Argonautiche

Argonautiche apocrife

Argonautiche

di Dario Borso

Il 28 ottobre scorso è uscita la Trilogia dell’inumano di Massimiliano Parente, che riesuma nell’ordine Contronatura (2008), La macinatrice (2005) e L’inumano (2012); edita da La nave di Teseo, casa cofondata da Umberto Eco e diretta da Elisabetta Sgarbi, reca in copertina un triplice taglio di Fontana suggerito da Gilda Policastro e in quarta un campale proclama di Vittorio Sgarbi: UN CAPOLAVORO, PIÙ ESTREMO DI MILLER E DI CÉLINE.

Con questo stesso proclama iniziava l’introduzione all’opera prima di Parente Incantata o no che fosse (1998) firmata dallo stesso Sgarbi, che proseguiva: “Tutto avviene nella coscienza, senza altri riferimenti fisici e descrittivi che non siano gli organi sessuali, terminali di piaceri erotici, non escluse pedofilia e coprofilia. Il titolo stesso, apparentemente poeticissimo, allude alla Montagna incantata (o no che fosse) di Thomas Mann. Ed è, in questo libro, letteralmente una montagna di merda”[1].

Sgarbi introdusse pure l’opera seconda Mamma (Castelvecchi 2000, dedicata a Sgarbi), con una clausola fulminante: “io e Parente siamo divisi soltanto da una preposizione: io scrivo introduzioni, lui scrive di introduzioni”. I temi restano quelli, solo portati all’estremo e tinti di politica, come quando mamma racconta al figlio le fantasie di sodomizzata in actu: “io castratrice radicale del Reich, io deputata di fiducia del Führer nel circoncidere gli ebreini asportando, sui tavoli operatori, per calcolato sbaglio, non la pellicina giudaica ma tutto, pisellini e palline, oppure ostetrica autorizzata ad essere un tantino disinvolta nei cesarei, sventratrice ufficiale di gestanti sioniste”[2].

Come già Incantata, Mamma fu un flop, che l’autore su Libero del 23 gennaio 2008 giustificò così: “toccò all’Ulisse di Joyce, processato per oscenità, alle opere di De Sade pubblicate solo nel Novecento da Jean Jacques Pauvert, a Pasolini dei Ragazzi di Vita, a Sodomie in Corpo 11 di Aldo Busi, e perfino, nel 2000, al mio Mamma, un altro capolavoro assoluto, alla cui censura giornalistica risposero con fermezza e tempismo” Mughini, Giordano B. Guerri e Sgarbi, del quale conosceva “da decenni e anche personalmente la forza e la decisione con cui è capace di portare avanti battaglie culturali importanti”.

Chissà se tra le battaglie vinte ci fu anche l’accordo stipulato tra Parente e l’allora direttrice della Bompiani-Rcs Elisabetta Sgarbi per la pubblicazione di Contronatura. Sappiamo solo, da un’intervista rilasciata il 19 dicembre 2007 a Panorama, che col fratello c’era “un forte sodalizio emotivo e intellettuale”, mentre Parente su Libero del 3 maggio 2007 si prefiggeva di “rivedere in questa notte insonne per la terza volta Notte senza fine, splendido film dalla regia ombrosa e beckettiana di Elisabetta Sgarbi”[3].

A  maggio 2008 per Bompiani uscì Contronatura, dove il nazismo torna nell’episodio in cui la deuteragonista si masturba davanti un filmino di aguzzine tedesche che prima masturbano un bimbo ebreo cicatrizzato, poi “gli tengono la schiena abbassata, strappano pagine della Bibbia e gli infilano la Genesi nel culo”. Stacco. “Sul pavimento, dove rantola il corpo scheletrico del bambino ebreo, primo piano su un lago di merda, vomito, sangue, urina. Stacco. Torno a guardare la fica di Nike Porcella: la spinge in fuori e si gonfia come una bolla rosa e cavernosa tra la peluria nera, ma lei mi fa voltare la testa verso la parete, spingendomi il mento con le dita bagnate, proprio mentre un colpo di pistola fa esplodere la testa del bambino ebreo”[4].

