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Arte contemporanea, se questo è un canone. Un tentativo di fare ordine: ma serve davvero?

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di Leonardo Merlini

Secondo la Treccani il canone è un “elenco di opere o autori proposti come norma, come modello”. Un’operazione, quella della definizione di tale canone, che ha probabilmente a che fare con il desiderio filosofico di dare un ordine al mondo oppure con l’esigenza primordiale (e religiosa) di assegnare un nome alle cose. Al tempo stesso, questo bisogno di definire concorre inevitabilmente anche a restringere il campo, qualcuno potrebbe dire, senza troppo scandalo, a ridurre la libertà; serve a offrire un’interpretazione pubblica a questioni che potrebbero altrimenti essere pericolose, dirompenti per il potere o il pensiero dominante. Norma e modello, per l’appunto.

Definizioni, schemi, una sorta di pacificazione possibile, ovviamente con un prezzo da pagare. Ma pure una sorta di compendio che, nel caso della letteratura, il debordante critico americano Harold Bloom ha pensato, in termini occidentali, come una summa della nostra cultura, da Shakespeare, il cuore del suo canone, a Dante, Cervantes, per arrivare fino a Beckett e Kafka. Insomma, per quanto venato da una volontà polemica pungente nei confronti delle interpretazioni più politiche della storia della letteratura, Bloom ha creato comunque una sintesi plurale, cui la sua prominente presenza intellettuale (certamente ingombrante) non offusca il carattere corale dell’opera. Per l’arte contemporanea un’operazione di questo tipo, così forte, ancora manca, nonostante diversi tentativi di proporre delle possibili vie per arrivare a un canone, o, almeno, a dei canoni parziali, perché, come mi ha detto una volta guardandomi negli occhi (con quella che a me è parsa tenerezza) la grande regista Agnes Varda, nel film Visages, villages realizzato con l’artista JR ha voluto raccontare “una verità, non la verità”.

E nel sistema del contemporaneo, con tutte le sue storture, le sue sponsorizzazioni più o meno occulte, le sue posizioni di potere e tutto quello che volete aggiungere da bravi giacobini, resta indubbio (indubbio!) che la narrazione che viene offerta è plurale, anche se, ovviamente, non onnicomprensiva.

Ma guardare, per esempio, l’ultima Biennale di Venezia diretta da Ralph Rugoff, oppure riprendere in mano la classifica delle figure più influenti nel mondo dell’arte stilata ogni dodici mesi da Art Review, mi conferma che il canone che queste interpretazioni in qualche modo vanno a sottintendere pensa se stesso in termini di molteplicità e di apertura – cosa che in Harold Bloom veniva espressamente negata in nome del solo valore assoluto dell’opera – a letture diverse, a rapporti di minoranza che troppo a lungo sono stati relegati (o a volte anche si sono relegati, se vogliamo dirla tutta) ai margini. Molteplicità e provvisorietà, insomma, forse il meglio, in termini che vanno anche oltre il discorso artistico in senso stretto, che possiamo augurarci. E pazienza se sono due parole che, di primo acchito, poco sembrano aderire all’idea di canone.

Provvisorio è pure il tentativo che ha fatto recentemente il New York Times, che ha invitato due curatori e tre artisti a stilare un elenco di 25 opere post 1970 che definiscano l’epoca contemporanea. Il risultato è frutto di disaccordi e mediazioni, ma anche di una volontà di pensare l’arte degli ultimi 50 anni (e 50 sono tanti, forse troppi per chi cerca disperatamente la sensazione di contemporaneità, quel ritorno a un “presente nel quale non siamo mai stati”, per dirla con Agamben) che ha in sé una postura di atto d’arte, proprio per la conflittualità feconda e la natura compromissoria che la alimentano. E che ha il coraggio di prendere in mano una materia della quale una figura chiave del Sistema come Massimiliano Gioni mi ha dato qualche anno fa una definizione tanto precisa quanto inafferrabile: “Arte è ciò che un determinato gruppo di persone in un determinato periodo storico definisce così”. Qualcuno si inalbererà, qualcuno invece griderà al genio, qualcuno, più prosaicamente, si rimboccherà le maniche (come suggeriva un T.S. Eliot nella sua fase più spirituale) e proverà a riempire il contenitore cui Gioni ha dato una forma chiara, ma astratta.

Per il T Magazine del quotidiano americano l’elenco dei 25 pezzi canonici parte dalle appropriazioni di opere altrui fatte da Sturtevant e arriva ai video – freschi di premi in Biennale – di Arthur Jafa, “antidoti profondamente commoventi all’indifferenza”. In mezzo c’è di tutto, nomi notissimi e altri quasi ignoti al grande pubblico, ci sono fotografi, filmaker, creatori di installazioni, perfino qualche pittore. C’è molto femminismo, diversa blackness, insomma anche una certa sensazione di ricerca di equilibrio che potrebbe far pensare al politically correct, con buona pace di Mr. Bloom. Ma tutto nasce da domande che sono brucianti come parecchie delle opere scelte, e a cui gli interpellati – David Breslin del Whitney Museum, Kelly Taxter del Jewish Museum e gli artisti Martha Rosler, Rirkrit Tiravanija e Torey Thornton – hanno avuto la lucidità di rispondere citando sì Barbara Kruger o Kara Walker, ma anche Jeff Koons o Philip Guston.

