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Atene, i giorni del referendum

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

A un certo punto, quando mancano tre giorni a un voto decisivo per la Grecia e per l’Europa, Dimitris, trentaseienne architetto di Corinto, mi spiega perché ha capito che, a dispetto di ogni sondaggio e di ogni campagna televisiva, vincerà il NO. È una storia familiare, la sua, ma che rappresenta perfettamente lo spirito greco illuminandolo con una chiarezza che in momenti complessi come questo ci appare spesso sfuggente e quasi irraggiungibile.

Bisogna andare indietro al 4 maggio del 1941, festa di Mezza Pentecoste, quando suo nonno Ilias, dopo la messa, uscì dal villaggio dell’antica Corinto con due dei cinque figli, a piedi nudi per mettere assieme il raccolto di fave. Arrivati ai campi di Skoutela, lavorarono per qualche ora e quando furono pronti a ripartire con le provviste per un anno intero vennero bloccati da due soldati nazisti che requisirono violentemente ogni cosa. Dell’episodio Dimitris non sapeva nulla fino a oggi. Fino a che non gli è stato raccontato che le due bambine, ormai due anziane signore, girano da giorni per le case del vicinato raccontando questa e altre storie, assicurandosi che tutti votino NO. Cristiane e tradizionalmente lontane da qualsiasi sinistra, Giorgia, 85 anni, e Koula, 83, sono adesso orgogliosamente dalla parte di Tsipras per difendere il loro Paese.

La storia della famiglia Theodoropoulos è simile a quella che in infinite versioni diverse, reduplicandosi come un mito antico, ho ascoltato girando per Atene, prima e dopo un referendum storico. A Varkiza, zona residenziale ricca sul mare, un gruppo di amici conservatori per una vita e ora tutti quanti votanti NO e tutti quanti fieri di un leader come Tsipras, hanno voluto raccontarmi le loro varianti. Giannis, ottantenne ex sub, ha scandito bene le parole: “Ho visto morire uomini, donne e bambini con i miei occhi, durante l’occupazione. E adesso rivedo qualcosa di simile: esseri umani uccisi con altre armi, le armi dell’economia, che spingono al suicidio o lasciano morire chi è senza copertura sanitaria. Tutto questo deve finire”. Stelios, mediatore marittimo, ha aggiunto: “Ciò che i tedeschi non riuscirono a fare con la guerra ora cercano di realizzarlo attraverso l’occupazione economica del paese. Ma noi sappiamo difenderci”. Nikos, ex pilota, si è infiammato: “La testardaggine di Schaeuble, la sua durezza, la sua intolleranza nascono da un complesso di inferiorità tipicamente nazista. Un complesso che egli non può che rimuovere, proprio come i tedeschi rimuovono la loro storia. Fino a farci la lezione e pretendere di dettar legge. Ma io sono nato libero e voglio morire libero”.

È la storia con la S maiuscola quel che viene fuori di continuo, in questi giorni in cui Atene è il centro del mondo, e una marea di giornalisti, attivisti, studiosi, analisti di ogni Paese si è riversata attorno all’Acropoli a seguire l’evoluzione finale di una crisi che racconta meglio di qualunque altra vicenda le sorti del vecchio continente. E infatti quel che i greci rivendicano, oggi, è soprattutto il loro senso della storia, accusando quelli che sono percepiti come i maggiori oppositori, i tedeschi, di non averne affatto. “I tedeschi non capiscono assolutamente nulla e mai” mi ha detto Maria, una cinquantacinquenne di Exarhia “perché non vogliono ricordare il passato”.

Non ricordano gli orrori di cui furono responsabili durante l’occupazione, non ricordano il debito che a loro fu tagliato nel 1953, non ricordano gli affari che hanno fatto in una Grecia incancrenita dalla corruzione negli ultimi vent’anni, non ricordano quel accadde in Germania quando il debito li soffocò spingendo al potere Adolf Hitler. Più di una persona mi ha spiegato come questo deficit di memoria storica sottragga ai tedeschi la capacità di giudicare correttamente quel che sta accadendo, rendendoli propensi a imporre regole del tutto ideali che non hanno nulla a che fare con la realtà e finendo per non riuscire a prevedere ciò che è più prevedibile.

