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Atene: la battaglia di Temistocle

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Pubblichiamo il secondo di tre reportage scritti da Matteo Nucci e usciti sull’Espresso, che ringraziamo. Qui il primo.

ATENE. Abnegazione è la parola d’ordine di Leonida e Sparta. Ma mentre i Persiani di Serse spazzano via gli ultimi Greci rimasti a difesa delle Termopili, un’altra parola irrompe nella storia di questa guerra eterna contro l’invasore. La parola è astuzia, l’uomo è Temistocle, la città Atene. Ci siamo lasciati sottrarre, nei secoli, la forza felice di ciò che i Greci chiamavano metis, ossia l’intelligenza astuta, la capacità di abbindolare, ingannare, sedurre che nulla ha a che vedere con la furbizia. Ma quella forma di intelligenza, fluida e vitale, liquida come l’acqua marina che era l’essenza della dea Metis, non è mai venuta meno e se vi aggirate per le vie di Atene, ancora oggi, ne avrete una prova.

Del resto, la divinità che diede il nome a questa città caotica, bollente, orgogliosa e geniale, fu partorita proprio da Metis, ingravidata da Zeus eppoi da lui ingoiata. Atena e la sua intelligenza astuta dominarono fin dai primordi e le storie che ci raccontano poeti, filosofi e storici sembrano quelle che oggi scoprirete nei mercati e nei caffè, fra chiacchiere sornione e litigi improvvisi, apparentemente immotivati, forse innocui, forse tragici.

Temistocle aveva quarantadue anni all’epoca dei fatti che oggi celebriamo ancora con tutti gli onori, due millenni e mezzo dopo. La sua intuizione geniale aveva fatto breccia nel 483 a.C. e adesso veniva il momento di mostrarne la portata. L’idea era stata chiara: rendere Atene una potenza navale, investire tutto sulla flotta, unire la città al mare, spezzare dunque la lontananza fra l’Acropoli e il Pireo. Ma Atene non aveva ancora potuto dimostrare a che grado di potenza navale fosse arrivata. Nelle acque a est delle Termopili, fra il nord dell’Eubea e il Pelio, Temistocle fu finalmente costretto a mostrare tutta la sua geniale astuzia. La flotta persiana, immensa nonostante le perdite dovute alle tempeste, premeva per accompagnare la discesa trionfale dell’esercito, tanto che Euribiade (lo spartano a cui era stato affidato il comando della flotta greca nonostante la superiorità ateniese) era pronto ad assecondare il desiderio di fuga che aveva preso la maggioranza degli equipaggi, atterriti dalla potenza straniera.

E qui la scaltrezza di Temistocle cambiò le sorti della guerra. Utilizzando denaro ricevuto forse dagli abitanti dell’Eubea, egli poté convincere, corrompere, ricattare, riuscì a trattenere le navi e, benché avesse sapientemente evitato di sottrarre il comando a Euribiade, fu lui a dare indicazioni decisive per lottare con abilità negli spazi stretti, dove i nemici erano a disagio, poco veloci (fuorché gli egizi) e sorpresi dalla temerarietà greca.

La battaglia dell’Artemisio fu glorificata da Pindaro come “uno splendido fondamento di libertà”. Secoli più tardi Plutarco avrebbe spiegato in poche frasi il motivo: “Gli scontri non furono di grande importanza per le sorti complessive della guerra, ma furono utilissimi ai Greci per l’esperienza”. La consapevolezza di poter avere la meglio nonostante l’inferiorità numerica, grazie alla tecnica, alla velocità e al coraggio, si sarebbe rivelata decisiva pochi giorni più tardi, a Salamina. Oggi sulla spiaggia di Pefki, i bagnanti ciondolano ignari della sorpresa che sconcertò i Persiani e neppure osservano la targa sbiadita che ricorda quei momenti decisivi.

Il nord dell’Eubea – che i Greci pronunciano Èvia – è coperto da foreste di pini e dalla strada che si attorciglia verso il mare è possibile voltare verso le rovine della chiesa bizantina di San Giorgio. Qui probabilmente sorgeva il tempio sacro a Artemide da cui il nome di Capo Artemisio. Pare che il marmo, a toccarlo, prendesse colore emettendo odore di zafferano.

Odori simili oggi potrete rintracciarli nelle taverne che il viaggiatore riesce a scovare ovunque lungo le strade che l’esercito persiano percorse verso l’Attica, attraversando regioni che si sottomisero come la Tessaglia o che invece opposero orgogliosa ma inutile resistenza come la Focide. Quel che importava a Temistocle tuttavia era che l’invasione fosse stata rallentata e che il suo piano di sgomberare l’Attica e liberare completamente Atene potesse essere messo in atto con relativa facilità. Tutto stava, una volta ancora, a convincere i suoi concittadini. La strategia del politico astuto e lungimirante arrivava al punto di svolta. Abbandonare Atene pareva a molti un sacrilegio ma un oracolo aveva parlato di un muro di legno che avrebbe salvato i Greci e Temistocle lo individuò nel legno delle navi in cui gli Ateniesi avrebbero trovato rifugio. Fece leva su altri prodigi per toccare le corde dell’irrazionale nei suoi concittadini e infine, mentre la flotta andava a ormeggiare nelle acque di Salamina, chi fra gli Ateniesi non era abile a combattere si spostò a Trezene sulle coste del Peloponneso, ospitato con tutti gli onori. La città deserta venne presa pochi giorni dopo. Sull’Acropoli un gruppo sparuto di cittadini tentò di resistere costruendo barricate di legno presto incendiate dai nemici. Erodoto è in questo caso laconico: “dopo che ebbero massacrato tutti quanti, depredarono il santuario e incendiarono l’Acropoli”.

Chi conosce Atene e ha visto l’Acropoli dal mare sa quanto fosse semplice per i Greci da Salamina assistere al terribile spettacolo delle fiamme che volavano al cielo. La rocca su cui era nata Atene sarebbe stata ricostruita molto più tardi, quando Pericle scelse Fidia per mettere assieme i migliori architetti e artisti che avrebbero creato i templi ancora oggi visitabili. Ma ciò che venne distrutto in quel terribile giorno del 480 a.C. non andò perduto. E paradossalmente la razzia persiana è stata la nostra fortuna. Tornati in città, dopo la vittoria sul nemico, gli Ateniesi decisero di seppellire tutto ciò che era in frantumi. Fu nel 1886 che gli archeologi, durante uno scavo, si accorsero casualmente del tesoro che giaceva da secoli sotto alla bellezza dell’Acropoli periclea.

I pezzi che oggi riempiono il meraviglioso primo piano del nuovo museo aperto dieci anni fa permettono un’esperienza estetica travolgente e imprescindibile per chi voglia conoscere il mondo antico. Chiunque sia cresciuto guardando al bianco marmoreo come un elemento di armonia e purezza dovrà ricredersi davanti ai colori che si sono conservati sulle sculture, sui capelli e le vesti delle famose korai, sulle arcaiche forme del tempio che sorgeva dove fu poi costruito il Partenone. Colori salvati grazie alla distruzione con cui Serse pensò di aprire la strada a una vittoria epocale e che costituirono invece il geniale sacrificio immaginato da quell’astuto ateniese di nome Temistocle.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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