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Autoproduzione dammi la cura

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Fumetti dal futuro è un documentario sull’autoproduzione che già da un po’ di mesi sta girando per vari festival del fumetto, riuscendo a destare interesse e dibattito. In occasione di Lucca Comics è stato proiettato ben due volte: una all’interno della kermesse ufficiale, l’altra al Borda!Fest ovvero “l’altro festival del fumetto di Lucca”, indipendente e autorganizzato. Soprattutto in quest’ultima occasione la discussione si è fatta ancor più accesa e partecipata, un po’ perché al Borda l’autoproduzione è di casa e quindi un tema molto sentito, ma anche per la presenza fisica alla proiezione di molti “addetti ai lavori”: fumettisti, editori indipendenti, giornalisti, organizzatori di festival, etc.

Tra loro non potevano certo mancare i quattro autori protagonisti del documentario: Ratigher, Alessandro Baronciani, Dr. Pira e Maicol&Mirco. Chi però più di tutti si è preso la scena è stato Valerio Bindi: uno dei fondatori del Crack! (il festival di autoproduzione più importante d’Italia, che si svolge ogni anno a Roma dentro il Forte Prenestino). Tutto ruota intorno alla dicotomia autoproduzione/case editrici, la quale trova il suo picco più alto proprio alla fine della pellicola, quando Maicol&Mirco conclude con queste parole: “L’autoproduzione sopperisce ai difetti delle case editrici”.

Ora, io ho avuto la possibilità di vedere Fumetti dal futuro in anteprima al recente Treviso Comic Book Festival (24-25 settembre), ovvero alla sua prima proiezione assoluta, durante la quale si respirava aria di festa. La sala del cineforum era piccola. Erano presenti tutti i fumettisti coinvolti – tranne Ratigher – con tanto di amici al seguito. Alla fine della proiezione tanti applausi e complimenti (tutti meritati) alla regista Serena Dovì, palesemente emozionata.

Effettivamente, di primo acchito niente da dire, anzi. Tutti e quattro i fumettisti hanno iniziato la propria carriera con l’autoproduzione e dopo aver raggiunto una certa fama grazie anche a pubblicazioni con case editrici vere e proprie sono “ritornati” oggi ad autoprodursi i propri libri. E con successo, sia di pubblico sia economico. La pellicola riesce a raccontare tutto questo, facendo emergere le sfaccettate e a volte opposte e contraddittorie idee che ognuno di loro ha circa l’autoproduzione. E lo fa senza incepparsi mai: scivola via leggera, con una sintesi perfetta, divertendo (esilaranti gli aneddoti di Dr. Pira), incuriosendo e allettando occhi e orecchie (buone le inquadrature e le trovate grafiche; contagiosa la selezione musicale). Anche la scelta di ambientare la sigla nelle celle sotterranee del Crack!, con tanto di traccia punk sparata a palla è vincente, perché contestualizza bene il tutto esteticamente: camminare in mezzo a tutte quelle stampe, poster, murales, t-shirt e cartoline significa respirare appieno lo spirito di libertà, indipendenza e anarchia dell’autoproduzione fumettistica in tutte le sue possibili declinazioni.

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Ecco, il documentario sembra cogliere questo momento d’oro che l’autoproduzione sta attraversando in questi ultimi anni: non solo il fiorire in Italia di un bel po’ di festival degni di nota, come Ratatà (Macerata), Borda (Lucca) e AFA (Milano) su tutti, ma anche i tanti collettivi di fumettisti che si autoproducono, con una qualità sempre più alta (Delebile, Ernst virgola, Teiera, Trama, Squame, Mammaiuto, tanto per fare alcuni nomi).

Insomma, l’autoproduzione non è più vista soltanto come una palestra dove farsi le ossa e grazie la quale farsi notare da un editore “vero”. No, è diventata essa stessa “vera”, “professionale” e “adulta”, e si sta attrezzando per farcela da sola, grazie soprattutto alle enormi potenzialità di Internet e della tecnologia. E le quattro storie raccontate nella pellicola sembrano suggerire che non sia poi così troppo difficile autoprodursi e riscuotere successo.

Ma è davvero così? Davvero l’autoproduzione potrebbe rappresentare una valida alternativa alle case editrici, indipendenti o major che siano? E quindi in qualche modo sopperire alla crisi editoriale che attanaglia il Paese?

Così, dopo l’iniziale euforia mossa dalla visione di Fumetti dal futuro, iniziano a serpentare i primi dubbi, le prime domande lecite. Ho deciso di approfondire la questione contattando alcuni dei soggetti coinvolti. Non poteva certo mancare Valerio Bindi, vista la sua lunghissima e importante esperienza nel mondo dell’editoria underground. Hanno risposto all’appello anche Ratigher, Dr. Pira e la regista Serena Dovì.

