1orso

“Aspettando i naufraghi”, tra poesia e fantastico

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«L’inaspettato per una volta, è accaduto. E ha cambiato tutto.»

Qualche settimana fa mi è capitato di presentare Aspettando i naufraghi (minimum fax, 2018) di Orso Tosco; quella sera, durante la nostra conversazione, lo scrittore mi disse una serie di cose molto interessanti riguardanti il romanzo, tra queste una mi è rimasta particolarmente impressa. Tosco disse che all’origine della scrittura del romanzo c’era un suo periodo di vita decisamente difficile e complicato e si era posto una domanda: “Da chi vorrei essere portato via?” o forse più precisamente la domanda era: “Da chi vorrei essere ammazzato?”. La risposta che si diede Tosco, e che poi è arrivata a noi in un libro, fu: “Da qualcuno che non mi parlasse”. Ho ripensato spesso a quella frase; credo che anche io vorrei essere ucciso da qualcuno che non mi parlasse e vorrei che mi uccidesse in fretta. Portato via, ucciso, spazzato, sterminato. Uno che pensa a queste cose vuole sparire, perché c’è un peso difficile da sostenere. Orso Tosco è sparito scrivendo una storia apocalittica e bella, scegliendo con cura il linguaggio, il paesaggio, e scomponendo questa voglia di dissolversi in tanti meravigliosi personaggi, che sembrano frammenti di un solo corpo dopo una deflagrazione.

Sedici sono le persone sedute attorno al grande tavolo di legno e sedici sono le persone che si puntano la pistola alla tempia.

Siamo alle ultime battute del primo capitolo, un bellissimo capitolo; ci troviamo in una casa grande, c’è stata una festa, gente che dorme, gente ubriaca, gente stesa per terra, gente che si bacia con stanchezza, gente che ha fatto sesso, gente che inciampa in altra gente. Non parla nessuno. Non sappiamo niente, ma non leggiamo traccia di divertimento; la prosa di Orso Tosco disegna un perfetto scenario che precede una fine, c’è poco da fare lo percepiamo, non sappiamo perché, non sappiamo come, ma avvertiamo che non ci sarà un dopo. Sedici ragazzi hanno fatto un accordo, spararsi un colpo alla testa e farla finita prima che arrivino i naufraghi. Uno su sedici non sparerà: è Massimo, il protagonista. Non spara, risponde al cellulare, riconosce la voce di suo padre, gli chiede della sua salute e gli comunica: «Ho deciso di venire, da te.» Il padre di Massimo è ricoverato in quel resta di un hospice per malati terminali, anche lì dove la gente si prepara a morire, nessuno è certo di morire in quel letto.

Chi sono i naufraghi? Da dove arrivano e perché uccidono tutti? I naufraghi sono tutti e nessuno, potremmo farne parte. I naufraghi sono un gruppo di persone che a un certo punto ha deciso di agire, azzerando tutto. Il gruppo è diventato sempre più numeroso, o sei naufrago o muori. Conta solo l’azione, i naufraghi non parlano, non conta nemmeno la morte di quelli che incontrano e sterminano, conta l’azione che porta a quelle morti, azione che una volta svolta già non conta più. L’azione decisiva è sempre quella successiva. Chi non è naufrago aspetta, aspetta di morire e se non ce la fa sceglie il suicidio. Anche il suicidio è un’azione. Il mondo sta finendo, e il mondo che Tosco ci mette sotto gli occhi ha l’aspetto dell’Italia; è strano, non siamo abituati a vederci in uno scenario apocalittico, almeno non di questo tipo.

Ci sono i giorni e ci sono le notti. E le notti e i giorni custodiscono le ore di sole e le ore di pioggia, le nuvole, le grandinate improvvise e le burrasche, la calma assolata e i tramonti, le notti stellate e i lampi. Però le date, le date del calendario, quelle sono finite. Perché è arrivato un tempo nuovo, che in mancanza di nuovi strumenti per essere calcolato procede nudo e senza orpelli, senza classificazioni. Ciò che si vede e si percepisce è il tempo che si ha.

In questi giorni senza calendario, in una clinica dove si attende la morte, si muovono una serie di personaggi eccezionali, che di volta in volta regaleranno pagine di struggente umanità, e altre da selvaggi. Saranno coraggiosi e vili, saranno perduti, eppure ogni giorno, da qualche parte troveranno la forza di cercare ogni piccolo espediente che possa salvarli dalla morte certa. Una carezza, prendere un medicinale, cercare il cibo. Cosa spinge chi sa di dover morire entro pochi giorni a fare cose che farebbe chi pensa di sopravvivere? Tosco ci mette davanti al nostro istinto e alla particolare predisposizione che abbiamo per la cura degli altri. Ci affezioniamo e detestiamo, resistiamo, siamo fatti così. Massimo e suo padre Piero, Il dott. Malandra, chirurgo e tossico, Guido l’irascibile infermiere, sempre ubriaco, Suor Olga che sembra sempre in lotta con qualcosa, una che ha sempre negato la possibilità della felicità, una che sta scappando. C’è Gramigna, mezzo matto e poeta. C’è Mildred che compila un paziente elenco di tutte le cose che le sono capitate, un elenco che suona come una poesia. C’è un ragazzo perduto, e c’è un cane spuntato dal nulla. C’è il culto della Beata Morte; fondato da Bibiana, scappata dall’hospice. Un culto contro i naufraghi. In un certo senso due religioni costruite sul nulla. Una contro l’altra. L’idea è la morte, la resistenza inconscia è la speranza. I naufraghi rinunciano alla retorica del linguaggio, ma lo scegliere di non parlare è già l’invenzione di un’altra retorica. L’azione è anch’essa un linguaggio.

Loro arriveranno e bruceranno, forse. Ma prima curioseranno, perché siamo tutti curiosi. Anche gli assassini. E allora, forse, forse leggeranno le mie memorie. Non capisci, Olga? Saranno costretti a leggere una lista di tutto ciò che non hanno mai vissuto e che non potranno vivere mai. Le mie memorie saranno per loro una lista di rimpianti. Riesci a pensare a una vendetta più bella, Olga, sei capace?

Orso Tosco disegna uno scenario terribile e allo stesso tempo fa in modo che non ci faccia paura. Perché la resistenza, il motivo che spinge gli esseri umani alla sopravvivenza è una sorta di musica che non sempre si coglie, ma che esiste, è lì, in ognuno di noi. I nostri protagonisti non lo sanno ma pagina dopo pagina la stanno suonando.

Dalla Liguria è arrivato uno scrittore giovane, che non ha paura del fantastico, della scrittura di genere, che sa di poesia, che sa che quando bisogna scappare da qualcosa se non c’è un treno c’è la fantasia, se non ci sono più parole ci si può abbracciare; che ci spiega come provare a fuggire la morte a bordo di un’Ape.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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