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Il sangue di Arca al VIVA Festival 2018

Un racconto dell’esibizione del dj e producer Arca dalla seconda edizione del VIVA Festival, gemello pugliese del Club to Club di Torino. (Foto di Clarissa Ceci su concessione dell’organizzazione, che ringraziamo).

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Un ragazzo venezuelano, volto insieme emaciato e ordinario, balla praticamente nudo sull’enorme palco del festival. Sulle natiche ha del sangue. È da un’ora che va avanti il suo spettacolo: non riesco a smettere di guardare né ascoltare. Verso la fine, a notte fonda, la musica è una cacofonia di ritmi latinoamericani e frastuoni psicotici.

Il ragazzo si chiama Arca. Il festival è il VIVA,  quest’anno alla seconda edizione (4-8 luglio 2018), organizzato dalla pugliese Turnè in sinergia con Xplosiva di Torino (responsabile del Club to Club, per intenderci). Grossa parte della kermesse si tiene nell’Arena Valle d’Itria, un campo di terra battuta tra i trulli e gli ulivi ai piedi della cittadina di Locorotondo. Tra i nomi più importanti di quest’edizione ci sono Liberato, Jamie XX, Sampha, Black Madonna e lo stesso Arca, ma il cartellone offre molto altro: la Boiler Room, sempre in arena, e altri eventi sparsi nelle vicine Martina Franca, Fasano/Pezze di Greco e Alberobello, senza dimenticare il parco archeologico di Egnazia.

A livello musicale si spazia quindi dalla club più notturna all’elettronica d’avanguardia, con qualche episodio rock (i danesi Ice Age) o addirittura pop (l’ultima serata con Levante e Willie Peyote, tra gli altri). Dopo il videomapping dello IED di Barcellona dello scorso anno, quest’anno la parte visual consiste in un laser verde che collega Locorotondo, Martina Franca e Cisternino, ovvero il cuore della Valle d’Itria.

Elettronica d’avanguardia, dicevo, in cui sarebbe facile inserire il ragazzo che balla nudo sul palco. Tuttavia, nonostante il curriculum – due collaborazioni su tutte, quelle con Kanye West e Bjork – l’arte di Arca andrebbe affrontata col corpo e con la maggiore apertura mentale possibile, più che con l’intelletto o con categorie musicali consunte. La sua performance, infatti, va francamente oltre ogni aspettativa: e considerato quanto un intero sistema economico sia fondato sul soddisfacimento e sulla prevedibilità delle nostre aspettative di consumatori, si può iniziare a intuire la potenza disturbante – qualcun altro direbbe rivoluzionaria – di Arca. Ma andiamo con ordine.

Il paese dei balocchi
Si è detto che il VIVA è alla seconda edizione. Come sappiamo, il secondo album – lo si ripete spesso nei report di alcuni giornalisti, a festival concluso – è sempre il più difficile: ma a quanto pare, sempre secondo gli stessi report, anche quest’anno il VIVA è andato bene, con oltre 20mila presenze totali. Di certo il festival si è ingrandito, non solo nelle location e nel cartellone, ma anche nelle ambizioni e nel tentativo di osare: senza Ghali (e Madlib e Dj Shadow) in una rassegna peraltro del tutto o quasi gratuita come quella dello scorso anno, e anticipando il festival a inizio luglio (invece che ad agosto), non era affatto scontato che i numeri avrebbero sostenuto un certo tipo di visione.

La spia di questo desiderio d’espansione, ad ogni modo, si trova pure in un particolare di non poco conto: l’area VIP dell’anno scorso, nell’Arena Valle d’Itria, quest’anno è un villaggio a parte: molta più estesa, con molta più gente, molto più cibo e tutto, in generale, molto più raffinato.

Ci sono le mozzarelle, i formaggi e i salumi più ricercati, il vino di una cantina pugliese particolarmente apprezzata, cocktail speciali, non so quanti camerieri (di una gentilezza assolutamente fuori dal comune), e poi gli angoli riservati agli ospiti del main sponsor. Ma soprattutto ci sono le ostriche. Il tutto condito con la scenografia che da qualche anno i pugliesi hanno imparato a offrire ai turisti: balle di paglia, trulli, muretti a secco, filari di lampadine a luce calda sospesi tra gli ulivi, banconi dal design pulito e moderno (come puliti e moderni, del resto, erano i trulli e i muretti a secco prima di trasformarsi nella testimonianza rural chic di una civiltà contadina per certi versi estinta).

