora la satira “bianca” dell’abruzzese. Quanto poi al lombardo rigore, il nostro reportagista è davvero un po’ troppo esagitato, quasi – absit iniuria – meridionale… Risultato: se spesso il cortocircuito tra riferimenti alti e bassi, tra discipline e storie agli antipodi serve a colpire un bersaglio, a volte denuncia solo una nauseata e nauseante mania elencatoria. Coi suoi palinsesti di puntini parentesi calembour strizzate d’occhio e gerundi birichini, il bulimico Arbasino vuol riempire tutti i vuoti, affamato più di “contatti” che di rapporti veri… Già il suo Flaiano lo paragonava a un bambino chiuso in una pasticceria: e qui, sorpresa, nel profiletto di Furio Colombo lui stesso ci svela che da grande voleva fare il pasticciere! Come in Manganelli e in F&L, in Eco e in Sanguineti, il suo debordante catalogo pop riflette un postmodernismo per cui la modernità si riduce a una mera carcassa da saccheggiare, e alle esperienze scontate in proprio si sostituiscono i souvenir di un turismo culturale esibizionisticamente cosmopolita. Però non è appunto con questi blob, in cui ogni cosa equivale a un’altra in un frullato insapore, che funziona l’odiata tv non a caso coetanea degli esordi arbasiniani? Gli scrittori nati nei Trenta competono già con l’eccesso d’input dei mass media: ma è una competizione persa in partenza, che manda la letteratura in loop. Così, nella sua inarrestabile libertyzzazione del patrimonio culturale planetario (dopo il prazzesco, l’arbabesco?), il sempregiovane fabuloso di “Fratelli d’Italia” si presenta (anche) come il simbolo di un’aspirazione patologica e assai poco aristocratica a “essere tutto”… Sì, è vero, rispetto ai compagni del Gruppo 63 il Nostro appare apprezzabilmente conscio della frivolezza del “metodo”. In un certo senso, con la sua brillantezza da vispo rampollo tardoborghese pronto a sbrodolare apposta le sciatterie che uno scrittore casserebbe, Arbasino è il giornalista perfetto, sempre sul pezzo e senza la mutria italiana – un giornalista assai diverso ma più prezioso di quello che il termine evocava nella nostra infanzia fine prima Repubblica, quando ci sognavamo reporter d’assalto da film di Marco Risi più che di Pakula e saremmo andati a fare i magistrati cadendo nella rete della Rete… Ma tuttavia, malgrado il piglio così alieno dal culdipiombismo universitario e Rai, può darsi davvero una frivolezza logorroica, e dunque per forza un po’ “pesante”? E una frivolezza, poi, che ha un tale orrore della serietà (confusa con la seriosità) da richiedere puntigliosamente un curriculum up to date addirittura alla Br… E inoltre, che dire dell’improvviso attenuarsi della maldicenza scanzonata e spumeggiante nei ritratti di Eco, Feltrinelli, Manganelli e Sanguineti, dove l’elastico Arbasino diventa più anodino che pletorico, e qua e là sembra lasciarci soli con un’articolessa di Carlo Bo o della Rossanda? Certo, almeno lui non ha problemi ad ammettere che il Gruppo 63 era un esercito di già “sistemati”. Anzi lo rivendica: ma per poi aggiungere, senti un po’, che proprio per questo nessuno lì era in cerca di prebende! E che tutti stavano nella stanza dei bottoni disinteressatamente! Così che perfino le valanghe di tesi di laurea fomentate dal convegno palermitano, cioè quei faldoni di prosa da cancelleria giudiziaria liquidati dall’Arbasino buono con una pernacchia, gli sembrano di colpo quasi cool… Ma poi, col suo sistema nervoso a fior di pelle e i suoi link compulsivi, non basterebbe al ritrattista la più facile delle analogie per vedere che il Gruppo 63 fu nient’altro che una Scapigliatura automunita? E quando ci si chiede se “fare negli anni Sessanta dei romanzi ancora tradizionali degli anni Venti, non sarà come costruire il neogotico in un paese che non ha mai avuto il gotico”, non bisognerebbe aggiungere una domandina su cosa significherà allora rifare le avanguardie e il romanzo-saggio-conversazione con lo stesso ritardo, tenendo conto che pure la mise en abîme ludica e postmoderna di quella storia l’avevano già fatta Bontempelli e Savinio quando i “sistemati” non erano neanche in fasce?