Inaspettatamente, sul Riformista del 19 luglio 2008 Parente pubblica uno scambio di sms con Vittorio Sgarbi che gli aveva chiesto di pubblicare su Libero a firma M. P. un testo di autosponsorizzazione per un posto al ministero dei beni culturali. Sgarbi: Sono felice che tu non firmi il pezzo di uno scrittore più grande di te, perché sarebbe così evidente la differenza di stile da determinare perplessità nel lettore. Parente: Tu sei uno scrittore? Mi sfuggono i tuoi romanzi. Sgarbi: A me sfuggono i tuoi, che forse sfuggono alla letteratura, tu non sei Proust, e nemmeno a lui avvicinabile. Forse Guido da Verona. Parente: Tu ignori completamente la differenza tra critica, scrittura artistica, filosofica, giornalistica e opera d’arte. Sgarbi: Io sono quello che hai inseguito ai tuoi esordi per farmi leggere i tuoi libri.

Il 15 settembre successivo su Dagospia Parente ricapitola l’affaire imputando ad esso una rottura con la sorella (“come risposta indiretta Bompiani ha chiuso i ponti con me”), e quanto a Contronatura aggiunge: “indiscutibilmente eversivo, fuori dal coro, per mole strutturale, filosofica, per imponenza stilistica e forza artistica, è uscito a maggio, ma sono stato tenuto lontano dal Salone del libro di Torino, mi sono state fatte saltare deliberatamente molte partecipazioni a trasmissioni televisive da me organizzate […]. Le lettere ricevute da Elisabetta Sgarbi in fase di editing, quando mi sono opposto a qualsiasi intervento normalizzante sul libro, sono sprezzanti e agghiaccianti, e meriterebbero di essere pubblicate, le mie e le sue”.

Vittorio replica al “volgare millantatore e diffamatore” il giorno stesso, su Affari italiani: “Parente è una persona spregevole che per mesi, in passato, mi ha chiesto di aiutarlo e che, invece di ringraziare per quello che ha avuto, ora pretende di avere altro. In questo senso è una puttana infelice, insaziabile. Come scrittore ha iniziato l’attività con me, che l’ho sostenuto e raccomandato a Castelvecchi”.

Il 19 settembre sempre su Dagospia Parente contrattacca sbeffeggiando il libro-dvd di Elisabetta La bicicletta incantata, che contiene “addirittura una rara intervista alla regista (la quale, come è noto, non rilascia interviste) a cura del suo compagno e editor e aiutoregista Lio Eugenio”.

La polemica scandalistica, mai montata, su Libero del 5 aprile 2009 ha un colpo di coda, diretto a “un editor della Bompiani che, scontrandosi con la mia intransigenza di fronte al vano tentativo di censurare Contronatura, è sbottato ‘Come ti permetti di parlarmi così? Io sono un editor della Bompiani!’, e ho dovuto anche spiegargli che il rumore che aveva sentito subito dopo non era un’interferenza, ‘era una pernacchia, Eugenio’”.

Mesi dopo però Parente incontra a Segrate l’allora responsabile per la narrativa italiana della Mondadori Antonio Franchini, da lui definito sul Giornale del 28 novembre “un simpatico scamiciato con gli anelli, un bullo del Bronx ma erudito, simpatico e ospitale che mi fa fare tutto il giro turistico del palazzo fino al lago, mi offre un caffè, mi chiama ‘Massimilia’’, e lì mi sento finalmente a casa”.

Nel marzo 2012 Mondadori pubblica L’inumano, dove l’ancor sempre autodiegetico protagonista rievoca: “un pomeriggio di due anni fa, ho provato tenerezza guardando gli occhi di Kara guardare un documentario su Hitler, immagine che mi ha ispirato una scena di Contronatura, quando lui e lei guardano il video del bambino ebreo seviziato. Kara non era ancora il mio editore e quando lesse quelle pagine non la prese per niente bene, per timore che qualcuno potesse associarla a Naike Porcella. Ci misi parecchio per convincerla, benché mi chiamasse per redarguirmi ogni volta che dichiaravo, in ogni intervista, l’assoluto autobiografismo di quel romanzo, cosa in parte vera e in parte no e in sostanza sì a prescindere”.

Il 22 luglio 2012 Parente torna a esternare su Dagospia contro i “tremendi documentari” girati da Elisabetta Sgarbi “con l’aiuto dell’aiuto-regista, nonché giovane compagno Eugenio Lio” che “per caso è assunto come editor proprio dalla Bompiani”, mentre “altrettanto casualmente il Corriere della Sera, della RCS, gruppo editoriale proprietario della Bompiani, non manca di regalarle, a ogni filmino, un articolo sulla ‘regista’. D’altra parte la regina è notoriamente schierata con i progressisti, all’ufficio stampa è stato assunto perfino il nipote di Umberto Eco”. E il 15 settembre sulla Voce di Romagna a contraltare afferma: “L’inumano è uscito come ho voluto io. Piuttosto mi è successo di accogliere con entusiasmo delle osservazioni di Antonio Franchini, perché le ho trovate illuminanti”[5].