Dall’area VIP il palco del VIVA, leggermente più a valle, sembra persino lontano. Un mondo a parte, dicevo, in cui ai volti di giornalisti e musicisti dell’anno scorso si aggiungono quelli di imprenditori e portatori d’interesse, per usare un termine aziendalista, invero un po’ antipatico, che però credo renda bene l’idea.

Tuttavia, non bisogna pensare al VIVA come a un festival fighetto. In Arena è pieno di persone normali: ovvero hipster con camicie e polo petalose infilate nei pantaloni, vecchi rocker e vecchi clubber, semplici curiosi e persino intere famiglie con bimbi piccoli. Così come alla Boiler Room – personalmente, il mio paese dei balocchi – c’è gente venuta per ascoltare Goldie o qualche altro dj in particolare, e molta altra presente solo per ballare e divertirsi. E poi ci sono un sacco di stranieri, turisti o persone che vivono in Valle d’Itria, specialmente inglesi, già da qualche anno.

In generale, come l’anno scorso il VIVA è capace di creare un’atmosfera notturna di visioni contemporanee che si mischiano con paesaggi di natura ancora selvaggia. La splendida Valle d’Itria illuminata dal sole, specie al tramonto, è il classico paesaggio mozzafiato, per usare stavolta un’espressione tanto abusata da risultare vuota, ma di notte sa essere ancora molto inquietante, specie quando non ci sono concerti in giro. Se però i concerti sono quelli del VIVA, ecco che la parola evento trova sempre un modo per smettere di accompagnarsi ad aggettivi come acclamato e atteso e riaccordarsi col suo etimo di “eventus”, “evenire”, dunque “venir fuori”, semplice “accadere” che modifica il mondo circostante dopo che è accaduto: cioè con la probabilità e col caso, con l’inaspettato. E siamo ad Arca.

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Una fiamma ossidrica in versione drama queen
Prima di Arca, la sera del 6 luglio, suonano Nicola Conte & Spiritual Galaxy, Liberato e gli Ice Age, mentre in un’area a parte c’è la Boiler. Il live di Nicola Conte lo seguo da lontano, perso come sono tra le meraviglie e gli incontri nell’Area VIP – c’è buona parte della Puglia che conosco, e persino qualche vecchio compagno di scuola che si è fatto strada tra cantine e istituti di credito di un certo rilievo.

Quanto a Liberato, il napoletano incappucciato fa impazzire il pubblico come da programma, distinguendosi per le interessanti code strumentali di un paio di brani. Viene il dubbio che tutto l’hype attorno alla sua identità misteriosa finisca col danneggiare un progetto più che solido dal punto di vista musicale (e perché no, letterario: qui e lì i testi di Liberato sono autentica poesia, oltre che la potenziale killer app di molte liriche pop contemporanee).

Gli Ice Age, invece, mettono in scena la classica esibizione punkrock. Cantante vagamente sbronzo, chitarre piuttosto aggressive, brani veloci e dritti al cuore, per un’oretta di musica sì inattesa ma forse involontariamente: dopo due giorni di deck, pad, groove e giradischi – ventiquattr’ore prima ci sono stati Jamie XX, Not Waving e Lil C in un solo colpo – è un po’ strano tornare ad ascoltare un intermezzo a base di chitarra-basso-batteria (e violino, a dirla tutta). In ogni caso, il maledettismo classico – direi quasi da cliché – del frontman Elias Bender Rønnenfelt è praticamente nulla rispetto a quanto farà Arca di lì a poco.

Il ragazzo irrompe – viene fuori – attorno alle due di notte. Indossa un vestitino di plastica trasparente, quel che resta di una sottoveste di lingerie nera, lacci emostatici usati come bracciali, rose incollate a mo’ di sacche per la flebo con del nastro nero sui polpacci e tacchi a spillo. E quindi urla, dà il benvenuto al pubblico, si mette alla console.

