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“Atti osceni in luogo privato”: intervista a Marco Missiroli

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Marco Missiroli è un romanziere senza più timori. Uno che non ha mai temuto il confronto con i grandi temi del romanzo europeo e americano. E che oggi, al quinto libro, dopo aver già sperimentato terreni spinosissimi e totali, come direbbe lui – tipo l’esistenza di Dio, il rapporto con il padre, il razzismo, la morte assistita e molto altro – ed esserci riuscito sempre un po’ a metà, mettendoci tanta intelligenza, ma poco cuore, Missiroli scrive il suo romanzo più bello. Si libera di tutte le sue incertezze di narratore – e forse di uomo – e prende il volo. Quando chiesero a Bernard Malamud qualche consiglio per gli scrittori disse: Correte dei rischi, osate. State attenti a non ingannare voi stessi. Marco Missiroli, che ha trentaquattro anni, ha finalmente osato.

Ne è prova il successo di “Atti osceni in luogo privato” (Feltrinelli), giunto come uno scossone editoriale nelle nostre librerie, a partire dalla copertina forse un po’ troppo aggressiva: una fotografia di Erwin_Blumenfeld “Holy Cross (in hoc signo vince)”, opera in cui il protagonista del libro si imbatte in un museo di New York. L’immagine, unita a questo titolo dal sapore pubblicitario, crea un effetto falsante e ha forse allontanato alcuni lettori affezionati o ha rischiato di farlo. “C’è un gap tra il dentro e il fuori. La copertina e il titolo danno l’idea di un libro sessuale, freddo. Al contrario dentro c’è molto calore”, mi dice Marco Missiroli al telefono con il l’accento tuonante dei riminesi, ”un libro sull’eros dal punto di vista spirituale, dove il sesso è totemico”.

Ecco l’incipit del romanzo:

“Avevo dodici anni e un mese, mamma riempiva i piatti di cappelletti e raccontava di come l’utero sia il principio della modernità. Versò il brodo di gallina e disse – Impariamo dalla Francia con le sue ondate di suffragette che hanno liberalizzato le coscienze. – E i pompini. La crepa fu questa. Mio padre che soffiava sul cucchiaio mentre sentenziava: e i pompini. Mamma lo fissò, Non ti azzardare più davanti al bambino, le sfuggì il sorriso triste. Lui continuò a raffreddare i cappelletti e aggiunse – Sono una delle meraviglie del cosmo”.

Lo stile, elegante e rarefatto, è la cifra di Missiroli, ma anche il suo limite. Ci ritroviamo di colpo dentro in un tinello un po’ fuori dal tempo. Un film francese più che un romanzo italiano contemporaneo. Potremmo essere a metà degli anni Sessanta o al massimo Settanta. I cappelletti, il brodo di gallina, le suffragette. E i pompini. Tutte cose senza tempo: meraviglie del cosmo, sans doute. Qui c’è già tutta la storia di Libero Marsell il protagonista del romanzo, che è poi la nostra storia: un ragazzino di 12 anni che cerca di “allineare l’anima con gli ormoni”, scopre l’autoerotismo e poi il sesso, vive con tristezza il divorzio dei genitori, la morte improvvisa del padre, i primi fallimenti sentimentali e infine il grande amore. Allora cosa fa di “Atti osceni” un libro speciale? Chiedo soccorso di nuovo alle parole di Malamud: “L’arte, nella sua essenza più vera, ci aiuta a comprendere chi siamo”.

