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Arf, il Festival del fumetto a Roma

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di Federico Vergari

Questo pezzo l’ho scritto l’altro giorno. Il 23 maggio, il giorno in cui Andrea Pazienza avrebbe compiuto 62 anni ed è un pezzo che al suo interno parla (anche) di un mostra su di lui. Anzi, della mostra sui Trent’anni senza Pazienza che si inaugurerà al Mattatoio di Testaccio con l’inizio della quarta edizione dell’Arf di Roma il 25 maggio.

Senza. Una preposizione privativa che ci delinea subito il terreno dell’evento. La mancanza. Senza ancora averla vista, la certezza è che esclameremo uscendo dall’Arf: Chissà se ci fosse ancora oggi, Pazienza. Sono già trent’anni che non c’è più. Io all’epoca avevo sette anni e ho soltanto un vago ricordo della sua morte. Credo di ricordarmela solo perché colpì mia sorella, già allora grande appassionata e alla quale devo il mio amore per il fumetto.

È stato inevitabile quindi non iniziare questo pezzo con una domanda di quelle senza risposta che ti fai per passare un po’ il tempo, magari mentre cammini o sei nel traffico e hai voglia di voli pindarici e di giocare a fare le interviste nella mixed zone dopo esserti immaginato uomo partita di un derby.

La domanda nello specifico è questa: ma ad Andrea Pazienza sarebbe piaciuto l’Arf? Anche se non si dovrebbe fare, la risposta sta in un’altra domanda: perché mai non gli sarebbe dovuto piacere? Forse, ammettiamolo, avrebbe apprezzato pure (e forse un briciolo di più) il Crack al Forte Prenestino, di certo avrebbe ammirato e comprato quintali di carta scarabocchiata che in tanti amano definire auto produzioni, ma poi sarebbe andato pure all’Arf. E sì, gli sarebbe garbato un bel po’. Probabilmente gli sarebbe piaciuto più del Romics, ma è facile ipotizzarlo, questo. Lì avrebbe preso per il culo i cosplayer, avrebbe disegnato molte Lamù con le tette in su o fatto il verso a qualche Capitan Harlock tossico e poi si sarebbe stancato e avrebbe detto, si lo avrebbe proprio detto: No, scusate ma è che io preferisco l’Arf. Con quella sua erre là. Consapevolmente rotonda e bella.

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A Torino?
Il Torino Comics.
A Bologna?
Il bilbolbul.
A Napoli?
Il Comicon.
Di Lucca non c’è nemmeno bisogno di scrivere…

La geografia italiana delle manifestazioni legate al fumetto è precisa e il calendario è abbastanza serrato. Difficile fare altro senza sovrapporsi o farlo dove c’è già qualcosa. E se è vero che non ci sono liti e querelle verbali tra un evento e l’altro, come accade magari tra saloni del libro di cui non faremo il nome, è anche vero che ognuno di questi appuntamenti ha le sue prerogative e le sue (sovra)strutture ben delineate. Cosa significa? Che da ogni festival ognuno di noi sa già – in linea di massima – esattamente cosa aspettarsi.

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A Roma questa geografia è cambiata molto negli ultimi anni. Prima c’era soltanto il Romics che geograficamente parlando (proprio nel senso di coordinate e geo localizzazioni) era tecnicamente nel suolo capitolino, ma così lontano da non risultare comodo e fruibile per tutti. Da quattro anni a questa parte nella Capitale (in centro) c’è anche un nuovo festival, si chiama Arf e rappresenta in tutto e per tutto un nuovo modello di Festival del fumetto. Perché è ideato e organizzato da disegnatori, sceneggiatori e designer con l’intento di riportare la narrazione disegnata al centro della scena e l’idea è di farlo attraverso un percorso culturale di assoluta qualità grazie alla presenza dei migliori editori italiani e dei più affermati autori contemporanei italiani e non solo.

La ricetta dell’Arf è semplice e consiste nel mettere sul tavolo prima i contenuti e poi la parte commerciale. Come a dire che i libri sì, si devono vendere, ma prima è necessario costruire anche del contenuto di qualità.

L’Arf ha anche un’altra grande particolarità. Si tratta di una scelta coraggiosa, di un elemento che differenzia il festival da quasi tutti gli altri festival. Che lo mette fuori mercato e quindi in realtà al centro di esso. Dentro l’Arf non c’è posto per i cosplayer. Se ne vedete uno, probabilmente si sarà sbagliato, avvicinatelo e indicategli la strada d’uscita sussurrandogli all’orecchio che andrà tutto bene.

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Si chiama sbigliettamento. E molte manifestazioni sul fumetto – ci mancherebbe, la sopravvivenza prima di tutto – aprendo ai cosplayer si garantiscono l’incasso. La comunità di chi si traveste da personaggio dei cartoni animati o dei fumetti è così ampia, grande e variegata che in una città come Roma ti garantirebbe soldi e lunga vita. Sarebbe stato facile e – ci sia consentito il termine – pure un po’ paraculo. Ma se qualcuno pensa che il mondo del fumetto sia una storia che si può raccontare anche in altro modo non può che apprezzare la scelta di Daniele “Gud” Bonomo, Paolo “Ottokin” Campana, Stefano “S3Keno” Piccoli, Mauro Uzzeo e Fabrizio Verrocchi: i papà dell’Arf che curano il festival come fosse un figlio e fanno davvero tutto. Dal programma culturale al montaggio degli allestimenti. Tutto quello che c’è in mezzo potete stare certi che è sotto la loro diretta supervisione o manovalanza. Ecco, se volessimo per forza trovare una definizione potremmo dire che l’Arf può essere tutto, ma non sarà mai mainstream.
Fare contenuto sul fumetto significa altro. Significa parlare attorno a un tavolo, incontrare promesse ancora acerbe e aiutarle a crescere, significa tenere lezioni e organizzare mostre. Si muoveranno poche persone all’inizio e io me la ricordo la prima edizione dell’Arf in un auditorium assurdo all’Eur, ma se l’idea è vincente (e lo è) col tempo arriveranno i risultati.

E in questo quarto anno di vita l’Arf sta – secondo me – iniziando a raccogliere i primi frutti di questa scommessa fatta sul lungo periodo.

Esiste un modo per capire quanto un festival sia bello. Io lo chiamo il termometro dei contenuti. Funziona come la febbre. Più eventi in programma ti piacciono e più si alza la temperata. Dopo aver sfogliato il palinsesto chiedetevi a quanti eventi andreste. Ecco: la risposta per un lettore forte di fumetti che leggerà il programma dell’Arf è: Tutti. O almeno, per quanto mi riguarda – risposta del tutto personale e soggettiva – è tutto. Non avessi una vita privata al Mattatoio mi ci trasferirei per tre giorni.

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Mah, speriamo bene. Lo diceva Pertini, anzi Pert,  il personaggio di Andrea Pazienza intento a guardare – come un vecchio guarda i lavori nei cantieri – un’Italia a testa in giù. Col mare in mezzo e qualche vulcano fumante che si fonde con le nuvolette che escono dalla pipa del partigiano presidente come canterebbe l’italiano Toto Cutugno. Buon Arf e buona Roma a tutti. E tanta invidia per chi, magari ignaro, andando a cercare qualche cosplayer incontrerà per la prima volta sulla sua strada Andrea Pazienza. Sarà bellissimo, fidati.

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