Seguirono quasi due anni di silenzio-stampa collettivo, finché il 10 agosto 2014 su ScrivendoVolo alla domanda se è prevista una ristampa delle opere, Parente risponde: “Ne ho parlato con Antonio Franchini, è probabile che all’uscita del nuovo romanzo Mondadori si ripubblichi Contronatura […] ma, nel tempo, vorrei portarle tutte in Mondadori, almeno la trilogia. Tanto Einaudi non pubblicherebbe mai libri simili, sono troppo stronzi, forse Adelphi, ma dovrei essere morto, e con Rizzoli ci sono già stato, con quella stronza di Elisabetta Sgarbi”. Sull’onda poi, Alfredo Palomba in Crapula club del 5 agosto 2015 definisce Kara “una chiara trasposizione letteraria di Elisabetta Sgarbi, direttrice editoriale Bompiani”.

Nell’autunno 2015 il proprietario della Mondadori Berlusconi comprò RCS, la Sgarbi con Eco varò La nave di Teseo, Franchini passò come direttore editoriale per la narrativa alla Giunti, e mesi dopo Giunti comprò Bompiani delegandone la narrativa a Franchini.

La cosa strana è che quest’ultimo non abbia tenuto in catalogo Contronatura aggiungendovi La macinatrice e L’inumano, mentre La nave di Teseo ha dovuto comprarli tutt’e tre; la cosa curiosa è che La nave di Teseo, il cui editor in chief è Lio, abbia ristampato Contronatura praticamente senza modifiche all’edizione originale, che Parente aveva impedito di modificare proprio a Lio.

Parente una spiegazione la dà tre giorni dopo l’uscita della Trilogia, su Barbadillo il 31 ottobre 2017: “Elisabetta Sgarbi è l’ultima visionaria in un mondo in cui nessuno pensa più alla letteratura […] fu proprio lei a pubblicare Contronatura, quando era in Bompiani, dimostrando anche lì di credere nelle opere, persino le più estreme e ambiziose. E pensa che abbiamo anche litigato pesantemente”, ma “per l’arte, è stata capace di mettere da parte il rancore”.

Ultimo coup de thêatre, il 22 novembre scorso Parente confida a Palomba su Crapula Club: “Sto preparando un libro nuovo per Bompiani, che uscirà a marzo” – e sul Giornale del 12 gennaio impalma a miglior litblog italiano Crapula Club, animato da “giovani scrittori napoletani di cui sentiremo parlare come Alfredo Palomba (Bompiani, Mondadori, Rizzoli, Einaudi, pubblicatelo subito)”.

C’è di che far impazzire la bussola dell’estetica, tanto più che manca il timoniere: già, cosa ne penserebbe Eco?

___________

[1]
In effetti è così, da subito: dinanzi al suo schiavetto africano (comprato tempo prima in spiaggia e ormai ricoperto di cicatrici da frusta), la matura deuteragonista erotizza l’autodiegetico protagonista raccontando: “ho riempito la peretta d’acqua calda, sono entrata nella vasca con lui, mi sono posizionata accovacciandomi sulla sua testa e… insomma… sì… mi sono fatta… sì, come si chiama… un clistere […] mi masturbavo mentre svuotavo ogni inibizione sopra la sua testa, ed ero morta di piacere quando gli ho ordinato di pulirmi bene il culo con la sua linguetta di negro, e mangia, gli dicevo, mangia tutto il cibo viscerale della tua dea, e poi per dissetarlo gli ho fatto bere il mio sangue, il mio sangue intimo che mi colava tra le cosce”.

[2]
O in gita nel Ruanda post-massacri (stavolta è il figlio a guardare/narrare): ““mutandine abbassate, lei, inculata dalla nostra guida hutu, inculava a sua volta, con la canna della pistola munita di silenziatore, i piccoli tutsi rapiti, uno per uno, disposti l’uno fianco all’altro, e tirava il grilletto al culmine del piacere”. Quanto all’estremo, raggiungo già nell’incipit: “gli facevo pompini mentre ti allattavo, e lo eccitava da matti, questa cosa, vedere tu che succhiavi me e io che succhiavo lui, e c’era quel momento in cui lasciavi il capezzolo e mi chinavo su di te e dalla bocca della mamma bevevi tutta la sborra del papà”.

