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Ascolti d’autore: Niccolò Ammaniti

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Questa è la versione integrale dell’intervista pubblicata sul numero di giugno di Suono, all’interno della rubrica “Ascolti d’autore”, ideata e curata dal giornalista Pierluigi Lucadei per indagare i rapporti tra letteratura e musica. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

“Ascolti d’autore” ospita un Premio Strega: Niccolò Ammaniti, romano classe ’66, che si è aggiudicato il prestigioso riconoscimento con il romanzo “Come Dio comanda”. Ammaniti è anche l’autore di successi come “Fango”, “Ti prendo e ti porto via”, “Io non ho paura”, “Io e te”, che ne fanno uno degli scrittori più letti e amati del nostro tempo.

È vero che sei un grande collezionista di dischi?
Vero. Ho cominciato presto con roba tipo Duran Duran e Spandau Ballet e poi non ho mai più smesso. Ho una collezione di quasi diecimila cd. Mi piace ascoltare bene e curo molto la riproduzione musicale. Uso anche Spotify che però ha dei limiti di qualità.

In quali momenti della giornata ti dedichi all’ascolto?
Sempre. Smetto solo per parlare.

Ascolti musica anche mentre scrivi?
Sì. E a seconda di cosa scrivo scelgo la colonna sonora appropriata, essenzialmente musica senza parole.

Leggi riviste musicali?
Sì. Anche se sempre più spesso mi affido a internet.

Possiamo dire che il tuo percorso di scrittore somiglia a quello di tante rockstar, più selvaggio all’inizio, più intimista con l’andare avanti degli anni?
Questo dipende dalla vecchiaia. Prima guardavo solo film horror mentre adesso mi inquietano e faccio fatica a finirli. Così come i ricordi autobiografici trovano più spazio nelle trame delle cose che scrivo ultimamente.

Che tipo di influenza le tue passioni musicali esercitano sulla tua scrittura?
Alcune musiche, penso sopratutto a certa musica elettronica o ambient, mi concentrano sulla scrittura e fanno da colonna sonora alle mie storie.

Puoi dirmi qualcosa del peso specifico che hai deciso di dare alla hit della Bertè, “Sei bellissima”, in “Ti prendo e ti porto via”?
Trovo che quella sia una canzone disperata. E credo fosse perfetta per produrre nel lettore quel senso di solitudine dolorosa che stritola il mio personaggio.

Quando scriverai un romanzo prettamente musicale?
Mai, credo.

“Il soccombente” di Thomas Bernhard o Great Jones Street” di Don DeLillo?
“Il soccombente”.

“Il soccombente” o “Alta fedeltà” di Nick Hornby?
“Il soccombente”.

Beatles o Rolling Stones?
Beatles. Sono quelle scelte ontologiche che ci fanno capire se siamo di destro o di sinistra, della Roma o della Lazio, se crediamo oppure no.

C’è un musicista di cui ti piacerebbe scrivere la biografia?
Thelonious Monk. Aveva un carattere assai difficile. Molto silenzioso e sempre incazzato. Dicono che durante un tour in Australia non parlò mai. Viaggiava in fondo al pullman a braccia incrociate con lo sguardo corrucciato. Dopo tre settimane finalmente parlò e disse: “Where are the fucking kangaroos?”.

Cosa ne pensi dei tanti libri scritti dalle rockstar di casa nostra usciti negli ultimi anni?
Che quasi sempre sono scritti male e fatti per un pubblico di adoratori.

La prima canzone che hai ascoltato dopo che ti hanno comunicato la vittoria del Premio Strega?
“Burn The Witch” dei Queens Of The Stone Age! Scherzo, non lo so.

La canzone che ha fatto da sottofondo a un momento felice della tua infanzia?
“Sì, viaggiare” di Lucio Battisti.

Sei soddisfatto delle colonne sonore dei film tratti dai tuoi libri?
Sì, in particolare di quella composta da Ezio Bosso per “Io non ho paura.” Credo che Ezio sia uno dei più bravi compositori che abbiamo in Italia. Spero di poterci collaborare di nuovo.

Con i Mokadelic (band romana autrice della colonna sonora del film di Gabriele Salvatores tratto da “Come Dio comanda”, ndr) c’è anche un rapporto di amicizia?
Sì. Abbiamo subito fraternizzato. Hanno fatto un ottimo lavoro, raccontando con il loro post rock la desolazione delle terre friulane.

Da romano, quale cantautore delle ultime generazioni credi colga meglio lo spirito della tua città e della tua epoca?
Nessuno che conosca.

Arriverà mai il momento in cui in Italia la musica non verrà più considerata cultura di serie B?
In Italia tutta la cultura è considerata una cosa di serie B.

La tua top five di tutti i tempi?
Te la sparo così, senza pensarci troppo: “Making Music” di Zakir Hussain; “Ocean” di Stephan Micus; “Fisherman’s Blues” dei Waterboys; “Spirit Of Eden” dei Talk Talk; “Mexico” di Murcof e Erik Truffaz.

Mi dici il motivo per cui hai scelto ciascuno dei cinque dischi?
“Making Music” mi ha introdotto nella musica indiana. “Ocean” mi ha fatto capire che gli strumenti musicali, non importa da che paese arrivino, possono produrre suoni e storie universali. I Waterboys: ascoltavo “Fisherman’s Blues” durante un viaggio in cui presi la decisione di mollare l’università e mettermi a scrivere. “Spirit Of Eden” dei Talk Talk è la dimostrazione di come si può passare dal commerciale al sublime rimanendo se stessi. “Mexico” non lo so.

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
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