Maicol&Mirco è rimasto fuori dal gruppo di proposito, perché la sua posizione emerge chiarissima dalla pellicola: “L’autoproduzione è una cosa che non dovrebbe esistere, dovrebbero essere gli editori a permettere a noi autori di raccontare quello che vogliamo raccontare. È servita a noi come a tanti altri artisti per tappare i buchi. Poi è nato un mito intorno a questa cosa, e quindi che sia più figo autoprodursi piuttosto che uscire con un editore. Questa è semplicemente una puttanata che lascia il tempo che trova. […] Se un editore non mi dà uno spazio devo trovarmelo da solo. Però non è figo trovarsi spazio da solo”.

Dunque, iniziamo. Il mondo dell’autoproduzione è quanto mai vasto, sfaccettato e di difficile catalogazione. Serena Dovì spiega perché ha scelto di concentrarsi esclusivamente su questi quattro fumettisti: “Ho creato la ‘sigla’ in cui mostro il Crack! di Roma con molti dei suoi stand, le fanzine, le stampe, le cartoline e le storie di piccole e grandi realtà autoprodotte. Con quei due minuti di montaggio ho voluto dare uno sguardo veloce su cosa esiste, su quanta roba c’è. Poi però ho capito che l’unico modo per affrontare l’argomento era parlare di storie singole. Di autori che sono nati come autoprodotti e, dopo varie esperienze editoriali sono tornati almeno in parte ad autoprodursi. Pira, Baronciani, Ratigher e Maicol&Mirco hanno creato gran parte del loro seguito quando ancora non avevano editori alle spalle. Per questo penso alle loro storie come ‘emblematiche’, significative, ispiratrici”.

Già, il mondo dell’autoproduzione è davvero variegato e per certi versi contraddittorio. Bindi lo conferma: “Questa particolare forma di produzione serve a creare oggetti che l’editoria capitalista non riesce a comporre e distribuire. I quattro autori che Serena Dovì ha intervistato, esprimono quattro visioni completamente diverse della vicenda. Fumetti dal futuro rappresenta un lavoro estremamente utile e intelligente, che pone l’accento su modi diversi, quasi opposti, di intendere la produzione autonoma di fumetti. Pone problemi questo documentario, non dà soluzioni”.

Difatti, nonostante nel documentario l’autoproduzione venga “esaltata”, emergono comunque visioni contrastanti. Per Maicol&Mirco, come abbiamo visto, l’autoproduzione non dovrebbe esistere. Per Alessandro Baronciani è solo un gioco, una sfida, un modo per fare delle “robe matte”, come il suo libro Come svanire completamente. Ma c’è anche chi ha intravisto nell’autoproduzione anche un modo per guadagnare, come Ratigher: “Siamo tornati all’autoproduzione per tanti motivi. Da quel che vedo ci unisce la necessità di controllare tutti i processi di produzione dei libri, come la stampa e la comunicazione. A questo io aggiungo la necessità di guadagnare abbastanza da permettermi di fare questo lavoro a tempo pieno e non come dopolavoro poetico. I fumetti sono la mia vita, se li facessi nei ritagli di tempo sminuirei la mia vita”.

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Per dire, Ratigher si è inventato il metodo “Prima o Mai” (http://primaomai.com/), con il quale ha autoprodotto il suo libro Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra e quelli di Maicol&Mirco (Il suicidio spiegato a mio figlio) e di Dr Pira (L’Almanacco dei Fumetti della Gleba). Un sistema che si basa su quello che potremmo definire un “ricatto”: il libro può essere comprato solo in prevendita e alla fine di questa vengono stampate soltanto le copie vendute: una seconda ristampa non ci sarà mai. Il libro muore, però è vero che durante la prevendita può essere comprato anche dalle case editrici stesse che lo possono rivendere successivamente. Vengono così abbattuti i costi di distribuzione che sono quelli più difficili da sostenere per gli editori. Certo, con “Prima o Mai” l’autore è solo, per cui deve barcamenarsi in più ruoli professionali: non ha da pensare esclusivamente alla creazione artistica dell’opera, ma anche a tenere i rapporti con la tipografia, occuparsi della comunicazione, dell’ufficio stampa, delle spedizioni, etc. “Io ho deciso di caricarmi di tutte le mansioni che elenchi ma di guadagnare ad ogni libro qualcosa in più. E c’è da aggiungere che con quello che si guadagna con un ‘Prima o Mai’ medio puoi permetterti un ufficio stampa e gente che ti aiuti con le spedizioni. È un metodo che ti fa guadagnare tanto in poco tempo e i soldi non si bruciano nella distribuzione”.

