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Arte e sfera pubblica: un estratto

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È appena uscito per Donzelli Editore Arte e sfera pubblica di Michele Dantini (pp. 408, maggiori info qui), saggio ampio e ambizioso dedicato ai temi della storia dell’arte e della critica.  L’indagine sui rapporti tra immagini e parole è al centro del libro, così come l’interesse per il compito civile delle discipline umanistiche e l’indicazione dei limiti dello specialismo deteriore.  Di seguito un estratto dal capitolo dedicato a Aby Warburg e alle origini dell’iconologia.

di Michele Dantini

Per tutti coloro che si sono occupati della tradizione di studi associata al nome di Warburg si è posto a un dato momento il problema di stabilire il grado di coesione interna di questa stessa tradizione: cosa fa l’unità, se qualcosa, di una scuola tanto prestigiosa, e cosa distingue il «metodo Warburg»? Non presumo qui di procurare una facile risposta a una domanda tanto impegnativa. Tuttavia ritengo che lo spoglio incrociato di un corpus di studi – detto in modo meno pomposamente accademico: la trasformazione di determinati testi nei personaggi di una conversazione – aiuti a rintracciare invarianti o a misurare ampiezza e fecondità delle differenze.

L’interesse per l’ambivalenza dell’Antico, o se si preferisce il desiderio di procurare un’immagine meno ristretta e convenzionale dell’eredità classico-rinascimentale, costituisce un elemento cruciale per Warburg non meno che per i suoi eredi. Con le sue tesi sulle origini della cultura occidentale «dallo spirito della musica», Nietzsche ha svolto un ruolo maieutico difficile da sopravvalutare, anche se Warburg per primo ha avvertito la necessità di delimitare e circoscrivere la propria ammirazione per il filosofo tornando a più riprese, in pagine di toccante umanità, sul suo tracollo psichico torinese.

La cosa che più colpisce, nelle brevi pagine che Warburg dedica al confronto tra Nietzsche e Burckhardt in occasione del seminario tenuto all’università di Amburgo nel 1927, è l’acuto senso della differenza tra due «vocazioni»: quella del «poeta» da un lato (Nietzsche); del «semplice insegnante» e storico dall’altro (Burckhardt). Per Warburg, Burckhardt è l’«illuminista», colui che «avverte i limiti della propria missione» e non prova a forzare oltre, consigliato per il meglio «dalla sua Sophrosyne». in questa sua prudenza dobbiamo senz’altro riconoscere una virtù. Tuttavia, aggiunge Warburg, Burckhardt desiste sin troppo precocemente, e in questo è da vedere invece una diminuzione. Non si tratta qui, né per Warburg né per noi, di stabilire gerarchie assurde ed estemporanee. Ma solo di misurare una distanza: far questo ci induce già a rivedere l’intera questione del rapporto tra Nietzsche e Warburg e a istituire una genealogia ben precisa.

Burckhardt appare a Warburg come il «veggente» che sfugge al proprio destino e scambia deliberatamente, guidato da prudenza, la prossimità alle Madri con l’autoconservazione. «[Burckhardt] sta seduto nella torre», scrive Warburg, «parla e non rinuncia a pronunciare oracoli». È singolare: avremmo pensato che fosse Nietzsche a «pronunciare oracoli». Iinvece Warburg afferma che è proprio Burckhardt l’aforista. Questo suggerisce che l’oracolarità di Burckhardt non si collochi, per Warburg, sul piano espositivo, ma su un piano più originario, che precede la forma scritta e riguarda il paradossale rapporto tra l’interprete e le sue fonti. L’autore della Civiltà del Rinascimento in Italia ci appare qui impegnato a smorzare l’intensità con cui le fonti gli si rivelano. Teme di essere incalzato a mo’ di «baccante con il tirso» da quella storia che resuscita: dunque, quasi muovendo contro se stesso, sceglie di porre tra sé e le fonti il medium protettivo di una memoria lenta e compaginante. Burckhardt, prosegue Warburg, «ha riportato alla luce la festa, ed essa lo ha costretto a riflettere un frammento della vita elementare che prima non si era mostrato». Questo è il problema tanto di Burckhardt quanto di Nietzsche: la «vita elementare» si rivela loro intera e senza mediazioni anche nel più piccolo o trascurato dei «frammenti». Per questo Warburg parla di «consapevolezza universale»: né Nietzsche né Burckhardt sono comprensibili da punti di vista meramente specialistici. Lungi dall’essere un privilegio, questo costituisce un’insidia: come una predestinazione alla follia. L’eccesso di disvelamento o «risonanza» travalica le possibilità di contenimento disciplinare, impedisce distacco e chiede partecipazione – quella partecipazione che Hölderlin avrebbe definito «aorgica». Il più minuto dettaglio rigetta ogni delimitazione. È a questo punto che il cammino dei due «sismografi» diverge. Nietzsche va incontro alla propria «rovina», Burckhardt riduce invece deliberatamente la propria reattività alle «onde mnemiche», voluttuose sirene che ci attendono nei recessi del passato. La scelta si conclude in perdita per entrambi: questa la moralità «tragica» del confronto stabilito da Warburg, che insiste sulle «potenze che hanno seriamente minacciat[o l’uno e l’altro]».