Il libro, racconta Missiroli, è stato scritto in soli 21 giorni seguiti da due anni di lavoro. E in totale segretezza, dalle sei del mattino alle 10, 30 prima di andare al lavoro [Missiroli fa il caporedattore di una rivista di psicologia a Milano, ndr]. Forse anche per questa foga con cui è stato composto, “Atti osceni in luogo privato” è un libro che si legge d’un fiato.  E che ti porta dritto al ricordo del tuo primo amore – l’amore “inimitabile”. E in quella giovinezza che fa sentire sempre incompleti. Entrare nel proprio corpo, diventare se stessi, entrare in se stessi sono tutte espressioni di cui Missiroli fa largo uso: ogni scoperta sessuale o sentimentale – aggettivi quasi intercambiabili in questo libro – corrispondono a una piccola epifania. Anche i libri, che il protagonista cita senza ritegno, hanno questa funzione di ricollocamento del sé: Camus, Buzzati, Faulkner, Maugham. Tutti autori “esistenziali” per Libero.

Dopo l’affannosa lettura de “L’amante” della Duras Libero dice: “Nei giorni successivi venne alla luce la parte di me che era me stesso”. Per questo motivo le continue citazioni non infastidiscono la lettura, anzi la rendono più travolgente: perché sono tutti primi amori, scoperte, colpi di fulmine. “Il filo del rasoio” di Somerset Maugham diventa il romanzo che spiega “cosa significa stare in bilico”. “Lo leggo ogni volta che mi innamoro e ogni volta che una storia finisce”, dice Marie Lafontaine, uno dei personaggi più riusciti del libro, una trentenne sensuale e infelice “con la pelle di luna” che sembra uscita da un film di François Ozon. In una scena molto tenera, Libero chiede a Marie, amica “sognata” e sua confidente, nonché bibliotecaria e spacciatrice di libri, di mostrargli il seno.

“Era un seno bianco, i capezzoli rosa e l’areola ampia. Maestoso, strabordava dai lati e rimaneva inspiegabilmente ritto e compatto. Servivano due mani per ogni mammella. Quel seno avrebbe scalfito la mia corteccia cerebrale in eterno: il Big Bang della mia memoria masturbatoria”.

Alla fine del romanzo, grazie all’incontro con Anna, la futura moglie, Libero comincia a insegnare letteratura in una scuola per stranieri e lì scopre la sua vocazione, lascia la facoltà di Giurisprudenza e si iscrive a Lettere, laureandosi con una tesi sullo scrittore americano Raymond Carver intitolata Il massimalismo emotivo. Missiroli gioca con una definizione che è senza dubbio programmatica e che calza con il suo stesso stile: minimo di orpelli e massimo del sentimento.

Il romanzo termina con un solo apparente lieto fine. Libero dopo essersi trasferito da Parigi a Milano e aver sofferto prima di solitudine poi di una sorta di smania sessuale incontra il grande amore. “Ho sposato Anna per amore, e per come scopa. Oltre l’eros, oltre la sua insuperabile attitudine a farmi sentire vivo, le ho chiesto la mano un giorno di settembre per avermi restituito il nome”. Ma se è vero, come dice l’amica del cuore Marie, “che più c’è passione e più è difficile dopo” allora Libero Marsell non avrà un matrimonio facile. “In realtà è una finta felicità quella di Libero, è quella di uno che si è dato una presunzione di vita borghese, ma lo intravede benissimo il mattatoio che torna. Perché il mattatoio tornerà. Ho molto da scrivere ancora su Libero. Datemi dieci anni di vita, e scrivo la seconda parte!”.

Missiroli confessa dopo che dopo questo romanzo non ci sarà ritorno. Il suo approccio alla scrittura è cambiato. Più gioioso. “Avevo dato troppa vita alla testa e ora ho voluto lasciare lo spazio ad altro. Il mio libro precedente, che ho riscritto 11 volte, era molto cerebrale, nonostante fosse una storia vera”. Ecco Marco Missiroli, romagnolo doc con il senso del romanzesco nelle vene: trasforma la storia vera di un prete che ritrova suo figlio, “Il senso dell’elefante”, in una storia raffinata e strutturata narrativamente. E poi però trasfigura la storia di formazione un ragazzino italo-parigino, con personaggi che sembrano usciti da un album delle fotografie tanto sono reali, e invece questa volta è tutto, o quasi, inventato. Perché Missiroli, a differenza di molti suoi coetanei, non è contemporaneo, anzi tende a rarefare il presente, a creare atmosfere sospese, ingannando magari un po’ il lettore che pensa di leggere una storia ambientata molti anni prima. Questo “effetto vintage” può non piacere. Ma Missiroli lo fa per una ragione – di nuovo – inesorabilmente romanzesca: cerca l’alto, la vertigine, lo spiritualità. “Non volevo raccontare il sesso ai tempi di WhatsApp. Ho eliminato tutta la tecnologia da questo libro. Altrimenti Libero avrebbe scopato a 14 e mezzo, non a 20”.

