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Quando ascoltavamo i Pearl Jam. Anni Luce di Andrea Pomella

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Eravamo giovani, avevamo vent’anni, stavamo in una terra di mezzo, il futuro sarebbe stato “Il motore del 2000”, il passato recente solo un racconto da invidiare; dovevamo costruirci un’identità, ma non ci facevamo illusioni. Non ci restava che cantare, urlare certe canzoni per fare entrare un po’ di luce. Andrea Pomella con Anni luce ci ricorda di noi, di tutte le volte che ci siamo attaccati a una bottiglia, a un amico, a un cantante. In molti siamo sopravvissuti a quella stagione e con quella particolare aria spaesata ce ne andiamo ancora in giro; senza troppi riferimenti, già stanchi in partenza e oggi stanchissimi anche per lamentarci. Siamo noi, che siamo accomunati dalla stessa distanza dalla speranza.

Ci siamo trovati a smozzicare ideali creati da altri, li ripetevamo facendo finta che fossero i nostri, ne eravamo convinti al punto da non partorire un’idea, figuriamoci una rivolta. Facevamo quelli di sinistra, ma non sapevamo cosa significasse e infatti siamo diventati una cosa piatta, ancora rimuginiamo su concetti costruiti dai nostri padri, dai nostri zii. Le cose che ci appartenevano sul serio erano la rabbia, il disorientamento, e la quasi certezza che non ci fosse un futuro, 2000 era soltanto un numero. Quando ho cominciato a leggere Anni luce ho pensato a molte serate con i quattro o cinque amici di sempre, alle mattinate spese in un negozio di dischi di Secondigliano, che da tempo non c’è più, il posto in cui sentimmo per la prima volta i Nirvana, in cui qualcuno ci nominò i Pearl Jam.

E poi mi sono ricordato di lunghissimi pomeriggi in cui convocavo mia sorella nella mia stanza, mettevo su Something in the way dei Nirvana o Alive e Black dei Pearl Jam e le dicevo: “Vieni qua, soffriamo un po’”; che era una battuta, perché sofferenza e rabbia erano già con noi, me ne rendo conto ora, dopo aver letto il libro di Pomella, che ha messo su carta ciò che era nell’aria, ha certificato perfettamente ciò che passavamo.

“La scoperta dei Pearl Jam portò un cambiamento in quella nostra primavera, un po’ come il passaggio dal tono minore al maggiore in una scala di accordi. Le sere di maggio a Roma sono dolci e ventilate. Una brezza sale dal mare come un rivolo d’acqua e sembra vezzeggiare le foglie. Le ombre degli alberi sul lungotevere oscillano lievi sui passanti, infondendo nelle loro anime turbamenti leggeri. I bastioni del fiume iniziano a popolarsi di bancarelle, prende avvio la lunga festa dell’estate romana”.

Il momento che Pomella fa coincidere con l’arrivo dei Pearl Jam, che è la primavera non solo climatica ma soprattutto anagrafica, è dolce come solo una descrizione di un maggio romano può essere, ed è uno dei pochi momenti dolci di questo libro. La storia che leggiamo è fatta di musica che non è solo il piacere di suonare e di ascoltare, ma è rifugio ed è una via di fuga. La voce di Eddie Vedder e quei testi cupi e dolorosi, scandiranno le giornate e le nottate di due ragazzi, ne tracceranno un profilo, come quando si scatta una foto che viene mossa perché nessuno sta fermo, perché non c’è il posto in cui potersi fermare.

Andrea scrive di lui e di Q., un amico con cui condividere le bevute, partecipazioni a feste a cui non si era stati invitati, feste che venivano trasformate, perché ci si arrivava portandosi addosso un senso di rovina, una confusione di stati d’animo, un’angoscia da non poterla spiegare. E poi capirsi, passando le notti in auto a bere, a parlare o a dire niente, ascoltando in loop Ten, l’album dei Pearl Jam che quando uscì cambio le vite di molti noi e ci fece pensare che il rock non fosse solo una cosa che ci avevano tramandato, ma una cosa nostra. Quella musica ci apparteneva, come tutto il Grunge e le sue storie che venivano da Seattle così lontana così vicina; i pezzi dei Nirvana, dei Soundgarden, le camicie a quadri, i maglioni consunti che avremmo volentieri rubato; la cupezza che veniva a cercarci per raccontarci una parte dei nostri dolori, per farci sentire parte di qualcosa.

