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Ascolti d’autore: Michael Chabon

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Questa è la versione integrale dell’intervista a Michael Chabon  pubblicata sul numero di settembre di Outsider all’interno della rubrica “Ascolti d’autore”, ideata e curata dal giornalista Pierluigi Lucadei per indagare i rapporti tra musica e letteratura. (Fonte immagine)

Nella letteratura americana contemporanea Michael Chabon occupa un posto di primissimo piano. Autore di “Wonder Boys”, diventato un fortunato film con Michael Douglas e Tobey Maguire, e de “Le fantastiche avventure di Kavalier & Clay”, che gli è valso il Premio Pulitzer nel 2001, è recentemente tornato alla grande con “Telegraph Avenue”, romanzo ambientato in un negozio di dischi usati situato sull’arteria che collega la benestante Berkeley con la più povera Oakland. Non potevamo non dedicargli una puntata di “Ascolti d’autore”.

Come mai un romanzo così pieno di musica?

Sapevo che ambientando il libro in un negozio di dischi inevitabilmente sarebbe venuto fuori un romanzo pieno di musica e l’idea mi piaceva molto. Diciamo che la scrittura di “Telegraph Avenue” è stata un’ottima scusa per ascoltare tantissima musica, molta della quale non conoscevo. Mi sono documentato molto sull’universo jazz e funk degli anni Sessanta e Settanta, ho fatto ricerche attraverso fanzine, etichette discografiche, riviste specializzate dell’epoca… Buona parte del piacere che ho ricavato dallo scrivere “Telegraph Avenue” è legato proprio all’ascolto continuo. Inoltre, in tutti i momenti in cui la scrittura non andava come doveva, c’era quella musica meravigliosa a tenermi su di morale.

Per ricreare il microcosmo di un negozio di dischi ti sei ispirato ad un tuo negozio di fiducia?

Sì e no. In realtà mi sono ispirato ad un negozio in cui mi sono imbattuto a Berkeley, verso la fine degli anni Novanta. Ci lavoravano due ragazzi, uno bianco e uno nero, e anche i clienti erano metà bianchi e metà neri. L’idea di ambientare un romanzo in un negozio di dischi gestito da un bianco e da un nero risale a quel giorno. Ricordo che ascoltavano musica stupenda lì dentro. E c’era quell’odore dei dischi in vinile che mi ha sedotto all’istante, così tipico e dal forte potere nostalgico.

Appunto. “Telegraph Avenue” è ambientato nel 2004 eppure la musica è soprattutto quella degli anni Settanta ed è ascoltata su vinile: sembra che per te la musica abbia in sé un’imprescindibile componente nostalgica.

La componente nostalgica, che sicuramente c’è, è legata proprio alla presenza dei vinili. Per molte persone la nostalgia è un sentimento irrinunciabile, per me non è così, non ambisco al passato perché credo che sia migliore del presente, anzi semmai il contrario. In “Telegraph Avenue” non penso ci sia la classica nostalgia di cose passate, ci sono invece elementi, in gran parte legati all’ascolto di vinili, che creano incontri sensoriali col passato: il loro odore, il loro suono, il contatto diretto con loro… I vinili sono artefatti di un’era perduta, come i vecchi giornali, i vecchi caratteri tipografici, legarsi a loro è solo una risposta dell’uomo di fronte alla perdita.

Perché proprio il jazz degli anni Settanta?

Mi è sembrata subito la musica giusta perché ci vedevo un’ambizione artistica assai lodevole: quella di combinare il virtuosismo del jazz con l’accessibilità del pop. Negli anni Settanta per l’ultima volta il jazz ha avuto un appeal commerciale, era ballabile, era alla radio, era in classifica… È un po’ la stessa ambizione che ho io come scrittore. Mi sforzo sempre di essere accessibile ai più, di trovare una prosa che abbia un ritmo innato, fino a sembrare ballabile, e allo stesso tempo mi piace essere letterario e scrivere sempre qualcosa di qualitativamente eccellente.

Quella del ‘meticciato’ è una componente del jazz e del funk degli anni Settanta che ti interessa?

Sì, anche. L’integrazione di bianchi e di neri è stata una costante in quel periodo. C’era un continuo mescolarsi di musicisti, ingegneri del suono, produttori bianchi e neri. Si tratta di una commistione presente anche in altri momenti del XX secolo ma mai in modo fertile come negli anni Settanta.

Per un romanzo ambientato in un negozio di dischi il riferimento non può che essere “Alta fedeltà”. Come ti sei rapportato al romanzo di Nick Hornby?

Amo il romanzo di Nick Hornby e anche il film che ne è stato tratto. Soprattutto credo che il libro sia veramente buono e sapevo che se volevo scrivere anch’io un libro ambientato in un negozio di dischi dovevo farlo in modo impeccabile, non dovevo commettere errori, proprio perché Nick Hornby l’aveva fatto prima di me in modo perfetto.

Sei un collezionista di dischi?

Non sono un fanatico. Compro vinili anche perché li ascolto mentre lavoro, ma non mi definirei un collezionista.

Quando scrivi hai un vinile in sottofondo quindi?

Sì, da un po’ di tempo ho preso l’abitudine di ascoltarli mentre scrivo. Innanzitutto perché amo il loro suono, poi perché mi costringono ad alzarmi ogni venti minuti per girare il disco o per metterne un altro. Dicono sia la cosa giusta da fare per chi lavora per tante ore seduto su una sedia.

So che sei abituato a scrivere di notte, il suono di un vecchio vinile è particolarmente adatto.

Sì, molto adatto. Io scrivo cinque giorni su sette, dalla domenica al giovedì, dalle 10 di sera fino alle 4 di mattina.

E c’è un tipo di musica che prediligi?

Di solito musica strumentale, propulsiva, purché abbia un andamento stabile, senza variazioni rumore/quiete.

Quali sono i tuoi cinque dischi preferiti di tutti i tempi?

“Marquee Moon” dei Television; “The Kinks Are The Village Green Preservation Society” dei Kinks; “Pet Sounds” dei Beach Boys; “3 Feet High And Rising” dei De La Soul; “Electric Warrior” dei T. Rex (Michael dice i primi tre titoli al volo, gli ultimi due, invece, dopo averci pensato per un paio di minuti, ndr).

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
Commenti
3 Commenti a “Ascolti d’autore: Michael Chabon”
  1. Fede scrive:

    Non so perché, ma quando si parla di letteratura americana post-Bellow post-Updike post-Roth, si chiama sempre in causa Jonathan Franzen come ultimo e migliore rappresentante di una invidiabile stirpe di narratori. Ritengo che gli elogi a Franzen siano sempre un filo esagerati e che, invece, non venga attribuito il giusto valore alle opere di autori come Jonathan Lethem, Rick Moody o, appunto, Michael Chabon. Kavalier & Clay è assolutamente imperdibile. Scopro anche un fine orecchio musicale. T. Rex e Television sono anche nella mia top five.

  2. davide young scrive:

    Spassoso

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  1. […] è la versione integrale delle interviste a Dana Spiotta uscita su ilmascalzone.it e su Outsider. Qui la prima puntata di Ascolti d’autore. (Fonte […]



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