rothko_no_61201953

Arbasino e Rothko


Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore e rielabora un commento di Gianluigi Ricuperati al testo di Arbasino contenuto nel numero 44 del verri a cura di Andrea Cortellessa, dal titolo A. & A. – Arbasino e Anceschi, Arbasino e «il verri».

Un giorno di qualche decennio fa Alberto Arbasino partecipò a una festa nello studio di uno dei più possenti artisti dell’era contemporanea. Accade

va a New York, verso la fine degli anni sessanta, al 157 di East 69 Street – indirizzo presso cui si era trasferito Mark Rothko, il principe monastico di una stagione formidabile della pittura americana, quella dell’espressionismo astratto, l’ultimo passo prima dell’avvento della Pop Art. C’erano tutti gli amici del grande pittore, e le figure e i casellanti del nascente ‘sistema’ dell’arte, così ben fotografato dal bravissimo Calvin Tomkins, qualche anno dopo, nel suo volume The Scene. C’era la fauna esistenziale del periodo, immortalata nei preziosi romanzi di narrazione orale raccolti da George Plimpton, e traballanti tavoli colmi di bicchieri e ghiaccio per ogni genere di consumo superalcolico, oltre alla consueta catena di sigarette che univa le abitudini sociali e le vite degli individui in quello scorcio raggiante di boom mentale. Lo stesso Rothko, nonostante le prescrizioni del medico, e come milioni di altri cittadini statunitensi dell’epoca, riassunti con superba eleganza cinematica nei circoli viziosi di Mad Men, beveva e fumava come se fosse niente. Qualche tempo dopo, al culmine di un successo mondano pieno di contraddizioni e ombre lunghe, un assistente avrebbe rinvenuto il suo corpo senza vita, martoriato da ferite auto inflitte.
Un giorno di qualche anno fa la scrittura di Alberto Arbasino si scontrò nel modo più fecondo possibile con i tableaux di Mark Rothko, quelli maturi, messi al mondo dopo il 1950, di una bellezza quasi insostenibile. Accadde nel cuore della Svizzera Tedesca, al centro del tempio che Renzo Piano aveva disegnato per ospitare i tesori di un grande collezionista. Ecco cosa ne venne fuori: “I rossi e porpora e viola cardinalizi o imperiali e sportivi. L’ arancione acrilico delle tute autostradali o netturbine. Il verde scuro e il blu opaco delle carrozzerie Audi e Opel impolverate. Senapi e zafferani, melanzane e primule. Il mandarino e il ciclamino delle crestine punk. Il cinabro dei vecchi muri, il carminio dei rossetti. Il bianco gualcito delle camicie e federe da buttare in lavatrice. Le diverse nuances della mostarda, della cioccolata, della cacca. I rosa sporchi e i citrini lividi dello yogurt alla frutta. Il violetto démodé che ‘porta male’ in teatro. Gli omogeneizzati per bambini, i sughi all’ amatriciana, le lozioni anticalvizie, il “french dressing” per le insalate, le cappelle di funghi arrostite, gli unguenti di ittiolo, i sorbetti alla mela verde, i vini novelli e quelli in “barrique”.”
Quale migliore esempio di ekphrasis, la pratica letteraria che consiste nel restituire con parole ‘conte e acconce’ l’ordito formale di un’opera d’arte? La mostra che aveva ispirato il pezzo, originariamente apparso sulle pagine culturali de La Repubblica, si era tenuta nel 2000 alla Fondation Beyeler di Basilea. E il sottotitolo, A consummated experience between picture and onlooker, suona ancora adesso come un’ottima paradigmatica formula per qualsiasi serio tentativo di ekphrasis – oltre che un potente esempio di quello che si potrebbe definire come lo ‘splendore dello stile tardo’ di Alberto Arbasino. Cosa c’è di più ‘consummated’ (dall’inglese: completo, totalmente fruito, realizzato, pienamente esperito), che definire il verde scuro e il blu come ‘delle carrozzerie Audi’, subito corrette – solo un millimetro dopo, nel nastro della percezione del lettore – come ‘impolverate’? E cosa c’è di più mimeticamente preciso, quasi fosse un compito descrittore della provincia italiana di mezzo novecento, di quel ‘cinabro dei vecchi muri’? E quanto spirito d’osservazione banalmente realistico, da sceneggiatore di Scorsese, nel definire ‘lividi’ i citrini dello yogurt ? E chi altri, di fronte alle tele pure troppo intense del grande maestro morto suicida in modo orrendo, avrebbe potuto infilare quella serie finale di correlativi ultraquotidiani – ‘le lozioni anticalvizie, il “french dressing” per le insalate, le cappelle di funghi arrostite’ così sintetici e privi di qualsiasi tentazione decorativa? E infine: come non pensare al sopracciglio sensibile di Arbasino che si alza sospettoso e divertito nel riportare all’interno della sua filiera di analogie anche quel “in barrique”, così, tra virgolette, come pronunciato da una bocca talmente raffinata da cogliere un lato miserabile e ironico persino nell’uso della punteggiatura? Come non pensare che i menù di certi ristoranti italiani stellati non abbiano subito una catastrofica influenza arbasiniana, o che forse è accaduto proprio il contrario, cioè che nella macina infinita del suo linguaggio abbiano giocato un ruolo determinante le più azzimate retoriche dei menù d’alto bordo lombardo?
Il magnifico testo su Rothko si conclude con un frammento di memoir condotto al massimo della sprezzatura possibile, rifiutando di dire io e optando per un si impersonale, in una cadenza che stempera il solito flusso di informazioni e accensioni: “…Anni e anni dopo, visitando a Houston la sua vera definitiva cappella, commissionata dalla famosa signora Dominique de Menil e religiosamente astratta, e rarefatta, e non-confessionalmente mirabile, troppo tardi si è capito quale grande mistico avevamo sfiorato, fraintendendolo.” Quel ‘si è capito’ pare un atto di melanconica responsabilità, modulato in un specie di futuro anteriore delle intenzioni. L’isola-Rothko, per Arbasino, ha un nucleo pulsante di rimpianto secco.