La presenza del trascendente e la devozione sono temi molto forti nei romanzi di Missiroli e fanno parte di un piccolo travaglio interiore. “Vengo da una famiglia comunista e atea, e sono diventato cattolico per scelta e in modo contraddittorio, ad esempio sono pro-eutanasia”. Il tema dell’eutanasia ritorna, curiosamente, in quasi tutti i libri di Missiroli. “Mi affascina da un punto di vista narrativo: è una narrazione perfetta, una storia di cui sai già il finale”. C’è l’eutanasia in “Bianco”, ne “Il senso dell’elefante” e questo ultimo libro. Ma non è l’unica fissa letteraria di Marco Missiroli. Un’altra è quella del ballo.

In tutti i suoi libri che ho letto c’è l’elemento della danza, incarnato da un uomo o una donna che ballano di professione o che amano danzare: c’è la Miss Betty di “Bianco”, ex ballerina obesa, c’è Pietro, il prete che balla il tip tap protagonista del “Senso dell’elefante” e c’è Lunette, il primo amore di Libero, la “farfalla nera che balla il charlerston”. “L’ossessione per il ballo viene da una mia ansia di bambino: non potevo calpestare le righe del pavimento allora saltavo, ballavo. Il ballo è un mio  desiderio di leggerezza”. Ci pensa un po’ su e poi aggiunge, con la solita foga del romanziere romagnolo: “E poi il ballo permette uno spostamento psicologico nei personaggi, un cambio della personalità”. Punta, tacco. Et voilà.

Valentina Pigmei, nata a Parma nel 1973, ha vissuto a lungo a Roma. Giornalista e consulente editoriale, ha lavorato per varie case editrici. Ha scritto per La Stampa, Panorama, Elle, Grazia, Rolling Stone, GQ, D-Repubblica delle Donne, Messaggero. Oggi vive in Umbria e collabora con Flair, Myself, Vogue e Pagina99.
Commenti
7 Commenti a ““Atti osceni in luogo privato”: intervista a Marco Missiroli”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    Da Amazon:

    52 di 60 persone hanno trovato utile la seguente recensione
    1.0 su 5 stelle Intelligenza premeditatoria 4 marzo 2015
    Di hotkay
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    “Sarebbe sufficiente la lettura della prima pagina e mezzo per capire che questa narrazione vi porterà in quel labirinto fatto di erotismo-sesso-oscenità-amore che accompagna gli esseri umani tutta la vita” ha scritto Francesco Crevasco del Corriere della Sera, ed è riportato nel sito della Feltrinelli come viatico al nuovo romanzo di uno degli enfant prodige della letteratura italiana contemporanea, che con i precedenti romanzi ha fatto incetta di premi e, si apprende da Wikipedia, è tradotto in Germania, Francia (naturalement!), Spagna, Stati Uniti, UK, Canada, Svezia. La frase elogiativa del collega Crevasco (collega di giornale del Missiroli) svela involontariamente il segreto del libro che “Atti osceni in luogo privato” avrebbe potuto essere (ma non è stato), perché in effetti l’incipit e le prime righe del romanzo sono riuscitissime, tali da ingolosire anche il lettore smaliziato e da indurlo ad affrontare quello che pure appare sin da subito l’ennesimo romanzo di formazione e di iniziazione erotica e sentimentale. Purtroppo da lì, e per oltre duecentoquaranta pagine, Missiroli si smarrisce, ennesimo scrittore di talento perduto dal mito di Narciso.
    Intanto, un appunto tecnico: preso dall’urgenza di raccontare i fatti, lo scrittore per tutto il romanzo dimentica che la storia narrata, quale che sia il suo peso specifico, richiede un trattamento. Trattamento che qui manca, per cui alla fine si ha l’impressione di aver letto una interminabile sinossi. Conosciamo bene la storia, abbiamo individuato i vari personaggi – incidentalmente noterò che si tratta solo di personaggi eccezionali e positivi. Manca totalmente il villain tranne, a tratti, quando si incarna in Libero stesso, che, in un elenco non esaustivo, costringe la sorella del suo migliore amico a un rapporto con uno sconosciuto nel cesso di un locale a New York, scavalla la donna di un altro dei suoi amici, e prova a profanare l’amata, appena sottratta all’amico, attraverso il sesso, spogliandola “della sua regalità, e della sua lievità estetica” – abbiamo la testa piena di fatti e dettagli, e manca quasi totalmente lo svolgimento, a partire dai dialoghi che, tranne il continuo soliloquio dell’io narrante con se stesso, si riducono a ben poca cosa.
    Viene spontaneo immaginare, procedendo a tappe forzate nella lettura delle gesta di Libero, l’autore che durante la necessaria rilettura del testo, si sforzava allo scopo di concepire frasi vuotamente poetiche a mo’ di preziosi intarsi, come “dai primi di dicembre germinava in me un senso di possibilità” o “la sensazione comune, irreversibile, che qualcosa stava accadendo”, e che poi rileggeva quelle stesse frasi tra sé o alla fidanzata, compiacendosi della propria felice ispirazione.
    Ci sono alcuni elementi, nella narrazione, che si ripetono con insopportabile ossessività e lasciano l’impressione che essi, nei propositi dell’autore, possano innescare nel lettore una qualche coazione o siano semplicemente la strizzata d’occhi che Narciso rivolge al proprio riflesso, quindi ben oltre lo scopo funzionale alla narrazione. Ad esempio, oltre all’irruzione costante, fastidiosa e generalmente gratuita di termini francesi o parafrancesi (tra questi, l’ineffabile “bibliò”) il racconto è contrappuntato da una serie di richiami a fatti di cronaca (la morte di Sartre, i fatti di piazza Tienanmen) o visioni di film e letture di libri che servono a scandire la cronologia della narrazione, conferendole un’aura di verità. Questa tecnica, utilizzata per agganciare la finzione narrativa alla realtà storica è ben poco sofisticata, invero, e presenta il continuo pericolo dell’anacronismo (segnalerò all’editor distratto che il film Balla coi lupi è del 1990 ma nel romanzo sembrerebbe che Libero e Anna lo vedano, in lingua originale, l’anno prima, e quindi prima che uscisse). Altro artificio per conferire realtà alla narrazione è la continua e precisa citazione di luoghi e cose, quella patologia che potremmo chiamare ‘ossessione denominativa’ (ad esempio, la birra è “una moretti”, non è mai una birra e basta).