Per fortuna, comunque, la natura mercuriale e pettegola salva Arbasino dai giudizi stolidamente ultrà. E lo sbrigativo dongiovannismo con cui sfrutta i Grandi Autori di ogni tempo e disciplina – per lui i “migliori sarti” – lo allontana non solo dalle ortodossie polverose ma anche dalle trasgressioni ufficiali dei suoi vicini di banco che predicano il piacere del testo ma annotano a piè di pagina anche Topolino… Notevole, in questo senso, il pezzo sulla Invernizio (protagonista di uno dei tanti ripescaggi echiani), dove si conclude che suvvia, è meglio prima leggere i Balzac intonsi, che tanto il “Bacio d’una morta” si porta una stagione e poi il glamour semiologico passa magari alla “Carulinna vegn debass”… Ma sulle perversioni degli anni Sessanta, di cui pure Arbasino non si stanca di esaltar la floridezza, vale soprattutto la stroncatura dell’alienatore Antonioni: “la Cultura vera”, dice, “non tollera la presunzione: esige umiltà. Ridacchia di fronte al ‘dernier cri’ (…) Perciò essa si rifiuta ostinatamente alle appassionate avances di un corteggiatore così ambizioso e tanto programmaticamente à la page come Antonioni; e lo lascia nelle mani di una sua ancella vestita in maniera assai simile, la Pseudo-Cultura”, che gli fa confondere i più penosi imbecilli con dei pensosi pescatori del profondo, e gli consiglia di mettere in scena il taedium vitae con “una tale che sta lì con la faccia lunga dicendo ‘uh, che tedio!’”. Però allora non varrà, questa critica perfetta, anche per quasi tutti i colleghi neoavanguardisti, Sanguineti anacolutico e onirico in testa?
E’ forse a causa di queste contraddizioni che Arbasino fatica a stabilire dove stiano, nel passaggio tra anni Cinquanta e Sessanta, il “giulivo” e il “miserando”. Prima del boom, certo, si scambiava “la buona letteratura con la Cassa del Mezzogiorno”. Eppure, anche a chi s’entusiasma senza rimorsi per il benessere tocca rimpiangere almeno un po’ un’epoca in cui si trovavano ancora intellettuali “non funzionari”, e non tutto era schedato da impiegati impazienti di teorizzare l’ultimo fashion da dopolavoro, nonché ignari del fatto che le stesse cose erano già state dette senza complessi da primi della classe dieci o mille anni avanti…
Ma quel che conta, contraddizioni a parte, sono i molti ciottoli preziosi che giacciono nell’informe fiumana di questa prosa. Ad esempio, il gusto edonista preserva l’autore non solo dai capziosi recuperi semio-sociologici ma anche da quelli critici alla Sanguineti. “I versi di Lucini sono orribili”, comunica Arbasino col tono inappellabile di Alceste. E trova un’analogia mica male notando che il poeta delle “Revolverate” è un Pound del vecchio Milàn, “bravissimo nel tagliare i versi altrui, insensibile al proliferìo di ciaffi nei propri”. Non ha troppa pietà nemmeno di un complice nel dandysmo troppo pomposo e corrivo come Visconti, che con le sue bellurie subordina la Poesia alla Passamaneria. Ma sono tutti da godere anche i testi a fronte scelti per marcare somiglianze rivelatrici, in un esercizio di gran comparatismo senza inutili messe cantate esegetiche da manuale Carocci: Cecchi e Soldati, Comisso e Pasolini…