[3]
Ad avvicinare due persone così distanti vale forse la descrizione fatta dall’intervistatrice della “sua casa double face. Due appartamenti comunicanti uguali nella forma ma abissalmente diversi nell’arredo. ‘Vede’ mi dice entrando nel primo, ‘questo che si chiama Elisabetta Sgarbi è l’immagine della mia parte sì, quella giusta, normale e tradizionale’: sorride e mostra una parete fitta di capolavori neoclassici, compresa una sublime madonna. Poi, molto divertita dalla sorpresa che provoca, mi scorta nella dimora inversa: pareti vuote, salotto bianco dove gli unici protagonisti rimangono una strana clessidra con testa tagliata e il ritratto di lei, che pare una vampira. ‘Questa è la casa di Betty Wrong, l’Elisabetta sbagliata, quella imprevedibile, notturna e misteriosa anche a se stessa’”.

[4]
Il tema ritorna in un altro episodio di 11 pp.: “sono lì sotto, con la nuca appoggiata al bordo della vasca e la bocca attaccata al buco del culo […]. Il cerchio tra le natiche si dilata all’improvviso, spunta fuori una protuberanza, avanza subito di una decina di centimetri […], scivola fuori come un pitone marrone scuro e me lo ritrovo in gola […]. Riesco a sentire [dalla tivù accesa] che in un caffè a Tel Aviv un kamikaze palestinese si è fatto esplodere uccidendo 52 civili, tra cui 6 donne e 4 bambini. L’attentato è stato rivendicato da Hamas. Qualcuno mi spiega, penso ora, perché ogni volta sottolineano donne e bambini?, perché la vita di un bambino, a pari inermità, vale più di quella di un ventenne? […] bisogna dispiacersi di più in quanto sesso debole (ma chi non è debole rispetto a una bomba?), o temo, piuttosto, in quanto fattrici di figli, e qui appunto il cerchio religioso procreativo si chiuderebbe e torneremmo appunto alle donne e bambini? Dovrei tornarci sopra, ma ora non posso, sono qui sotto e pensare troppo mi provoca il vomito. Devo pensare all’essenziale, devo pensare alla sua merda […]. La fuoriuscita si fa più lenta. Respiro con il naso lentamente, per non soffocare. Ne approfitto per staccare un pezzo, masticare quello che posso e mandare giù […] ha mollato un’altra scorreggia potente, lunghissima, un odore così acuto da lasciarmi boccheggiante. Lo sfintere si richiude, lei dice: ‘Pulisci bene’ e io eiaculo senza toccarmi”.

[5]
Salvo contraddirsi su Libero del 7 gennaio 2014, dove ripete alla lettera l’aneddoto della pernacchia telefonica a Lio pubblicato quattro anni prima aggiungendo però che l’idiosincrasia per gli editor gli durò “finché non passai a Mondadori e Antonio Franchini, il direttore editoriale, non mi presentò lui: Mario […]. Con Mario ho lavorato a L’inumano”.

Commenti
4 Commenti a “Argonautiche apocrife”
  1. sal scrive:

    Riesumare – un verbo che non pensavo si usasse in editoria.

  2. Gastone scrive:

    Una parolina su Franchini, l’abusivo. Il libretto del mega editor narra la triste vicenda di Carlo Siani, del quale il nostro era più o meno collega. Non sono abituato a giudicare dei testi quanto dalle voci di corridoio, sicché torna il fatto che potrebbe avere davvero suggerito qualche genialata al Parente, del quale, se mi capita di passare da una libreria, una sfogliata glie la do, con pesanti guanti di latex.
    Dai frammenti riportati ricavo un’immagine molto forte, i bagni dall’imbarco per il Marocco a Ceuta; le pareti e il soffitto tutto, per restare in tema, riportavano tracce, graffiti, strisciate, emblemi dell’umano arrangiarsi in assenza di carta igienica o della carta della trilogia. Altra considerazione non sento di dovere a soggetti similari, per quanto uno sputazzamento collettivo o un pernacchio pubblico son pronto a sostenere alla prima occasione.
    Gastone

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  1. […] (io ho paura, ma la guarisco con l’etica) – solo su un altro piano, come si può vedere qui: Argonautiche apocrife. Un caldo ringraziamento infine a LeoRugens per l’accoglienza, e due modesti desiderata: non […]



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