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Oltre la frontiera d’Australia: “La grande occasione di Martin Sparrow”

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Photo by Joey Csunyo on Unsplash

di Tiziano Rugi

Parafrasando Henry James, lo storico vuole più documenti di quanti ne possa utilizzare, mentre il romanziere vuole più libertà di quanta se ne possa permettere. Perché allo storico non è richiesta fantasia, ma anzi la ricerca della verità, mentre per lo scrittore le priorità si ribaltano. Non è semplice per uno storico cimentarsi nella forma romanzo: lo storico è interessato a parlare con i fatti, a ricostruire precisamente gli eventi; il romanziere parla con i personaggi e con le storie.

Ecco, Peter Cochrane, acclamato storico australiano, con La grande occasione di Martin Sparrow, in libreria  per Jimenez edizioni (448 pagine, euro 19,  traduzione di Gianluca Testani), è riuscito a conciliare due approcci opposti in un unico romanzo,  senza sacrificare il fascino della letteratura alla verità dei fatti e al tempo stesso creando un mondo immaginario dove il passato documentato fornisce lo spunto per capire cosa voleva dire vivere nelle colonie penali australiane di inizio diciannovesimo secolo.

L’autore lo fa raccontando gli eventi attraverso il punto di vista di una serie di personaggi così ampia da ricordare il grande romanzo ottocentesco e da richiedere un indice all’inizio del libro: il protagonista, l’ingenuo e sfortunato Martin Sparrow, l’ambizioso commissario capo Alister Mackie, l’istrionico e umoristico Thaddeus Cuff, il brutale cacciatore Griffin Pinney, l’affascinante gitana Beatrice Faa, il saggio Joe Franks secondo cui gli aborigeni “sono i veri proprietari della terra… dai tempi della Genesi” e molti altri ancora.

Cochrane, con il linguaggio brusco di rozzi coloni e violenti avanzi di galera, descrive un mondo tetro, fatto di malattie, sporcizia e ignoranza, dove operai a cottimo si fanno pagare in superalcolici e le donne sono merce, vendute al mercato con un cappio al collo.

Ma anche l’epopea  di un popolo che vuole dimenticare. A un certo punto uno dei personaggi del libro afferma: “I primi coloni sono quelli che fanno il lavoro sporco. Quelli che vengono dopo, loro andranno in giro con gli stivali puliti e le rendigote, i guanti in pelle di capretto… avranno conversazioni educate, deploreranno la follia degli incivili, dimenticheranno il passato, inventeranno qualche stronzata di leggenda. Come è successo in America. Se vuoi conoscere gli uomini al loro peggio, segui la frontiera”.

Qualcuno si chiederà perché a un lettore italiano possa interessare un romanzo di oltre quattrocento pagine sulla vita in una colonia penale australiana del diciannovesimo secolo. Ma La grande occasione di Martin Sparrow non è solo questo.

Attraverso la vicenda di Martin Sparrow, ex detenuto rovinato dall’inondazione del fiume Hawkesbury che devasta la sua fattoria e che per fuggire a un’esistenza opprimente si mette alla ricerca di una leggendaria terra promessa nella wilderness, al di là delle montagne, innescando nella colonia penale una serie di eventi inattesi che sfuggono il suo controllo, Cochrane racconta la storia antica come l’Odissea della sconfitta e della rivalsa, della speranza e della forza di volontà e indaga, come nei romanzi di formazione, su cosa voglia dire diventare veramente uomo.

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