Andrea Pomella riesce in un’impresa non facile, quella di raccontare gli anni della formazione vissuti non aspettando nulla che potesse formarci, piuttosto sformarci, dilatarci al suono di una chitarra distorta, ridurci la pelle e ossa come una bottiglia vuota che poi si lancia da un finestrino di un’auto in corsa. Alcuni muoiono per restare vivi, scrive Pomella citando Vedder.

Restare vivi voleva dire, per i protagonisti di questa storia, odiare tutte le certezze, le belle apparenze che una città come Roma poteva raccontare. I ragazzi che si costruivano finte personalità vagando nelle aule universitarie, molto bello il passaggio in cui Pomella racconta la sua reazione alla morte tragica di Marta Russo; sgomento prima e abbandono del sistema poi. Roma ingombrava, ma era tutta la società a gravare come un nuvolone nero sopra le nostre teste.

Ma non è solo Roma, c’è un dolore di cui Pomella scrive, un dolore che viene da molto lontano, un disagio epocale che ne ha accompagnato l’infanzia e dopo l’adolescenza, l’amicizia con Q. è stata forse per prima cosa una sorta di riconoscimento del proprio malessere negli occhi di un altro e poi in una voce.

“Nessuno prima di Vedder aveva messo in musica così chiaramente la camera mortuaria che era stata la mia infanzia, nessuno prima di lui aveva prestato massima forza e intensità di voce per cantare i miei spettri iridescenti.” Più chiaro di così.

Comincia un viaggio che i due ragazzi fanno in treno attraverso l’Europa, a suonare e a bere, a raccontarsi. Di notte sui treni o dentro letti recuperati per pochi soldi; soldi qualche volta guadagnati suonando. La ricerca del whisky, tornare a Roma di notte perché costa meno, fare una doccia e ripartire. Un viaggio che genera empatia nel lettore, un viaggio che non salva i protagonisti, li accompagna soltanto alla ricerca di qualcosa, un’inquietudine che si espande a ogni chilometro e dentro la quale vediamo qualcosa di noi, le nostre ricerche a vuoto, le nostre necessarie rinunce. Le amicizie che ci segnano, che un po’ ci salvano e che poi come un treno che arriva in stazione finiscono o si trasformano e conquistano una nuova dimensione che è possibile soltanto nel silenzio o nella distanza.

Andrea Pomella riesce a rendere, attraverso un attento processo di scrittura, tutte le contraddizioni e i tormenti dei due protagonisti; i sentimenti e la crescita sono complessi, stratificati dalle mancanze e dai contrasti ma sono resi in maniera limpida, tutto quello che è più nascosto viene portato in superficie da una bellissima prosa e dallo sguardo di uno scrittore maturo che ha però conservato – come succede con le canzoni dei Pearl Jam – la purezza intatta dei ventenni, forse qualcosa si salva sempre.

“Non so immaginare la mia giovinezza senza Ten, Vs. e Vitalogy. Quei tre dischi mi hanno dato un’identità. Ero senza volto, immerso in una perenne zona d’ombra, che guardavo ai miei giorni passati e futuri come un ghigno velenoso. E poi improvvisamente ero di fronte a uno specchio, avevo un posto, mi riconoscevo in qualcosa”.

Gianni Montieri è nato a Giugliano, provincia di Napoli nel 1971. Vive da molti anni a Milano. Ha pubblicato: Futuro semplice (Lietocolle, 2010) e Avremo cura (Zona, 2014). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani. Ha riscritto la fiaba Il pifferaio magico per il volume Di là dal bosco, Le voci della luna 2012. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, Cfr edizioni 2014. È stato redattore della rivista monografica Argo. Scrive di calcio su Il Napolista. Collabora con Rivista Undici e Doppiozero. È capo redattore del litblog Poetarum Silva.
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