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L’attacco ai giornalisti dell’Unità non riguarda solo loro

concita-2Condividiamo con i lettori di minima&moralia questa riflessione di Alessandro Leogrande pubblicata su Internazionale – che ringraziamo – e esprimiamo il nostro sconcerto e la nostra solidarietà a tutti i giornalisti e agli ex direttori dell’Unità per quanto sta avvenendo. (nella foto,  Concita De Gregorio, che dell’Unità è stata direttore dal 2008 al 2011)

Ventisei giornalisti dell’Unità e gli ex direttori Concita De Gregorio, Claudio Sardo e Luca Landò sono chiamati a risarcire tutti quelli che, da Silvio Berlusconi ad alcuni generali dei servizi segreti, hanno fatto causa al quotidiano negli anni passati.

Dopo la chiusura del giornale la società editrice (la Nie di Renato Soru) si è dileguata e il Partito democratico, il partito di riferimento che ora vorrebbe riportare il giornale in edicola, finora si è limitato a dire che questo non è un suo problema.

In base alla legge della stampa, una causa di risarcimento danni coinvolge tre soggetti: l’autore dell’articolo, il direttore del giornale e l’editore. Ma se il terzo soggetto, che dovrebbe garantire i primi due, viene meno, giornalista e direttore si trovano esposti all’azione giudiziaria.

In questo caso, dopo un pronunciamento di primo grado, i giornalisti e gli ex direttori del giornale sono chiamati a vario titolo a pagare una cifra che complessivamente si aggira intorno al mezzo milione di euro. Una cifra notevole, per raggranellare la quale sono partiti i pignoramenti delle case e degli stipendi.

Sia, quindi, verso quei giornalisti che hanno lavorato e continuano a lavorare in territori difficili, in Sicilia e in Calabria. Sia verso gli ex direttori: la più vessata, Concita De Gregorio, ha subito quaranta cause.

Come sottolineato dalla Federazione nazionale della stampa, quello che sta succedendo agli ex giornalisti dell’Unità, nel silenzio della politica, è la spia di una crisi molto più profonda.

Negli ultimi anni sono decine le testate che hanno chiuso e ancora di più gli editori che sono evaporati, lasciando le redazioni non solo senza lavoro ma anche esposte al rischio di cause simili. Le querele e le richieste esorbitanti di risarcimento danni sono sempre abbondate nel mondo del giornalismo, e spesso sono state utilizzate come arma d’intimidazione contro le inchieste più scomode, contro i lavori di indagine più approfonditi.

Ma in un mondo dell’editoria disarticolato, rischia ora di crearsi un effetto perverso. I giornalisti sono esposti direttamente ai pignoramenti, a dover risarcire somme che non metterebbero insieme neanche in cinque-sei anni di retribuzioni, qualora non siano in grado di difendersi e farsi difendere adeguatamente nei processi. Unendo tutto ciò alla riduzione del numero di testate ancora solide, il panorama che ne viene fuori appare sempre più asfittico.

Sollecitato dalla Federazione nazionale della stampa, il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi ha annunciato che il primo impegno sarà quello di destinare i residui contributi pubblici a un fondo di solidarietà per la libertà di informazione.

Tuttavia, al di là delle proposte, è evidente che il nodo Unità, oltre a essere la spia di una situazione più generale, riguardi direttamente anche il rapporto tra il Pd di Matteo Renzi e la testata storica che la nuova segreteria intende riportare in edicola.

Qual è il giudizio politico su queste “pendenze” del passato? E cosa dicono dello stato di salute della stampa? E, soprattutto: a cosa serve un giornale?

Di recente Franco Cassano, parlamentare del Partito democratico e autore di L’umiltà del male, ha ammesso di trovare “scandaloso che il più grande partito italiano non abbia un giornale, una sede nella quale si possa manifestare e costruire la sua opinione pubblica e che l’unico modo per conoscere l’opinione dei suoi dirigenti sia leggere le interviste che essi di volta in volta rilasciano ai grandi giornali. Sarebbe un modo attraverso il quale limitare il protagonismo esclusivo del leader e dei suoi critici”.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
13 Commenti a “L’attacco ai giornalisti dell’Unità non riguarda solo loro”
  1. LM scrive:

    Pare che il problema riguardi tutti i giornalisti italiani, che però potrebbero anche imparare a scrivere articoli non diffamatori, almeno quando lavorano per testate poco stabili economicamente. D’altra parte la legge è questa, non vedo perché i giornalisti dell’Unità dovrebbero ricevere un trattamento di favore rispetto a quelli di testate fallite meno in vista.

