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Scrivere di cinema: Arrival

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minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

di Eugenio Radin 

Un’ondata di generale e concorde entusiasmo ha accolto l’arrivo in sala dell’ultima fatica di Denis Villeneuve, mettendo in breve tempo d’accordo il pubblico e riunendo la critica in un omogeneo complesso di voci favorevoli, che conta ben poche opinioni fuori dal coro.

A ben vedere, in effetti, non sono pochi i motivi per i quali questo Arrival meriterebbe di essere encomiato (sebbene certi paragoni coi capolavori della fantascienza risultino per tutti provocatori e fuori luogo).

Il primo e il più evidente tra questi motivi è l’innegabile talento che il regista canadese dimostra nel saper gestire la messa in scena in pressoché tutti i suoi aspetti: dalla fotografia al montaggio sonoro, fino all’illusionistica abilità di giocare a proprio piacimento con lo spazio e col tempo, creando giochi di prestigio di nolaniana memoria, i quali costituiscono il principale elemento di meraviglia per lo spettatore, capaci di incantarlo ed entusiasmarlo, ma colpevoli anche di mascherare e nascondere i difetti concettuali che stanno alla base della trama.

E tuttavia, nonostante l’ineccepibile perizia tecnica sia manifesta agli occhi di tutti, non è questo il punto di forza fondamentale su cui il compiacimento collettivo ha fatto leva nell’esaltazione della pellicola: sono piuttosto la sua particolare posizione all’interno del genere della fantascienza, nonché il messaggio che l’opera vuole comunicare, ad aver determinato l’unanime adesione alla causa del film.

Innanzitutto la situazione di meditativa stasi si scontra con la classica muscolosità guerresca dello scontro tra umani e alieni. Questi ultimi non sono infatti presentati come degli invasori (sulla scia di titoli quali Indipendece Day o La Guerra dei Mondi), ma come una sconosciuta entità da studiare e da comprendere, utilizzando la scienza anziché la pistola (maggiormente vicini, dunque, alle creature non meglio identificate di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo).

E qui si arriva al tema centrale dell’opera, ovvero al linguaggio come mezzo di espressione, e dunque di comunicazione del proprio paradigma mentale e culturale: la parola scritta, in particolar modo, appare come il medium attraverso cui studiare la conformazione del pensiero che ne sta alla base. Villeneuve pare basarsi soprattutto sull’ipotesi di Sapir-Whorf, secondo la quale non solo il linguaggio risente di un certa visione del mondo, ma a sua volta influenzerebbe il nostro approccio a esso. La conformazione e la struttura dei nostri ragionamenti sarebbe dunque intrinsecamente legata con l’utilizzo di un particolare idioma.

Proprio per questo motivo allora la linguista Louise (Amy Adams) riesce a penetrare la mentalità degli eptapodi alieni studiandone gli ideogrammi: il costante utilizzo di un diverso codice lessicale la porta, agendo sulla sua psiche, a percepire in maniera diversa il mondo, lo spazio e il tempo.
Da ciò si diramano gli ulteriori nodi concettuali del film: l’elaborazione del trauma attraverso l’accettazione di una definitiva necessità degli eventi; la riflessione meta-cinematografica ottenuta attraverso le deformazioni spazio-temporali: metafora del lavoro che la Settima Arte da sempre svolge.

Questa inusuale carica riflessiva che la pellicola porta con sé, unita alla succitata destrezza stilistica, può comprensibilmente portare a un prematuro elogio, che però non riflette sufficientemente sul modo in cui viene trattato in questo contesto quello che sembra essere il tema più fondamentale di un tale genere cinematografico: ovvero il rapporto con l’Altro-da-sé.

La credenza nella possibilità di una comunicazione aliena non presuppone semplicemente una semiologia universale, bensì un’universalità delle strutture mentali, un’universalità dei concetti e dei paradigmi in base ai quali elaboriamo il nostro pensiero: per rimanere sul piano diegetico, ciò che il film da per scontato è che gli umani e gli eptapodi condividano tutta una serie di nozioni (ciò che è Bene; ciò che è migliore; fratellanza; strumentalità; etc.) che forniscono l’architettura di base dei due diversi linguaggi e senza le quali una comprensione non sarebbe in alcun modo possibile. Ancora prima delle modificazioni che il linguaggio eptapode comporta nella mente della protagonista, c’è la decifrazione di tale linguaggio: operazione che riesce piuttosto sbrigativamente, senza particolari problematiche o intoppi perché entrambi gli idiomi (umano e alieno) sembrano esprimere, seppur con grafie diverse, gli stessi schemi mentali basilari.

Ma siamo sicuri che questa fede in un’uniformità intellettuale non sia soltanto una sbrigativa approssimazione? Non dovremmo piuttosto prendere le distanze da questa fiducia e riflettere più profondamente sulla radicale diversità che ogni individuo porta con sé? Rischiamo di dimenticare troppo in fretta l’ammonimento pirandelliano secondo cui: “Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose!”; secondo cui: “Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!”

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