MASTROINNI-8-E-MEZZO

Asa Nisi Masa o la memoria

MASTROINNI-8-E-MEZZO

(Immagine: una scena di 8½ di Federico Fellini)

di Pietro Menozzi

Cosa avete fatto due sere fa? Provate a ricostruire visivamente quello che vi circondava: luci, oggetti, movimenti, abiti delle persone, ambiente sonoro e stato emotivo.

Ora immaginate un futuro prossimo in cui tutto ciò diventa ordinario – cose migliori per una vita migliore grazie alla tecnologia. Un hard disk delle dimensioni di un pistacchio (grain) incastonato alla base della scatola cranica archivia sistematicamente tutte le informazioni captate da pupille e timpani. Per tornare a due sere fa allora basta scorrere il grain, scegliere data e ora e proiettare sulla retina il video. The entire history of you, senza più vuoti di memoria, dal primo all’ultimo giorno della nostra esistenza ripresi senza sbavature. È la distopia spuntata messa in scena in uno degli episodi di Black mirror, miniserie made in UK che, comparsa due anni fa, fantastica sull’evoluzione del rapporto individuo-tecnologia-media.

Se la mimesi con i personaggi ipermnemonici della serie tv dopo aver incantato può disarmare, sono le neuroscienze a sgombrare il campo dai sensi d’inferiorità: la memoria umana può contenere un numero illimitato d’informazioni per un tempo che lambisce l’∞. Potremmo ricordare tutto, fino all’oblio.

C’era un uomo che riusciva a farlo, un uruguayano di diciannove anni che paralizzato dalla testa in giù dopo una caduta a cavallo, aveva involontariamente sviluppato una capacità di ricordare straordinaria.

Noi in un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli, gli acini di una pergola.[…] Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia. […] Mi disse: – ho più ricordi io da solo, di quanti non ne avranno avuti tutti gli uomini insieme, da che mondo è mondo. […]  Un cerchio su una lavagna, un triangolo rettangolo, un rombo, sono forme che noi possiamo intuire perfettamente; allo stesso modo Ireneo vedeva i crini rabbuffati di un puledro, una mandria innumerevole in una sierra, i tanti volti di un morto durante una veglia funebre. Non so quante stelle vedeva nel cielo.

Ma possiamo anche dimenticare ininterrottamente. L’antipode umano del personaggio creato da Borges in Finzioni, è il marinaio perduto che capitò nella clinica di Oliver Sacks.

Ne L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (Adelphi 1986) il neurologo inglese racconta la condanna di Jimmie, speculare all’ipervisionarietà di Ireneo: perdere tutto ad ogni istante; non sapere cosa ci è accaduto un minuto prima, ricominciare sempre da capo, da un punto morto in cui si è arenata la capacità di conservare traccia di quello che facciamo, diciamo, ascoltiamo, vediamo, sentiamo, tocchiamo.

Il paradossale punto d’incontro tra i due estremi – ipertrofia e resa della memoria – è la perdita di sé. Lo specchio riflette di entrambi i personaggi un’immagine che non riconoscono. Che sia polarizzata in infinitesimali sembianze – prodotte dalle istantanee che si depositano senza sosta nella schiacciante biblioteca mentale di Ireneo – o imprendibile riflesso acqueo come nel caso di Jimmie, poco importa. È sempre della stessa perdita di coscienza che stiamo parlando. Di Ireneo, Borges racconta che il suo proprio volto nello specchio, le sue proprie mani, lo sorprendevano ogni volta, Jimmie se guarda allo specchio vede un vecchio che tutto può essere tranne il sé stesso fermo a quel 1945 prodromo della cancellazione totale.

Rilanciando il gioco dei rimandi il marinaio di Sacks è un indice che scaraventa facilmente tra le braccia tatuate del protagonista di memento. Lo sventurato Leonard messo in scena da Nolan, come Jimmie non può più contare sulla memoria a breve termine: colpa di un trauma cranico riportato mentre tenta di salvare la moglie dal suo assassino. Quello è il grado zero della sua amnesia anterograda, il primo ricordo che affiora di ritorno dal limbo di ogni sonno.

Il film prova a restituire la coscienza frammentaria del protagonista attraverso un montaggio impazzito che fa pezzi la storia con pochi indizi per ricostruirla.

Memento e il saggio di Sacks si chiudono con domande simili: esiste un mondo fuori dalla mente (se questa lo confuta continuando a dimenticarlo)? E può vivere l’uomo ridotto a un puro flusso incoerente di mutamenti non collegati?