  2. Valentina scrive:

    @LM Articoli non diffamatori? A parte che c’è la libertà d’espressione e poi bisogna vedere cosa e chi diffamavano. Ma il punto della questione (e dell’articolo) non è certo questo, ma che non sono i giornalisti da soli a dover risarcire ma anche l’editore che in questo caso è sparito dalla circolazione. E’ un fatto gravissimo che crea un precendente.

  3. SoloUnaTraccia scrive:

    Questo è il risultato di anni di vassallaggio intellettuale. Un popolo civile difende volentieri i giornalisti che fanno il loro mestiere come da codice deontologico (leggetelo: alla luce della realtà è una sapida parodia) in quanto primi paladini della libertà del popolo medesimo. Degli imbrattacarte prostituiti, viceversa, non servono a nulla (salvo al padrone bisognoso di servi, che in effetti li difende&protegge… pelati, boccucce e ciccioni, tanto per non fare nomi), neppure al PD.

    Se la matematica non è un’opinione, 500mila euro per 26 persone non è tanto peggio di dover ristrutturare il tetto di casa. Sempre che i numeri siano questi (coi giornalisti non si sa mai, bisogna sempre indagare per contro proprio), direi che stimati professionisti di lungo corso ce l’avranno tranquillamente sopra il caminetto, un gruzzolo sufficiente a tappare il buco. Anche perchè se non lo tappano loro chi lo tappa? L’editore/partito coi suoi fondi? E i fondi del partito/editore da dove vengono? Benefattori privati o i soliti finanziamenti pubblici? Uno malizioso potrebbe pensare che il giornalista di partito si diverte a diffamare qui e là coi soldi dei contribuenti… quale serio professionista vorrebbe esporsi a un sospetto simile? Boh.

    Quanto a Franco Cassano, una volta che abbia aperto gli occhi e si sia guardato un po’ attorno nel PD, vedrà la sua reazione scandalizzata svaporare fra i mille altri miasmi; ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

  4. Luciano scrive:

    No, ma scusate … se c’è condanna vuol dire che c’è stato reato. Non si tratta di difendere la libertà dei giornalisti. La tesi sostenuta qui è che chiunque può scrivere su chiunque qualunque cosa, ma se questa non è vera fossero pure i Servizi Segreti, un massone, un leader politico occhessoio se ha ragione, ha ragione. Punto. E l’articolo sopra non prende in considerazione che se c’è una sentenza forse qualche torto c’era pure.

  5. Carlo scrive:

    Andatevi a vedere il rapporto sulla libertà di stampa nel mondo di Reporter Senza Frontiere. L’Italia è precipitata in classifica. Tra i motivi più importanti: le querele ingiustificate contro i giornalisti italiani, che non hanno tutela. Vi prego, riflettete e soprattutto informatevi prima di scrivere. Non date sfogo agli stomaci. Usate i cervelli. Ce li avete per pensare.

  6. Valentina scrive:

    Siamo al 73esimo posto dopo molti paesi africani e sudamericani nella classifica! Ma è normale sia così: questo un paese dove, grazie anche al Movimento 5stelle, i giornalisti sono considerati ricchi e cattivi, fortunati e tutelati. Non riesco proprio a capire il perché di questo odio nei confronti della categoria. A volte penso che ci sia un’invidia collettiva (insensata) o anche una pericolosa sovrapposizione tra quello che accade in Italia e chi lo racconta. Una sfiducia, di certo la sfiducia in taluni casi anche giusta: ma se i giornali sono brutti è perché non vendono e nessuno ci investe. Prima di scrivere queste cose pensate che fare i giornalisti oggi in Italia è difficilissimo, i giornalisti di inchiesta ancora di più. E che un mio amico ha rischiato di essere querelato perché ha scritto su Facebook che un romanzo era brutto. E in ogni caso perché nessuno se la prende con l’editore che si è dato?

