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Ascesa e declino del bocconiano gaudente

di Paolo Valentini

Avevo pensato persino di cambiare il mio cappotto per somigliare a loro. Non vi nascondo che per qualche mese ho provato un certo imbarazzo per essermi laureato soltanto alla Sapienza di Roma. Immaginavo quanta vergogna e riprovazione per le sue scelte passate potesse avere un povero laureato dell’università del Sannio o di Camerino, periferia del sapere innocuo e irrilevante. Per mesi le mie convinzioni sul monetarismo valevano poco o niente e risultavano ridicole in confronto all’enunciazione forbita e accurata dei ragazzi gaudenti pervasi dall’ottimismo prodotto all’angolo tra viale Bligny e via Rontgen, il crocicchio della discettazione e dell’infallibilità economica.

Von Hayek suonava molto meglio pronunciato da quelli là e la parola mercato era diventata più dolce e faceva intravedere possibilità finora abortite dalla realtà. I nuovi conii come “capitalesimo” e “greenwebeconomy” davano una certa musicalità alle infinite possibilità della globalizzazione. Ricacciavo nello sprofondo quell’idea all’apparenza vetusta secondo cui le bolle finanziarie e le speculazioni in borsa degli ultimi anni avevano bruciato più ricchezza di quanta ne avesse confiscata il cattivo Lenin. Attenuavo con forza quel pensiero infingardo che mi faceva sostenere che un uomo non può valere 400 uomini, anche se è molto più intelligente di loro. Se il mercato condiziona le nostre vite non è una catastrofe, ma dov’è quando abbiamo bisogno di lui?

Nei “giorni dell’invidia sonante” l’ho chiesto a Giorgio, un ragazzo di ventidue anni di quelli là e lui mi ha risposto. “Il mercato è il punto d’incontro tra la domanda e l’offerta. L’incontro è necessariamente ottimale…” ma per chi, per come? mi chiedevo senza tradire l’espressione composta e riverente. Ma un marchio di qualità non può essere messo in discussione da nessuno. E allora per mesi, nascosto nel mio vestiario diverso, dalla sfumatura dei capelli diversi, dai modi diversi di camminare e muovere le mani sono andato a sbirciare il mondo inamidato degli studenti e dei professori gaudenti.

Avevo pensato, nel mio immaginario di ragazzo che ha studiato in aula sovraffollate con professori latitanti o baroneggianti, che la Bocconi dovesse avere una cancellata d’entrata sorvegliata da guardie bonarie che scambiavano informazioni sulle escort di lusso, al cui interno si aprivano giardini con prato all’inglese con fontane al centro. Un campus all’italiana che non rinunciava ai portici dell’Alma mater di Bologna o ai chiostri della Statale, alle panchine muschiate di Villa Mirafiori. I professori li immaginavo tutti come Mario, indifferenti alla contingenza e agli affetti e concentrati sulla serietà dei report delle società di rating. Non i professori dai congiuntivi sballati e dalle dizioni improbabili del centro sud, ma solo una sana inflessione al bresciano e all’americano dell’east coast. E gli studenti li immaginavo tutti dalla dentatura perfetta, con le camicie a righe blu, di cotone d’inverno e di lino d’estate, giacche che sarebbero diventate di moda alla presa del governo, imbraccianti manuali di macroeconomia o teoria dei mercati finanziari.

Così il giorno in cui mi incamminai sulla via di lastroni con in mezzo le rotaie di un tram rumoroso pensai che, ad un certo punto, una via anonima e perlopiù commerciale, fatta di bar luminosissimi e stroboscopici oppure di baretti senza pretese con panini alla cotoletta esposti senza pietà ai raggi del sole tiepido di gennaio, macellerie mantovane con gli arrosti di carne bianca in bella vista e agenzie immobiliari con gli annunci di appartamenti costosissimi per universitari a cui il futuro regalava metri quadri d’indipendenza e libertà avesse il dovere di trasformarsi in un viale sontuoso, contiguo ad un parco con i cervi e scoiattoli al suo interno, edifici rococò dagli abbaini parigini, caffetterie i cui clienti, perlopiù studenti, nelle pose degli accademici dagli occhiali dalla montatura in titanio e dei manager più accreditati dalle società offshore leggessero l’Herald Tribune, The Harvard Business Review e The Economist con le gambe accavallate, in procinto di sfornare un’analisi paningenetica sull’Italia 2.0 o una festa in un locale gaudente.