Tuttavia, questo metodo sembrerebbe valido solo se l’autore in questione ha già una certa fama e quindi un pubblico affezionato, come è il caso di tutti e quattro i fumettisti in questione. Quindi non è applicabile a chiunque si autoproduca. È bene dirlo, perché nel documentario questo dettaglio abbastanza determinante viene omesso, dandolo per scontato.

Comunque sia, la conclusione è questa: se sei un autore e possiedi già una fetta di lettori al tuo seguito è meglio autoprodursi che farsi pubblicare da un editore, da un punto di vista strettamente economico. Tutto questo sembra riportarci alla crisi che sta attanagliando l’editoria, soprattutto quella medio-piccola. Con le case editrici non si guadagna più, o almeno non tanto quanto con l’autoproduzione. Perché?

Dr. Pira la vede così: “La crisi è nelle strutture, e solo in quelle che non si adattano a un equilibrio nuovo. In un momento come questo, in cui è cambiato radicalmente il modo di fruire e produrre, le case editrici devono adattarsi se vogliono sopravvivere. I primi che hanno avuto un vantaggio dalla diffusione di contenuti su internet sono stati gli autori, ed è stato più facile per loro cavalcare l’onda. Molte case editrici, che si erano abituate al fatto che erano loro, attraverso il lavoro di ufficio stampa, a far girare il nome dell’autore, sono state invece in parte travolte dalla stessa onda. Ora la tendenza è prendere l’autore che porta già con sé una fetta di pubblico e dargli la piena libertà – cosa che, dall’altra parte, significa semplicemente risparmiare sulla cura editoriale”.

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Ma se un metodo come “Prima o Mai” funziona, perché non è venuto in mente a un piccolo editore, il quale magari proprio per la sua dimensione contenuta potrebbe essere in grado di non perdere di vista e curare tutte le fasi della creazione di un libro? Un po’ come è successo nella musica, con illuminate label indipendenti  – un nome su tutti la Dischord dei Fugazi. È Ratigher a rispondere: “Le case editrici indipendenti si pongono la questione, ma è una tra le tante, invece per me è La condizione necessaria. Il primo punto per me è dare vita a qualcosa con cui si guadagni abbastanza senza fottere nessuno dei soggetti coinvolti: autore, editore, tecnici, lettori. Il mercato è microscopico, in questo momento non ha bisogno dei migliori libri del mondo, ha bisogno di libri belli che vendano un numero sufficiente di copie tale da rendere sensata l’impresa editoriale. Sono usciti tanti fumetti bellissimi che non ha letto nessuno perché le case editrici illuminate dal punto di vista artistico erano poco illuminate dal punto di vista commerciale; se esce un capolavoro e non lo legge nessuno, il capolavoro non esiste”.

Sempre Ratigher nel documentario dice che non sopporta chi si vanta (“Soffro quando sento fumettisti che dicono ‘ah mi hanno preso alla casa editrice x’ e io so che non ti daranno niente, che tu fai tutto e che non ne vale la pena”). Ma il problema vero, più che il vanto dell’autore che sogna una svolta nella sua carriera, è il non essere pagati dalla casa editrice. È una questione di mancanza di professionalità, oppure manca proprio il pubblico o forse dipende da una tassazione folle, e quindi anche se un libro vende non venderà mai per riuscire a pagare tutte le persone che ci hanno lavorato?

Ratigher risponde così: “I problemi esistono solo quando ci sono delle soluzioni, sennò vanno chiamati diversamente; vanno chiamati sciagure, tragedie, calamità… Se dopo un’attenta analisi si capisce che la battaglia non può essere vinta va abbandonato il campo. Io credo che alcuni dei problemi che elenchi siano allo stato attuale ‘tragedie’, quindi insanabili. La mia idea è quella di muoversi su altri terreni, posti dove nessuno si aspetta di vederti e nessuno ti acclama. Su questi nuovi scenari è però necessario presentarsi con un piano d’azione ben redatto. Cerco anche di smussare le mie invettive: le case editrici non è che sono gestite da stupidi figli di puttana, anzi, la quasi totalità di quelle italiane sono portate avanti da bravi cristi, preparati e appassionati. Ma la realtà che affrontiamo è completamente cambiata, e non è che me ne sono accorto io perché sono furbo, lo sappiamo tutti da anni e non possiamo permetterci più di non tenerne conto”.