Sul palco c’è un altro tavolo: lì è sistemato il compagno d’avventura di Arca, che armeggia dietro al computer e si occupa dei visual. Ovvero: una serie di filmati con protagonisti echidna, anfibi, formichieri e altri animali esotici visti da molto vicino, e poi misteriosi ritrovamenti d’oro in pozze di melma inguardabile, lavori di scavo in siti archeologici con scheletri marci, bambolotti con tanto di genitali in bella vista e – sì, ecco un parallelo interessante – operazioni di apertura e pulizia di ostriche seguite in soggettiva, in primissimo piano attempate dita femminili abbellite da kitschissime nail art blu elettrico con tanto di stelline bianche, e soprattutto con la camera che indugia a lungo, pruriginosamente a lungo, sulla parte molle dell’ostrica.

Non bastasse, i filmati vengono stretchati fino al parossismo, mentre la musica accelera in un incrocio di tutta l’elettronica d’avanguardia umanamente sopportabile grattugiata con sventagliate hardcore e reggaeton, un flusso di clangore inarrestabile che Arca remixa, stoppa, fa ripartire, duplica, dilata e rimescola di tanto in tanto con ritmi da festa latinoamericana (ci scappa anche un trenino). Quando poi lui dà di matto, felice e disperato insieme, ballando sul tavolo o andando a baciare il compagno, quest’ultimo tira fuori una webcam da due soldi per inquadrare il ragazzo e stretchare anche quei siparietti nelle proiezioni alle sue spalle.

Quanto a me, seguo l’esibizione come si può osservare – dunque senza volerlo, al contempo senza riuscire a smettere di guardare – le lamiere squartate, i corpi ancora caldi sull’asfalto dopo un incidente stradale. Un amico che è con me – dotato di un umorismo assolutamente feroce, ma in questo caso quanto mai azzeccato – paragona invece lo show di Arca alla possibilità di osservare il proprio cancro crescere dentro di sé.

Il punto è che Arca non è affatto una drag queen, come aveva suggerito un altro amico che è nello staff del VIVA. È una drama queen, semmai, solo che il dramma messo in scena è del tutto insolito, se non addirittura inconcepibile per un pubblico abituato a trovare precisamente ciò che si aspetta in un concerto per cui ha pagato, a volte anche profumatamente. E non ho neppure idea se esistano comunità LGBT in qualche modo ispirate dall’arte di Arca: direi che, a voler essere onesti, è difficile fare dello spettacolo in questione un manifesto politico di qualsiasi genere. Il sangue sulle natiche – richiesto allo staff all’arrivo di Arca, e prodotto con amido di mais, topping al cioccolato e salsa di fragola – fa pensare a una sorta di autostupro, mentre la danza è una danza senza più memoria di genere o sesso. In breve si passa dalla contorsione all’eleganza classica e poi ritorno. Se non fosse che il contorno di musica e visual è il collasso di ogni estetica, troverei il corpo dello smilzo Arca – capelli neri corti con tanto di rassicurante tirabaci – assolutamente sensuale proprio perché ha smesso qualsiasi desiderio maschile o femminile, enfatizzando e persino armonizzando, di tanto in tanto, il conflitto, il flagello interiore da xenomorfo che abita ognuno di noi. Ne deriva un panico, anche qui in senso etimologico, di cui è intriso il corpo senza più corpo (ma intensamente prigioniero di un corpo) del ragazzo.
A tratti, insomma, Arca è di una dolcezza patetica e disarmante, mentre nel complesso il suo show è – suppongo volutamente – orrido e inascoltabile fino all’ossessione.