    Lo scrittore di talento, poi, utilizza sapientemente l’alternanza di tono alto e basso, con una certa inclinazione per l’alto.In questa chiave si inquadra l’imperdibile particolare del nostro amico Libero che si inchiappetta (ne trova “l’intimità posteriore”, come scrive delicatamente il Missiroli) l’amata, futura madre del figlio a venire, giusto la sera in cui lui le ha chiesto – prima della ‘presa della Bastiglia’, e resta il sospetto che la sodomia sia una sorta di compensazione retro-ahi-attiva – di sposarlo. D’altro canto programmaticamente all’inizio della sezione battezzata sobriamente “Adultità” il nostro dichiara, perché non ci siano infingimenti, di aver sposato l’amata “per amore. E per come scopa”. E’ da questi particolari preziosi e, a mio avviso, non derogabili che si rivela la declinazione dei sentimenti del protagonista e, viene da pensare, del compiaciuto autore. Poiché la strada per la – appunto – ‘adultità’ passa per i libri, suggeriti da una incomprensibile eumenide dal grosso seno (si scoprirà da qualche parte che la playlist l’aveva fornita a questa il padre prima di schiattare), l’autore, in un passo che è una mirabile prova appunto “di autore”, liquida qualche ‘mediocre’ scrittore americano (Bellow, Philip Roth, Hemingway, London) associando ad ognuno di essi una ficcante associazione mentale (la sagacia, la fragilità erotica, i cazzotti, l’esplorazione). Meglio così, verrebbe da dire, meglio la superficialità (ma Libero direbbe l’_orizzontalità_) piuttosto che la critica più dettagliata e puntuale che viene dedicata ad altri (Whitman “arpionò il mio caos”, “mi obbligò a rovistare nei miei angoli reconditi”. Egli “avvertiva la diversità e la agognava” e da questo nasceva il suo “istinto placido e furioso, mai sazio”).
    Infine, una piccola antologia di frasi edificanti, improntate a quell’obscurisme che fa vincere i premi letterari:
    “l’inizio della nostra intimità fu nei passi” (quasi sempre è così, persino negli stupri)
    “…le aveva usato una delicatezza di labbra per diecimila lire. Le ragazze di colore sanno di cognac…” (con una geniale diversione il mentore in carrozzella, dopo aver pagato al nostro un corso rapido su come -indossare un profilattico, tenuto da un’esperta del settore, prova a recuperare parte del guiderdone offrendo alla signorina una prestazione orale)
    “Conobbi la Milano dei panettoni e dell’inaspettato” (il panettone era dell’anno prima: a tagliarlo venne fuori una sorpresa)
    “sussultavo, non per il seno che mi lambiva, non per un suo sottile imbarazzo: perché ebbi la certezza di pretenderla” (qui l’ispirazione deve averla fornita il buon Raf, “oltre la noia del jazz”, col suo brano “Ti pretendo”)
    “intelligenza premeditatoria” (l’autore sente di essere già un classico e si permette di inventare parole)
    “parlavamo niente” (l’economia del discorso lo induce a risparmiare anche sulle preposizioni)
    “facevamo l’amore per anestetizzare l’angoscia e per ossimoro” (concentratevi su questa frase. L’avete fatto? Ebbene, questa preziosa immagine non vuol dire un beato cazzo di niente)

  2. RobySan scrive:

    “…ne trova l’intimità posteriore…”

    Be’, è arrivato ‘n’artro comico!

  3. Giustino S. scrive:

    “…una felicità che proviene dal ricordo di una vita posteriore… anteriore… (Posteriore o anteriore? Anteriore, anteriore)… quando chissà chi eravamo noi due. Forse io un pirata e me sa che tu una sirena…”.

    A. Sordi in F. Fellini, Lo sceicco bianco

  4. Ludovico scrive:

    ormai è chiaro:in italia non ci sono troppi lettori,è noto,ma non perché stanno tutti a scrivere i loro romanzi e a legger poco i libri degli scrittori editi,bensì perchè son tutti impegnati nell esser aspiranti critici del ultimissimo libro oggetto di dibattito(fosse dfw,missiroli..avanti n’artro..)

  5. Rasputin scrive:

    “In hoc signo vinces” non “vince”, Cristo!

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  1. […] cui sembra che tutto ormai sia definito ; ma Marco Missiroli stesso dice in un’intervista per minima&moralia che se gli lasciassimo altri dieci anni scriverebbe di certo un seguito perchè Liberò non è […]



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