  7. gabriele scrive:

    Quoto Carlo e Valentina.
    Leggo che a Conchita de Gregorio siano stati chiesti circa 400.000 euro (!), e di giornalisti a cui è stata pignorata la casa, giornalisti della defunta Unità in cassa integrazione.
    Subire una causa per diffamazione non significa automaticamente “aver scritto articoli diffamatori”: al contrario, è un rischio proprio del mestiere del giornalista. Sono i tribunali a stabilire se c’è diffamazione. E una condanna in primo grado può essere corretta nei gradi successivi.
    Stiamo parlando del fatto che il giornalismo per fare liberamente e serenamente il proprio lavoro deve essere tutelato dalle querele del potente oggetto dell’inchiesta. E la tutela è rappresentata dall’editore, che deve farsi carico di gran parte delle eventuali somme dovute, in caso di errori accertati dalla magistratura.

    Per intenderci, capita ai giornalisti di dover pagare una provvisionale anche se poi si vince la causa, cioè si ottiene ragione, la diffamazione non c’era:
    http://ilmanifesto.info/diffamazione-il-manifesto-lunita-e-le-altre/

    Anche questo è un limite molto concreto all’esercizio della libertà di stampa, mica solo il conflitto di interessi

  8. LM scrive:

    @Valentina

    Concordo, la libertà di stampa è una bella cosa. Ma sono un po’ all’antica, mi piace anche la libertà delle persone di non essere diffamate liberamente da una stampa sempre più asservita ai bisogni politici degli editori, in questo caso il PD.

  9. bidé scrive:

    @LM
    Il punto è un altro, ovvero che qualunque giornalista può essere querelato per diffamazione, indipendentemente dal fatto che quel che ha scritto sia vero o meno, e a quel punto costretto a entrare in una dispendiosissima causa che la maggior parte dei giornalisti stessi non può permettersi (mentre i querelanti, di solito gente assai potente, può farlo senza troppi problemi). La cosiddetta querela intimidatoria è prassi molto comune nel nostro paese, e corrisponde a una minaccia che impedisce ai giornalisti di fare inchieste che potrebbero causar loro gravi danni anche scrivendo l’assoluta verità. Questo è il motivo principale (non l’unico però) per cui siamo così indietro nella classifica sulla libertà di stampa, con più di 20 posizioni perse nell’ultimo anno e in una condizione di emorragia che non penso proprio si arresterà in tempi brevi, a meno che non si voglia seriamente porre fine al problema (e non mi pare che in questo momento il nostro parlamento lo voglia).

  10. LM scrive:

    A parte che non è questo il caso, ma che facciamo, diffamazione libera?

  11. Enrico Marsili scrive:

    “Le querele e le richieste esorbitanti di risarcimento danni sono sempre abbondate nel mondo del giornalismo, e spesso sono state utilizzate come arma d’intimidazione contro le inchieste più scomode, contro i lavori di indagine più approfonditi.”

    Vero, ma questo non e`il caso dell`Unita`. Se ha chiuso, forse non era un granche`come giornale, no?

    Comunque, i giornalisti si tranquillizzino. Per loro una soluzione politica si trova sempre.

  12. Vera scrive:

    E Marsili: ma che ragionamento è? Se un giornale chiude non era un granché. Dunque neanche la “Fiaccola” di Kraus o “Il Mondo” di Pannunzio erano un granché visto che hanno chiuso. Fate dei sillogismi non per amore della verità ma della vostra vanità. Chi ha fatto l’Unità, pur con limiti e errori ha comunque dato un contributo migliore del vostro al dibattito pubblico. Pontificate in rete ma poi di vostro che avete fatto? Nulla che sia commentabile.

    Molti giornalisti sono stati rovinati. Alcuni uccisi. In Italia, solo quest’anno, moltissimi hanno subito violenze fisiche e minacce (vi prego, come è stato già sottolineato) di guardarvi i rapporti internazionali. Non avrei voluto dirlo, perché capisco che è una brutta arma retorica, ma sento molto risentimento da fallimento personale, in questi commenti.

    E’ un vero peccato, perché dimostra che anche chi non legge non è immune dal sangue agli occhi (e per cosa, per non essere importanti! Ma l’importanza non è la visibilità)

  13. arnaldo nesti scrive:

    La notizia è penosa.In particolare la soluzione di rifarsela con i collaboratori e gli ex dirttori.La normstiva al riguardo è da socieà barbarica.Mi trovo senza parole a.n

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