La posta in gioco non è filologica: ha a che fare con il «genio» e la sua possibilità di autopreservazione nel contesto di una democrazia liberale e delle sue istituzioni educative superiori – l’università appunto. «La questione», chiarisce Warburg, «è se il tipo del veggente sia in grado di sopportare le scosse della sua professione. [Burckhardt] cerca di trasformare tale scosse in vocazione. la mancata risonanza lo mina continuamente». Tocca qui per un attimo un tema che gli artisti del tempo conoscono bene: l’intermittenza dell’ispirazione, il dispotico andare-e-venire. Warburg invoca la «psicotecnica dello strumento»: a quale distanza dobbiamo porci, come storici, o a quale prossimità, per far sì che «il soffio demonico» ci raggiunga durevolmente senza travolgerci nel «dramma mistico»?

All’inaridimento in senso specialistico di Burckhardt, osserva Warburg, fa da pendant la follia di Nietzsche. Né l’uno né l’altro riescono a trovare il punto di equilibrio apicale tra «risonanza» e «distacco», «veggenza» e «professione» cognitiva. Ma solo due disequilibri uguali e contrari, l’uno e l’altro deludenti o distruttivi. Ecco che la riflessione di Warburg travalica questa o quella biografia individuale. Suscita domande di ordine più ampio e generale, e investe i rapporti che legano tra loro arte, scienza e religione. Agli occhi di Warburg, Nietzsche non ha i tratti semplificati dell’«immoralista» – lo storico mostra qui di conoscere almeno le tesi principali dell’interpretazione simmeliana di Nietzsche – o del tracotante transvalutatore. È invece «un figlio di pastore protestante» al pari di Burckhardt. In lui si agita una profonda «serietà». Ma più di Burckahrdt è incalzato dal «dio della distruzione», è un «derviscio» che non trova, non può trovare collocazione all’interno di istituzioni scientifiche rigidamente (e a più livelli) compartimentate. Per questo cade preda delle «potenze che lo hanno [lungamente] minacciato».

Michele Dantini insegna storia dell’arte contemporanea all’università del Piemonte orientale, collabora con i maggiori musei italiani di arte contemporanea ed è visiting professor presso università o centri di ricerca nazionali e internazionali. Laureatosi in storia della filosofia e perfezionatosi (Ph.D.) in storia dell’arte contemporanea presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, The Courtauld Institute, Londra, Eberhard Karls Universität, Tubinga, tra 2011 e 2013 ha diretto il Master in Educational Management al Castello di Rivoli Museo di arte contemporanea. Ha appena terminato di scrivere un libro sul tema dell’innovazione cognitiva (Il momento Eureka, CheFare_doppiozero, Milano 2015, in corso di pubblicazione) e coordina un progetto editoriale e di conricerca dedicato all’arte italiana contemporanea degli anni Sessanta e Settanta. E’ interessato alle geopolitiche culturali, ai rapporti tra immagine e testo e al dialogo tra storia dell’arte e scienze cognitive. Tra le sue pubblicazioni recenti Macchina e stella. Tre studi su arte, storia dell’arte e “clandestinità”: Duchamp, Johns, Boetti (Milano 2014); Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012). I suoi libri sono tradotti negli Stati, Uniti, in Francia, Spagna, Polonia e altri paesi. E’ nella redazione di ROARS. Return on Academic Research e nel comitato editoriale di Doppiozero. Ha una rubrica su L’Huffington e Artribune, collabora al Mulino, Scenari, Alfabeta2 e Left.
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