Sarà anche politically correct, però suona interessante e, come si diceva prima, molteplice. Ovviamente mancano molti nomi che ci saremmo potuti aspettare, per esempio Theaster Gates o Joan Jonas (manca la performance praticamente del tutto, ma è in effetti dichiarato fin dall’inizio), però ci sono Felix Gonzalez–Torres, Mike Kelley e Nan Goldin, tre nomi che si sposano bene (si sposano alla perfezione mi verrebbe da scrivere, se non suonasse troppo pretenzioso) con la definizione di che cosa sia l’arte che mi ha dato proprio Gates, in una conversazione nell’Osservatorio di Fondazione Prada a Milano: “E’ qualcosa che ha a che fare con la mia capacità di riconoscere una situazione e combattere questa situazione fino a quando non mi colpisce e mi sfianca. Alla fine di questa lotta estenuante io in un certo senso mi sento sconfitto da queste immagini e credo che l’arte sia il momento in cui io semplicemente porto questi miei problemi davanti al mondo e li affrontiamo insieme”. A fine intervista lo ho abbracciato: era un gesto di coerenza con la sua pratica, certo, ma anche una forma di gratitudine per questa immagine con cui ci siamo salutati.

Il canone, in fondo, è l’anticamera (o la scorciatoia impervia) alla domanda su che cosa sia l’arte contemporanea. Definirla attraverso opere specifiche, come fa il New York Times, ma come ha fatto anni fa anche un gruppo di cervelli del settore tra i quali lo stesso Gioni, Hans–Ulrich Obrist, Daniel Birnbaum e Okwui Enwezor, è forse il modo più chiaro ed empirico di avventurarsi attraverso il campo minato. Ma il succo poi resta il sostrato teorico che sta alla base delle scelte, il motivo per cui possiamo pensare che il lavoro di Bruce Nauman (manca anche lui nella lista del T Magazine, forse questa è l’assenza più clamorosa) sia più rilevante di quello di Tracey Emin, almeno nella prospettiva di dare il famoso ordine alle cose (sempre che di un ordine ci sia davvero bisogno – e la risposta è probabilmente no – ma è questo il gioco che abbiamo scelto di giocare in questo pezzo). Un gioco nel quale un altro dei grandi protagonisti del presente come Tomás Saraceno mi ricorda che “i concetti sono mutevoli e cambiano in continuazione”, come faceva la sua memorabile schiuma spazio temporale allestita in Pirelli HangarBicocca. Ma nel contesto dello stesso gioco è Obrist a sottolineare che “oggi, come diceva Beuys, siamo tutti artisti, quello che conta però sono le immagini che poi ricordiamo davvero”. Ragione e sentimento, più che orgoglio e pregiudizio. E anche, in un senso un po’ trasversale, un interessante antidoto al tormentone del “lo potevo fare anch’io” che Francesco Bonami ha brillantemente sollevato nei propri libri sugli artisti di oggi. Siccome però il bello è rilanciare continuamente, ecco che arriva un gigante discreto come Giulio Paolini, che mi sussurra all’orecchio che il punto sta nel non visto: “Quasi tutto è non visto nell’arte, perché quello che è sotto gli occhi, quello che è a portata di mano, il più delle volte non è quello che desidereremmo toccare o vedere. Pur essendo una privazione, il non visto è però anche l’apertura di una prospettiva mentale, di un’aspettativa. E quindi non è una cosa da poco”. Perciò il nostro compito, mentre sgomitiamo per farci largo in questo tentativo di canone del contemporaneo potrebbe essere quello di ricordare le immagini che non abbiamo visto? Perché no (e mi viene adesso fortissimo il sospetto che questa possa addirittura essere la migliore definizione che possiamo dare. Lo scrivo tra parentesi, ma è noto che spesso sono proprio le parentesi a celare i messaggi decisivi…).

Girando, con una certa sconsideratezza, tra mostre, studi e musei ho cercato di rubare una definizione ai tanti interlocutori che ho incontrato: la direttrice del Centro Pecci di Prato, Cristiana Perrella, mi ha parlato della preziosità dell’arte come “strumento di inquietudine”, mentre il curatore Francesco Stocchi, da qualche parte tra Milano e Roma, mi ha detto che “l’arte contemporanea vive un periodo di crisi grazie al suo successo”. Il grande artista concettuale Joseph Kosuth mi ha ricordato che secondo lui l’oggetto finito non ha alcun valore e con Andrea Lissoni, uno dei più brillanti studiosi del contemporaneo in evoluzione, alla Tate Modern ho parlato della imminente scomparsa perfino dello schermo come supporto per l’opera d’arte di oggi. In tutto questo mi sono perso più volte, e più volte ho avuto la sensazione di avere acciuffato qualche brandello di comprensione in più di quella Chimera che, comunque, so di non poter mai catturare. Ma che possiamo raccontare, e se penso a come abbiano scritto di arte contemporanea Ben Lerner o Geoff Dyer mi viene da dire che qui una via l’abbiamo trovata, e che tale via – letteraria, certo – ha una sua forza che oggi è, questa sì, canonica. Poi però la belva riprende a correre e le certezze svaniscono di nuovo.

Tanto che, quando la disperazione del compilatore sta per diventare quasi isterica, non resta che aggrapparsi a quello che, con voce stentorea, mi ha detto Luc Tuymans, probabilmente il più importante pittore vivente (ma c’è Michael Armitage a dirmi “stai attento” ai giudizi troppo definitivi): “Quando un artista realizza qualcosa che è indubitabilmente fatto da lui, pure se fosse un falso, molto probabilmente ci troviamo di fronte a dell’arte”.

E, pace, forse alla fine vince lui, ma a quel punto, a ben guardare, il gioco alla ricerca del canone ricomincia comunque. Così va la vita, diceva Kurt Vonnegut, e così va anche l’arte contemporanea.

Tre hurrà per lei.

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Alcuni Riferimenti:

Harold Bloom, Il canone occidentale

T Magazine, The 25 Works of Art That Define the Contemporary Age

Art Review Power

 

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