Poi in fondo pensai che l’eccellenza non aveva bisogno dello sfarzo, dell’architettura poetica, degli immaginari crepuscolari, delle pose standardizzate. La scienza triste non aveva bisogno di fronzoli. Necessitava di acume, intuizione, conoscenza della complessità, problem solving, frequentazioni non troppo saltuarie alla libreria Egea. Allora si poteva tranquillamente stare in una via anonima come via Bocconi e snocciolare teorie macro che avrebbero cambiato la spina dorsale di questo paese dal capitalismo arcaico. I pensatoi fatti a blocchi di cemento dalle vetrate enormi dove ci si vede dentro e dai cortili sterili d’inverno e secchi d’estate non hanno bisogno di nulla se non delle idee. L’impianto planimetrico cruciforme, ispirato al Bauhaus di Dessau era pura avanguardia architettonica, l’atmosfera weimariana e i tentativi d’arte espressionista all’interno di spazi ampi con scalinate “rigoriste”, pavimenti di pietra di ceppo lombardo e le vetrate con inserti opalini ammansivano le mie perplessità sui volumi sporgenti dell’aula magna. E così proseguii fiducioso che lì, tra i gaudenti, avrei trovato tutte le risposte alle falle della mia confusa cultura economica che scambiava Marx per un moderno, Keynes per un collezionista di quadri e Latouche per un filosofo della new age.

Rimasi alcuni minuti di fronte alla futura classe dirigente che trafelata entrava dall’entrata principale: passi felpati, sguardi attenti, concentrati, svogliati, sicuri che da lì a poco avrebbero conquistato non solo Milano sud ma tutta la penisola. Le altre università si sarebbero parametrate sugli indici di comportamento e sul movimento degli occhi dei gaudenti. Per un attimo, restai sorpreso di vedere che le ragazze portavano leggings neri, gonne al ginocchio e sciarpe come quelle di molte altre studentesse non gaudenti e che i ragazzi avevano occhiaie e borse sotto gli occhi, ma mi convinsi comunque che lì, in quel quadrangolo grigio, doveva per forza celarsi l’eccellenza.

Per tutte queste ragioni provate a immaginare la delusione nel vedere i risultati elettorali. La coalizione di Mario era la quarta in ordine di voti presi. Rigore, serietà e meritocrazia erano parole ricacciate nel crocicchio della discettazione.

Sono tornato nei luoghi del pellegrinaggio invernale e non ho potuto che constatare che l’incrocio tra via Bligny e via Rontgen era proprio bruttino. Che i blocchi di pietra di ceppo lombardo erano anonimi come i replicanti di tutta l’architettura Bauhaus. I gaudenti avevano gli sguardi mesti degli studenti spodestati da un sogno che non era mai stato sognato, se non da una ristretta minoranza. La scienza triste era proprio triste guardando i gaudenti da lontano.

Commenti
2 Commenti a “Ascesa e declino del bocconiano gaudente”
  1. Lucia Vergano scrive:

    Forse la stanchezza ottunde qualsiasi mia facolta’ intellettiva, nonostante il cielo fuori si sia soltanto da poco oscurato. Non son certa di comprendere quanto leggo. Mi pare che chi scrive si sia fisicamente accostato al contesto bocconiano con aspettative poi smentite dai fatti: sullo stile, sullo spirito dei luoghi, sui contenuti di quello che immagina essere un mondo a parte. Altro. Mi sfugge se lo immaginasse veramente migliore di quanto poi gli sia parso, oppure se il tono delle riflessioni sia ironico e, forse, sarcastico. O entrambe le cose.

    Anche per me l’incontro con la Bocconi si consumo’ a suo tempo all’insegna dello stupore: nutrivo profonde perplessita’, mi attendevo grigiume e monotona omegenita’. Non ero affatto certa della mia scelta. Titubavo. Non sapevo, neppure immaginavo. E, invece… Il corso di “Logica e Filosofia della scienza”, la scoperta del monumento arrugginito innalzato da Alik Cavalieri in memoria di Roberto Franceschi, i pranzi all’Arci Bellezza, fianco a fianco con chi, pochi metri piu’ in la’, si cimentava con l’arte della recitazione, la scoperta delle teorie a sostegno dell’intervento dello Stato in economia, la rappresentanza degli studenti, la presentazione del regista di Garage Olimpo, una mia compagna di corso che mi trascina a casa sua a pranzo, non per consumare un pasto rapido tra una lezione e l’altra, ma per incontrare il macchinista a sua detta affascinante alle prese con il set pubblicitario improvvisato nel salotto di casa sua, i pomeriggi di studio interminabili alla biblioteca di Viale Tibaldi, mentre tutto intorno andava in scena l’eterno walzer di sguardi intercettati, lanciati, carpiti, preludio di improbabili amori primaverili, ogni anno il corteo per il 25 aprile…

    Parecchio tempo fa. L’edificio di Via Rontgen non ancora progettato, anche se si discutevano gli ampliamenti di spazi in quell’area. Le fasce di reddito ai fini della determinazione delle tasse di iscrizione piu’ numerose. I corsi di laurea del vecchio ordinamento.

    Puo’ darsi che la Bocconi e chi la frequenta siano effettivamente cambiati nel frattempo. Che l’omogeneita’ si sia definitvamente imposta. Che il paese intero sia cambiato. In peggio.

  2. Lucia Vergano scrive:

    Scordavo: in occasione della scorsa tornata elettorale, non ho espresso il mio voto per Monti ne’ lo avrei mai espresso.

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