Semmai il problema è che la prosa arbasiniana confina le intuizioni migliori negli incisi, mentre la sua molle spina dorsale argomentativa non fa che arricchire con un po’ di spezie inconsuete la consueta omelia laico-nordoccidentale contro il perenne cattoassistenzialismo italiano. Siamo, non di rado, a un krausismo ridotto a civismo repubblicano ed espanso in chiacchiera da party, che nonostante l’arbasiniana fobia della lagna si traduce in un’interminabile geremiade sulla poca elettricità del culturame di provincia. Del resto, il moto di fastidio con cui l’autore liquida la “noiosa” “Solita Solfa” della società subalpina, oltre a rischiare derive Verdurin, non è forse una versione aristocratica dei tanto derisi “signora mia” della sua più famosa concittadina (sempre a Voghera siamo…)? E i divi fitzgeraldiani dei suoi milieu chic, insofferenti dell’Italia piccolo-borghese che parla e scrive solo di ménage domestici da zie Materassi e figli col moccio e mogli sempre dietro al sugo che dà zaffate sulle scale, non finiscono forse per parlare un po’ troppo spesso di parenti anche loro? Ah, com’è difficile non tirarsi dietro la famigliola, poco importa che stia a Fregene o al Royal Albert Hall, che si chiami Esposito o Visconti di Modrone! E infine, l’Arbasino che rimprovera Cecchi perché anche a Santa Fe vede cipressi e beghine, non fa poi lo stesso quando davanti a un arredatore o conte o regista di gran pregio in quel di New York o Berlino lo scopre reduce da commerci giovanili con la nonna o il medico condotto della Voghera d’antan?
Il problema è che la nonchalance funziona se si tratta di ridicolizzare un’Italia vivace nei lazzi al caffè e trombona sulla pagina, brava a recitare nella vita e falsa da star male a teatro – ma tradisce quando si fa essa stessa, ossimoricamente, “zelo della nonchalance” (e lo zelo, si sa, è per uno snob il difetto più imperdonabile). Tra l’altro, questo mito della disinvoltura blasée merita una chiosa. Fin dal primo ritratto, dedicato a Gianni Agnelli, si loda qui quell’arte della “sprezzatura” che da Castiglione scende giù fino alla scuola militare di Pinerolo, e che consiste nel “maneggiare gravemente i temi leggeri, e leggermente i più gravi”. Ma allora noi pensiamo subito al correttivo di Leopardi, che nelle sue lettere dalla putrefatta Roma 1822 definisce un viavenetista del tempo “un coglione, un fiume di ciarle, il più noioso e disperante uomo della terra” proprio perché “parla di cose assurdamente frivole col massimo interesse, di cose somme colla maggior freddezza possibile”. Il fatto è che il recanatese, sapendo ridere, non aveva paura della serietà.
Ma non si vuole chiudere un pezzo frivolo in modo grave. E poi chissà, forse la nostra è solo invidia per la classe e l’onnivora vitalità di Arbasino. In effetti, il vero sospiro da madeleine noi lo tiriamo prosaicamente davanti al ritratto del cantante di “Fatti mandare dalla mamma”, che echeggiava così spesso nella nostra infanzia retrò di zii promossi da mezzadri a garzoni con serate al dancing tra la Futa e la via Emilia. E allora ecco, prima di alzarci dal divano per una pedestre pizza ci vien da omaggiare l’autore emulando la sua verve couplettistica, che poi un po’ coltiviamo anche noi fin dagli anni innocenti in cui il welfare emiliano ci portò a casa Toti Scialoja in un pacco col più trinariciuto Rodari: sob, non ho fatto un passo/quasi mai oltre Chiasso/e lo confesso – sgrunt -/mai ho cenato coi Pecci-Blunt/né comperato cespi/di rose per Rudy Crespi:/però che tonico fare il dandy/anche solo sentendo Morandi…

Commenti
4 Commenti a “Arbasiniana”
  1. Prosper scrive:

    caro Marchesini, dato che siamo in epoca di grandi e larghe intese, ha mai pensato di dedicare il prossimo ritratto garboleggiante al prof. Raimo?

  2. Jean Fajean scrive:

    Pezzo di grande abilità, scritto in tuta mimetica. Lo trovo però meno acuto e meno sulfureo di quello scritto da Fortini nel “Breve secondo novecento”.

  3. michela scrive:

    Gran pezzo, grazie.

  4. Procyon Lotor scrive:

    Sontuosa recensione che arbasineggia per criticare Arbasino. E mantenere il suo stile per quattro cinque pagine è affare da pochi. Grazie per le critiche mirate, sostenibili e comprensibili senza mai coltellate alla schiena o altre infamie.
    Tempererò l’invidia con l’ammirazione.

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