Tra gli esiti più prevedibili, per esempio, nonostante quello che è stato ribattezzato “terrorismo mediatico”, c’era soprattutto il NO grande e massiccio con cui oltre il sessanta per cento dei votanti ha sconcertato le attese europee. Ma bastava studiare un po’ di storia – mi dicono. In questo caso, bastava risalire a una vicenda stranota in patria. Quel che accadde alle quattro del mattino del 28 ottobre 1940, quando l’ambasciatore italiano a Atene, Emanuele Grazzi, recapitò a Ioannis Metaxas, primo ministro divenuto in breve dittatore, l’ultimatum con cui Mussolini pretendeva il passaggio in terra greca delle forze dell’Asse. Tre ore di tempo erano concesse per la risposta, ma Ioannis Metaxas non attese. Lesse attentamente e, secondo la vulgata ormai dominante, rispose semplicemente “Ochi”, ossia “No”. In realtà, pare che le cose siano andate diversamente e che la risposta di Metaxas, nel francese delle relazioni diplomatiche, sia stata: “Alors c’est la guerre”. Quel che importa comunque fu ciò che seguì, ossia la reazione militare greca durissima, l’esercito italiano respinto, e l’altro celebre detto “Spezzeremo le reni alla Grecia” (con cui Mussolini tentò di ostentare ottimismo) trasformato nel simbolo di una grottesca inconsistente tracotanza. La forza greca, dunque, il coraggio, la predisposizione a resistere, la disponibilità a morire pur di resistere. Tanto che quell’ “Ochi” di Metaxas, vero o presunto, è dal 1946 festa nazionale: “To megalo Ochi” “Il grande NO”. Ventotto Ottobre. Data che incornicia la targa di molte strade greche.

Ma basta dire un “no” forte e chiaro per andare avanti? Gli analisti si domandano oggi se sia sufficiente, se non sia riduttivo e disperato chiudere le porte e rifiutare gli ultimatum, quando questi ultimatum potrebbero salvare un popolo da prospettive ancora più tragiche. La risposta sta probabilmente nelle parole di un tassista con cui ho parlato la domenica del voto guidando lungo la strada che costeggia le grandi mura del Pireo, costruite da Temistocle per collegare Atene al porto e fare di essa una città marinara, aperta al mondo e alle tradizioni lontane.
Elettore di destra, Kostas a gennaio aveva votato ANEL (il piccolo partito nazionalista poi entrato in coalizione con Syriza) e alle prossime elezioni voterà Tsipras. “Ci vuole forza e coraggio a dire no”, mi ha spiegato, “Non fa piacere dire no. Però quando si rifiuta qualcosa, si apre la porta a qualcos’altro. E per me, peggio di così non può andare”. In questo caso, forse, per capire la portata del “grande Ochi” di cui mi parlava il tassista, più che la storia possono i costumi. Basta guardare e riguardare il gesto con cui i greci accompagnano il loro “no”. Nulla di simile a una scrollata di spalle o al ciondolar della testa a cui siamo abituati. La testa, invece, si alza verso l’alto, gli occhi si chiudono, le labbra si arricciano. C’è del dolore nel dire no, insomma. Perché dire no è più difficile che dire sì. E non è un caso che in greco, diversamente dalla maggioranza delle lingue, il no sia bisillabico. Due giorni dopo il referendum, Nikos, trentacinquenne, mi ha detto: “Ieri ho pensato per la prima volta che il nostro NO potrebbe davvero portarci fuori dall’euro e per un po’ di tempo ho avuto paura. Poi mi sono detto: ma quale paura? Andiamo avanti lungo la strada che abbiamo scelto. Era necessario opporsi, era necessario chiudere questo periodo”.

Scrisse Albert Camus: “Che cos’è un uomo in rivolta? È innanzitutto un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia: è anche un uomo che dice sì”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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