180707_ClarissaCeci_VivaFestival_140Verso la fine del set – sono le 3 di notte – Arca è praticamente nudo. Via la sottoveste, è rimasto con addosso un tanga color carne capace di contenere appena i genitali. Lo ha disegnato, racconta lo stesso Arca, la stilista con cui sta amoreggiando adesso nei pressi della console. Quando poi il nostro decide di scendere nel sottopalco per abbracciare il pubblico in prima fila, cui ha appena lanciato un mazzo di rose… Be’, a quel punto l’idea di entrare in contatto con quell’ibrido – ibrido disperato come può esserlo il Minotauro che non sa se è più bestia o più umano, riuscite a immaginare il dolore? – l’idea di entrare in contatto con quell’ibrido, dicevo, è per me letteralmente ripugnante. E quindi mi ritraggo in seconda fila prima di essere raggiunto, e più mi ritraggo più realizzo di rientrare nel mio guscio di ascoltatore medio, nella comfort zone di chi può darsi arie da grande intenditore di punk classico ma quando poi si ritrova davanti qualcosa di davvero disturbante – qualcosa cioè in grado di disturbare un ascoltatore contemporaneo, non mio nonno in balera negli anni ’60 – finisce col darsela mestamente a gambe.

E così ha vinto Arca, questo sfacelo e farcitura di carne attorno all’ibridazione dell’ovvio in un conglomerato di estremi, cacofonie, opposti apparentemente inconciliabili. (Vedete: il semplice fatto che per descrivere una performance simile io debba quasi fusarizzarmi, è una sonora sconfitta.) Per dirla in termini più semplici, in Arca coabita il tipico indicibile di epoche incerte in cui si è costantemente alla ricerca di forme nuove: quindi, un gioiello per chi è in cerca dell’inaspettato non solo per posa, una perla – sì – preziosa nella merda del già detto e dell’ovvio, una cosa che il canone, capace col tempo di assimilare qualsiasi stravaganza, suggerirebbe di inglobare a sua volta nell’eclettismo.

A proposito di estremi che diventano canone, a fine concerto e nei giorni successivi gli unici paralleli che mi vengono in mente sono quelli con l’Exploding Plastic Inevitable, lo show di luci musica e fustigazioni dei Velvet Underground con Andy Warhol (ha qualcosa di Gerard Malanga, il ragazzo venezuelano), o l’effetto che dovevano fare i primi concerti di Iggy Pop, con tutto il loro carico di autolesionismo e sferragliate chitarristiche che in quegli anni dovevano suonare come puro, sanguinario e del tutto gratuito rumore (si rileggano alcune pagine di Lester Bangs in proposito).

E poi c’è un altro parallelo, stavolta in ambito letterario, di arte estrema che può diventare icona: penso ad alcuni personaggi di Roberto Bolaño come Jaume Josep, detto il Nano Martire, o il povero Ernesto San Epifanio. Poeti omosessuali finiti nel tritacarne della storia e della vita, gemmati del collasso di generi e registri messo in atto dal loro creatore, come lui forse già canonizzati, e che tuttavia nel loro gioioso, patetico e dissonante dolore – dolore assoluto, non semplice conseguenza di confusione o sperimentazioni letterarie/sessuali – conciliavano dolcezza, volgarità, chiasso, spasmi, desiderio d’amore: ovvero prosa e poesia, senza soluzione di continuità.

A conti fatti (e a festival chiuso) credo che la canonizzazione incominci quando buona parte del pubblico riesce finalmente a decifrare il linguaggio di un certo artista, quando cioè riesce semplicemente a comprendere di cosa stava parlando quell’artista, innescando uno scambio emotivo (e ovviamente commerciale). Ma a quel punto quel linguaggio, forse, è anche fatalmente disinnescato, quantomeno compromesso: il che spiegherebbe anche il passo successivo, ovvero la celebrazione di cui sono stati oggetto gli stessi Lou Reed, Iggy Pop e persino Roberto Bolaño coi suoi insoffribili personaggi. Non so se lo stesso processo investirà mai anche un artista come Arca – se, cioè, la sua musica e i suoi spettacoli diventeranno in futuro semplicemente godibili, se non addirittura celebrati e innocui: se nell’arte cerchiamo conferma, consolazione o didascalico impegno politico, nel live di Arca al VIVA Festival non c’è stato nulla di tutto questo.

Marco Montanaro (1982) vive in Puglia, dove si occupa di scritture e comunicazione. Il suo ultimo libro è Il vapore e la ruggine (LietoColle), il suo blog è Malesangue.com.
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