La memoria è quasi tutto ma l’uomo è in grado di abitare anche l’oblio – suggerisce Sacks osservando la vita del suo paziente. Perché rimane l’intenzione, la volontà così indistruttibilmente e inequivocabilmente umana, lo stupore dell’esistenza. Jimmie riusciva a esistere immergendosi in attività momentanee dello spirito, il gioco, la contemplazione estetica di un’opera d’arte, una funzione religiosa. Riusciva a credere e rimanere uomo.

Tra i due estremi allora è più reale l’oblio, a cui naturalmente tende la parabola di ogni ricordo. L’ipermemoria è un paradigma ingannevole, soprattutto se pensiamo che i ricordi non sono mai repliche fedeli di quello che è successo (e come potrebbero anche volendo? L’esperienza originale è mai qualcosa di unitario e incontrovertibile?), ma interazioni della memoria con l’esperienza attuale da cui la attiviamo. Distorsioni, persistenze e buchi neri fanno parte del gioco.

E la delicata convivenza con il passato, personale e collettivo, dipende anche da questa consapevolezza e dalla capacità di accettare l’arbitrarietà dei ricordi, non senza diffidarne.

Vi ricordate come li trattavano le creature di Cortázar?

I famas, per conservare i loro ricordi seguono il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: «Gita a Quilmes», oppure: «Frank Sinatra».

I cronopios, questi esseri disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono affettuosi: «Non farti male, sai» e anche: «Sta’ attento, c’è uno scalino». Questa è la ragione per la quale le case dei famas sono in ordine e in silenzio, mentre le case dei cronopios sono sempre sottosopra e hanno porte che sbatacchiano. I vicini si lamentano sempre dei cronopios e i famas scuotono la testa comprensivi, e vanno a vedere se i cartellini sono sempre al loro posto.

Per tornare alla realtà, psicologia e neuroscienze hanno fatto un po’ di luce sul sistema complesso, dinamico e imprevedibile che è la memoria umana. In pratica: quotidianamente convertiamo l’esperienza (sensibile, lisergica, letteraria, onirica) in informazioni che transitano a velocità folle per il registro sensoriale, rallentano nella memoria di lavoro (o a breve termine) per sedimentarsi nella memoria a lungo termine. L’uomo comune a metà strada tra Ireneo e il marinaio perduto, trattiene una piccola parte delle informazioni registrate dai sensi, le passa al setaccio della memoria di lavoro, prima di rovesciarle nel padiglione prodigioso della memoria a lungo termine. Qua dimorano due tipi di materiale mnestico: la memoria esplicita, che si può recuperare e riprodurre narrativamente, opposta alla memoria implicita, sotterranea e inattingibile.

E nel cervello? Le strutture che si contendono la memoria sono l’amigdala (epicentro emozionale) e l’ippocampo. Potete immaginare tutto quello che è stato elaborato dall’amigdala preda delle visioni lynchiane, un inland empire impenetrabile che si riversa nelle stanze dei nostri sogni o negli atteggiamenti inconsci che vanno dalla vocalità alle posture fisiche, all’espressione facciale. È la memoria implicita dei primi due-tre anni di vita, che non può essere recuperata a parole né rimossa volontariamente. Per quanto essenziale nella formazione della persona occupa uno spazio prenarrativo.

Il resto invece può essere estrapolato a colpi di ricordi e racconti sulla chaise long dell’analista, o sbalordirci mentre addentiamo un’innocua madeleine affondata nel tè. È la stessa memoria esplicita a cui fa appello controvoglia Zeno Cosini per cercare di venire a capo della sua nevrosi. Magmatica ricostruzione autobiografica, la coscienza precipita il lettore in un dissacrante viaggio introspettivo, gnommero di rimozioni, ridondanze e incomprensioni che riconduce la memoria sul terreno fallace dell’esperienza.

Era il 1923. Esattamente quarant’anni dopo un altro viaggio impossibile, tutto italiano, fa eco all’impresa di Zeno.

La confusione di ricordo e presente in un tempo composito che dà senso e forma, cioè disordine e bellezza, alla realtà, conduce nei territori di . Intessendo senza soluzione di continuità sogno, esperienza e memoria, Fellini costruisce un percorso ermeneutico aperto e liberatorio per smagare le strutture del giudizio, della comprensione di sé, della visione del mondo. Lasciandoci a festeggiare in una parata danzante (ma non assolutoria), costellata da tutte le figure che sono entrate nella nostra vita, la molteplicità irriducibile di quello che siamo.

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