Gianluigi Ricuperati è uno scrittore e saggista italiano. Nel 2006 ha pubblicato Fucked Up per Bur RCS e ha curato, insieme a Marco Belpoliti, la prima monografia mai dedicata al disegnatore Saul Steinberg. Nel 2007 Bollati Boringhieri ha pubblicato Viet Now – la memoria è vuota. Ha scritto un testo pubblicato ne Il corpo e il sangue d’Italia. Nel 2009 è uscito La tua vita in 30 comode rate (ed. Laterza).
Attualmente collabora alla Domenica del Sole 24 Ore ed è corrispondente speciale per la rivista Abitare. Da gennaio 2010 dirige Canale 150 – gli italiani di ieri raccontati dai protagonisti di oggi – iniziativa per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia sostenuta dal Comitato Italia 150 e da Telecom Italia. Dal 2010 è curatore del Castello di Rivoli – Museo d’Arte contemporanea. Ha scritto di spazi e architettura per Domus, ha collaborato alle pagine culturali de La Stampa e D di Repubblica. Scrive di musica per Rumore e Il Giornale della musica. È stato consulente editoriale per Alet Edizioni. Nel 1999 ha tradotto per la casa editrice Einaudi The Wild Party, testo di Joseph Moncure-March, illustrato da Art Spiegelman (ed. Einaudi Stile Libero, 1999). Nel 2007 e nel 2008 è stato, con Stefano Boeri, co-direttore di Festarch, festival internazionale di Architettura a Cagliari. Durante la prima edizione di Festarch ha svolto un dialogo pubblico su ‘architettura e letteratura’ con l’architetto olandese Rem Koolhaas. Nel 2009 è, con Stefano Boeri e Fabrizio Gallanti, co-direttore artistico di Urbania a Bologna. Collabora con Fondazione CRT e cura una collana di volumi di architettura e narrazione.
Commenti
13 Commenti a “Arbasino e Rothko”
  1. Salvo scrive:

    Fortuna sua…

  2. Stuart Mill scrive:

    Ma che senso ha un articolo del genere? Qual è l’utilità? Un articolo per parlare di un articolo che parlava di una mostra che esponeva dei quadri di Rothko. Non si sa più cosa scrivere per vendere ‘sti stracci di giornali…

  3. sergio garufi scrive:

    a me è piaciuto molto questo pezzo, e quella mostra a basilea la vidi di persona, era magnifica, davvero l’anima mistica di un grande artista. ricordo la sua utopia delle cappelle laiche disseminate sul territorio, luogo di pellegrinaggio per amanti della pittura.

  4. Gimmi scrive:

    A cosa è dovuto questo omaggio alla democraticità dell’esercizio intellettuale per cui spariscono alcuni commenti dal blog?

