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Assalto a un tempo devastato e vile – Versione 4.0

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Pubblichiamo un estratto dalla versione 4.0 di Assalto a un tempo devastato e vile di Giuseppe Genna, uscito per minimum fax in una nuova edizione ampliata: ringraziamo editore e autore.

di Giuseppe Genna

I Bambini Idioti

La reality imperava, stereoscopica un po’ dovunque. Un acquerello digitato male, con i livelli e i pennelli un poco a spruzzo delicatamente adagiati dentro lo screen, le dita veloci dei bambini nativi, digitali, immani bambini idioti con la bolla di saliva all’angolo della boccuccia enorme, pelati per le chemio nell’atmosfera metropolitanizzata di questo secolo Ventunesimo che adesso si atmosferizza davvero, si radica nell’aria vaporizzandosi un po’ qua e un po’ là, sanificando tutto, santificando niente: i Bambini Santi, torniti nelle loro carni occidentali tremuli, belli e integrati nelle classi con le maestre che insegnano con la lim e con il Metodo Bortolato, tutti Bimbi Teletubbies che ripetono la sillaba giusta con una lentezza letargica e il cretinismo delle valli più oscure e profonde ricondotto alle pianure gentrificate: Bimbi da Capannoni Industriali, da Centri Commerciali monotematici, da Toys’R’Us prima del fallimento, da Città del Sole con quei giocattoli di legno stolido finto antico, smaltati nelle vernici i trenini fatti di legno e di magneti tra vagone e vagone sulle rotaie pittate della marca di negozio per bambino che fidelizza il bambino.

Esso può scegliere, il Bambino, in questo mondo della reality programmata e accelerata e poi deragliata come il trenino di legno, un masso è caduto sulla ferrovia di legno della Città del Soleuna frana improvvisa, un Vajont, le casette doganali spazzate via, le brecce aperte nel fianco della montagna in poliuretano e non più in cartapesta, tutto il Novecento crollato e ripiegato sul Nuovo Secolo della Pandemia e del dolore sotto anestesia, la morte dolce del paesaggio, dell’infanzia, delle mutue, dei sordomuti e delle filiere. La produzione non è più nulla, le masse non servono più a niente.

Invadono la ferrovia della Città del Sole, i prati alpigiani a piè di monte, omìni nel mondo di Heidi che diventano i Playmobil che diventano le Bambole-Reborn che diventano e diventiamo le Bambole Gonfiabili di Lusso molto realistiche e che parlano in modo intelligente con vagina/ano in silicone e voce umana.

Nella ferrovia della Città del Sole tutti i Bambini Idioti vedono con il cretinismo delle valli più oscure lo «orrendo» incidente tra treno e treno, migliaia di morti di legno e magneti dipinti a mano industrialmente, gli omìni spezzati con i fracassi facciali, le brecce craniche da cui fuoriescono i cervelli in questo mondo di Lego di legno e balbuzie dei Bambini Idioti. Essi sono molto lisci nella pelle facciale, privi delle case popolari e delle province più remote dell’India raggiungibili in giorni di treno che non incidenta mai. E tutti gli omìni Cittadini del Sole compaiono in questo rendering della realtà, della reality, a soccorrere e vivere lo schianto tra i trenini: l’omìno dottore con l’efficienza della borsa del medico e le ambulanze con gli omìni dal sorriso uguale nella faccia gialla del Lego, vagoni che hanno investito pedoni e macchine, auto travolte dallo svaso della diga immane di fango, tutto un paese alpestre dell’Italia austriaca, paesani vestiti da Schützen, un mondo tirolese non casuale, che perturbava lungo il secolo precedente dagli Stati Uniti all’orizzonte, radiando le immagini del Pinocchietto Disney: un’immagine prendeva vita da sé, lallava e si stupiva, progenitrice dei Teletubbies e di tutti i Bambini Idioti di questo mondo ora.

Era questo questo mondo ora, prima della pandemia era questo.

Velocemente perdevamo le abili parole, progenitrici delle immagini. Ogni linguaggio scadeva all’operazione di intubare un umano, di mettergli il prostetico, di fare della protesi la salvezza di uno che arranca nella fame di aria, nell’ambulanza elettrica con il dottore disperatamente assorto nell’assenza della cura più efficiente e meno adatta, sottoponendo se stesso in forma di errore al tentativo di controllare il mondo, di fargli la terapia sbagliata, di ucciderlo con i trombi che sono sempre una festa del sangue e dell’ossigeno.

Quell’odore forte delle terapie intensive, di stare per morire. Ecco cosa eravamo nella rincorsa dei nostri Bambini Idioti, che mangiano molto bene, che trasportano se stessi nella bidimensionalità!, delle immagini superficiali dei touchscreen, pronati a una terapia intensiva di ormoni nel cibo e arretramento dell’età del menarca, undicenni che sfregano i genitali tra il divano e il letto, tredicenni che lavorano alle loro «opere» (sono disegni elementari), spersi negli universi manga in cui il male è troppo complicato per darne una rappresentazione completa e la teoria dei giochi ha abolito qualunque gioco.

L’abolizione del gioco avviene esaltando il gioco che non prevede la fine e la distruzione del gioco stesso.

La bambinizzazione progressiva dell’umanità americanizzata, cinesizzata, russificata è un moto indolore con cui si perpetra la massima sofferenza dell’essere in una distrazione priva di complicità e di crimine, priva di morte. La bambinizzazione dice che vai da un gioco live a pes a un anìme alla marvellizzazione del cinema, perché non esista più cinema, più platea.

L’indistinzione tra platea e palcoscenico non prevedeva l’insorgere di uno spazio privo di spazio e di un tempo privo di tempo, il cui esemplare è la configurazione orografica dei volti di chiunque prono su un device.

Qualunque teorico dello spettacolo viveva nell’epoca d’oro di una innocenza complice, che ha ingrassato gli ideologi della contestazione all’immagine e alla parola, senza che potessero nemmeno ricavare un minimo dispiacere dalle previsioni del tempo, sempre fallaci, dall’assenza di piogge e venti dei deserti.

Viviamo Viviamo l’infarto del gioco. Siamo Bambini Idioti che vogliono comprare l’aggeggio alla Città del Sole e a nessuno, nemmeno al più acuto dei produttori o al più scaltro dei distributori, a nessuno frega niente che chi compra compri, perché tanto ci sono tantissimi che comprano comunque, di cui non frega nulla né ai produttori né ai distributori, perché la quantità è esplosa in vastità e in intensità, la profondità della trivellazione nei consumi e nella mente consumatrice non è un dato che ci interessi: non è un dato.

Noi siamo i Bambini Idioti del Big Data, del Cloud, del Blockchain, del B2B. Privi di linguaggio, privi delle immagini: essi hanno preso vita da sé, essi coagulano in luoghi a noi inaccessibili, hanno una seconda vita, più segreta e intensa, da fornire alle cose che immaginano e parlano in quei luoghi e spazi e cose di cose, inimmaginabilmente per noi, finché saremo protetti dall’organismo fallace di carne tesa alle putrefazioni e alla festa, prima dell’invasione grande che sta per avvenire, che sta avvenendo già.

Commenti
2 Commenti a “Assalto a un tempo devastato e vile – Versione 4.0”
  1. Associazione genitori di bambini disabili onlus RE scrive:

    OK. Avvocato

  2. Doc scrive:

    Qui siamo oltre il Mid Cult, nell’arroganza dello stonato che fa la ruota

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