Altra figura determinante sarebbe quella dell’editor, determinante nelle case editrici per aiutare l’autore nella stesura dell’opera: tutti i più grandi autori hanno avuto dietro di loro grandi editor. Una figura professionale che per forza di cose viene a mancare nell’autoproduzione. Se Dr. Pira mi dice che non ne ha mai avuto bisogno, emblematiche invece sono le parole di Ratigher al riguardo: “L’editor è una figura professionale di alto profilo, ha quindi bisogno di un compenso per svolgere il suo lavoro. Nel mercato odierno vengono date briciole agli autori, figurarsi all’editor. Gli unici che mantenevano fino a pochi anni fa una retribuzione decente erano i tecnici, come i grafici e gli impaginatori, ora non più. Questo per dire che io non ho mai lavorato con degli editor, nemmeno li ho mai conosciuti, perché è un lavoro che non esiste più. Esserne consci ci darà la spinta per capire come farlo resuscitare”.

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C’è chi torna all’autoproduzione e chi invece porta l’autoproduzione direttamente dentro un grande gruppo editoriale, come è il caso dell’antologia a fumetti La rabbia, del quale proprio Valerio Bindi è uno dei due curatori assieme a Luca Raffaelli. Il libro è uscito il 14 ottobre scorso e l’editore è nientedimeno che Einaudi Stile Libero, ovvero Mondadori. In copertina è ben riconoscibile il tratto di Zerocalcare. Con lui a raccontare “la rabbia” a fumetti ci sono lo stesso Ratigher, Bambi Kramer, Hurricane, Sonno e le accoppiate Filosa/Noce. Nomisake/Trapani e Tso/Primosig: tutti autori legati a doppio filo all’autoproduzione e al Crack!. Un’operazione curiosa che se da un lato sembra apparentemente stridere con lo spirito puro dell’autoproduzione, dall’altro invece ne mette in risalto le potenzialità e l’ottimo riscontro che sta ottenendo al di fuori dai suoi territori abituali. Bindi argomenta così: “La rabbia è un progetto nato insieme all’editore: è Stile Libero che ha cercato in Crack! le nuove forme di scrittura e noi ci siamo messi al lavoro nel nostro network per individuarne alcune che fossero variegate e potessero descrivere in parte la molteplicità cui facciamo riferimento. L’idea di lavorare avendo la possibilità di portare le cose che amiamo ad un pubblico non specialistico, felice di aprirsi ad un modo diverso di guardare al fumetto, è stata il motore centrale del lavoro. Credo che questo libro su cui si sta molto discutendo apra ragionamenti di sostanza, che vanno al di là di ogni valutazione di qualità intrinseca delle singole opere. Il libro mantiene lo spirito della nostra provenienza anche per le scelte strutturali sul copyright/copyleft, che l’editore ha condiviso appieno, come elemento fondante la narrazione appunto. E sposta il ragionamento sulla rabbia dallo spazio della notizia – che sempre racconta la rabbia con fumi e vetrine infrante – allo spazio generazionale, compresso, di una rabbia altrimenti sprecata: qui nel libro la rabbia è una riflessione sulla propria rabbia non un’incitazione alla rabbia. Questo racconto non andava fatto a noi stessi con i metodi dell’autoproduzione. Un esperimento e una narrazione del genere doveva essere tentato proprio nel corpo stesso del capitale e possibilmente fuori anche dall’ambito dell’editoria specializzata. Non si poteva influire sulla struttura stessa della produzione ma si poteva convenire su alcuni modi che trasportassero il virus da una struttura all’altra. Questo abbiamo tentato con ogni mezzo necessario e abbiamo trovato un modo di farlo, che è la vera questione posta da La rabbia”.

Quello che emerge maggiormente da questa riflessione corale è che l’autoproduzione, più che rappresentare una soluzione alla crisi editoriale e culturale che sta attanagliando l’Italia, sta fungendo da grimaldello filosofico per sollevare problemi, far riflettere, porsi domande. Con tutti gli errori e le imperfezioni del caso. È l’unico terreno sul quale si sta facendo unione e ricerca simultaneamente. Che sfrutta le potenzialità della Rete, che prova a inventarsi nuovi formati allargando gli orizzonti contenutistici. Che crea un rapporto di condivisione col pubblico che si alimenta a vicenda. Che non è statica ma in continua espansione. Insomma, che cerca in tutti i modi di dire quello che vuole e come vuole con la massima libertà. Cercando di arrivare a un pubblico sempre più grande. Punk e impegnata allo stesso tempo. Proprio come una canzone dei Fugazi: Give Me The Cure.

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