  5. minimaetmoralia scrive:

    minima et moralia nasce da un’idea precisa del luogo che i redattori
    volevano abitare nella rete: un luogo dove i testi non fossero
    pretesti per sbranarsi ma proposte sentite, da accogliere se non con
    gratitudine ogni volta, per lo meno con rispetto.
    Scrivere articoli per i giornali costa fatica e impegno. Siamo una
    redazione eterogenea, di persone che hanno diverse posizioni e
    concezioni della cultura, della politica, della letteratura: siamo
    liberi di andare sul blog la mattina e pensare tra noi le cose
    peggiori degli articoli degli altri. Lo stesso vale per chi ci legge:
    il privilegio di commentare brutalmente gli articoli che non ci
    piacciono vale per il tavolino del bar la domenica mattina così come
    per la poltrona davanti al computer ogni giorno della settimana. La
    cultura non può prescindere dalle reazioni viscerali. E allo stesso
    modo non può prescindere dai commenti critici: chiunque è libero di
    esprimere disaccordo, se ci tiene a entrare nel merito di un pezzo.
    Abbiamo invece deciso di cancellare i commenti offensivi, in cui ci si
    limita a insultare il pezzo o l’autore del pezzo.

  6. maria (v) scrive:

    io l’ho trovato veramente bello, grazie.

  7. eva scrive:

    andiamoci piano con il costrutto “esercizio intellettuale”: trovo sia molto abusato. hobbes chiamava la democrazia demagogia e non era proprio l’ultimo degli idioti.

  8. luigi weber scrive:

    Trovo che il pezzo sia non solo molto bello in sé, ma anche – per rispondere alla perplessità esposta, legittimamente, da qualcuno – assai utile. Perché Arbasino è uno scrittore che si espone sempre al rischio di risultare irritante, e talvolta lo è. Però non è qui il punto. Il punto è che se lo leggi distrattamente, come lui stesso per primo sembra chiederti di esser letto, anzi quasi sfogliato, sorseggiando un cocktail a un vernissage e ciacolando con tre o quattro interlocutori in almeno due lingue diverse, ecco che ne perdi la finezza, l’intelligenza e la calibratura. Un articolo come questo, invece, che osserva la prosa di Arbasino al rallentatore e al microscopio, mostra quanto pensiero – spesso, non dico sempre, ma ribadisco, spesso – ci sia dietro l’apparenza della chiacchiera elegante/snob. Anzi, direi che lo snobismo di Arbasino semmai è al quadrato: lui non si preoccupa davvero di essere frainteso. Come dire: signori, se siete così fatui da scambiare per fatuità questa fatuità che io mimo così impeccabilmente, è solo un problema vostro.
    Mi è piaciuto molto, ripeto, l’articolo, anche perché ad ogni riga ripensavo ai colori dei quadri di Rothko, e dannazione, Arbasino li azzecca tutti, solo mai in modo banale. Pensate ai famosissimi rossi-arancio-gialli. Chi avrebbe mai potuto pensare al sugo all’amatriciana? Accidenti, Rothko forse non l’avrà neanche mai mangiata, ma la sfumatura è assolutamente quella.

  9. Anna scrive:

    vorrei comperare la rivista “IL VERRI n.44 due copie
    da chi e’ distribuita
    Grazie

  10. Liberamente scrive:

    “Pensate ai famosissimi rossi-arancio-gialli. Chi avrebbe mai potuto pensare al sugo all’amatriciana? Accidenti, Rothko forse non l’avrà neanche mai mangiata, ma la sfumatura è assolutamente quella.”
    Ma allora, cos’è che NON possiamo dire di un quadro? Siamo alla libera associazione mentale, mi ricorda questo-o-quello? Mah.

  11. annaborzelli scrive:

    Arduo lo stile letterario ma limpida l’ interpretazione dell’ arte visiva.

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] giorno di qualche anno fa la scrittura di Alberto Arbasino si mise a descrivere i colori dei quadri di Mark Rothko, quelli maturi, messi al mondo dopo il 1950, di una bellezza […]

  2. […] di quell’anno) usciva su «la Repubblica» il 18 marzo 2001. Con quello semplificato di Rothko, e una nota di Gianluigi Ricuperati, l’autore me lo consegnava per il numero monografico che la rivista «il verri» gli dedicò, per […]



Aggiungi un commento