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Avere vent’anni. Berlusconi contro Occhetto.

di Damiano Garofalo e Lilia Giugni

Oggi, venti anni fa, lo storico dibattito televisivo Berlusconi-Occhetto, andato in onda a Braccio di ferro di Enrico Mentana, su Canale 5, il 23 marzo 1994. Secondo qualcuno, «dove tutto cominciò».

Il campo di battaglia. Il dibattito televisivo Berlusconi-Occhetto segna l’apice della prima campagna elettorale della Seconda Repubblica. Per la prima volta, infatti, una campagna nazionale appare impostata sull’asse destra\sinistra, prodotto del sistema bipolare sorto dalle ceneri di Tangentopoli, e sulla dicotomia nuovo\obsoleto. Non a caso, Berlusconi monopolizza con sapienza il concetto di rinnovamento, facendo leva sul proprio successo imprenditoriale e sulla propria verginità politica per denigrare Occhetto come incompetente e compromesso con il regime precedente. Al tempo stesso, la competizione si rivela inequivocabilmente candidate-centered, caratterizzata da un uso massiccio dei media e in particolare dello strumento televisivo, come testimoniato dal celeberrimo spot tramite il quale il leader di Forza Italia annuncia la propria discesa in campo. Il dibattito televisivo tra i leader delle due coalizioni non è, comunque, un format comunemente utilizzato nelle campagne elettorali italiane. L’idea del confronto televisivo tra Berlusconi e Occhetto è, infatti, maggiormente debitrice verso la tradizione politica e culturale americana, che vede in tutta la sua storia, di contro, ben dodici occasioni di confronto televisivo tra i leader politici candidati alle elezioni.
Ma il sistema politico italiano non si lascia scoraggiare dalla mancanza di tradizione del genere politico-televisivo. Dietro le quinte del cosiddetto «duello dell’anno», infatti, lavorano per settimane almeno un centinaio di persone, tra esperti di comunicazione televisiva al servizio di Berlusconi e vecchi professionisti della politica che allenano Occhetto allo «scontro fuori casa». Dopo giorni e giorni di trattative, infatti, si è deciso che sarà proprio una rete di Silvio Berlusconi, Canale 5, con il suo programma in seconda serata Braccio di ferro a ospitare il dibattito. Così facendo,  Berlusconi può contare su un suo dipendente a moderare il dibattito, Enrico Mentana; di contro, Occhetto chiede esplicitamente la partecipazione di un suo uomo di fiducia, Sergio Spina, regista di Mixer e inventore del «faccia a faccia» in stile Minoli.
Nei giorni precedenti, comunque, Berlusconi tenta più volte di rinviare il dibattito, perché in vantaggio nei sondaggi, accettando di confrontarsi soltanto tra le mura amiche. D’altro canto, lo stesso Occhetto sembra non dare, almeno pubblicamente, troppo valore all’evento. In un’intervista concessa a Gianni Riotta, pubblicata il giorno stesso sul «Corriere della Sera», confessa: «Il contatto con la gente mi tiene su. Mi piacciono i comizi. Non considero il dibattito tv decisivo. Sarò me stesso e basta. Avremo due leggii, ci guarderemo. Ancora mercoledì ragionerò con i miei collaboratori, cercando di rilassarmi». I giornalisti scelti per partecipare al dibattito saranno Ferruccio De Bortoli, vice-direttore del «Corriere della Sera», Gad Lerner, vice-direttore de «La Stampa», e Mino Fuccillo, editorialista di «Repubblica». Tutti e tre possono rivolgere quattro domande a testa di non più di quaranta secondi l’una. Di queste domande, due devono essere ugualmente rivolte a entrambi, mentre le altre due personalizzate, una per ciascun candidato. I temi sono comunque stati scelti alcuni giorni prima, dopo una riunione tra i giornalisti partecipanti: esteri, politica sociale, sanità, fisco, giustizia, alleanze e futuro governo. Le risposte dei due dovranno durare al massimo un minuto e mezzo l’una. Il confronto, infine, terminerà con un breve appello al voto da parte dei due candidati.

Il duello dell’anno. L’appuntamento è dato a entrambi alle ore 18:00 del 23 marzo 1994 presso gli studi romani di Canale 5, ma entrambi sono in ritardo. Il primo ad arrivare è Berlusconi, che, teso in volto, scende dalla sua Thema in maniche di camicia, seguito dopo qualche minuto da un Occhetto visibilmente stanco. Ognuno si reca nel suo camerino, dove viene truccato e preparato al grande evento. La registrazione della puntata comincerà, quindi, alle 19:00, con circa un’ora di ritardo, per andare in onda alle 22:30. Ad assistervi ci sono circa 150 giornalisti da tutto il mondo, metà stranieri e metà italiani, e oltre 30 televisioni estere.
Si comincia. Berlusconi è seduto alla destra di Mentana e Occhetto alla sinistra, posizioni giustificate dal giornalista stesso con motivazioni che rimandano allo schieramento che i due occupano nella vita politica. In realtà, da un intervista a Sergio Spina che «Il Giornale» pubblica il giorno dopo, si evince come ognuno dei due occupi la posizione atta a mostrare il profilo migliore che, per fortuna di tutti, è dalla parte reciprocamente opposta. Occhetto ha di fronte a sé un bicchiere di plastica con l’acqua di fronte al banco, mentre Berlusconi tiene la sua bottiglia sotto il banco. Ma del suo bicchiere non v’è traccia. Da sorteggio, a parlare comincia Occhetto, che apre le danze con una performance vibrante, cadenzata dal pugno più volte battuto sul ripiano. Dal canto suo, Berlusconi, incredulo dell’attacco, congiunge le mani e si affanna a elencare tutte le «strane situazioni» che hanno coinvolto da mesi, per iniziativa della magistratura, sia la Fininvest che Forza Italia. Occhetto passa senza rendersene conto dal «lei» al «tu», e dal «tu» al «lei», mentre Berlusconi mantiene con attenzione un tono cordiale, concedendo poco all’istinto e guardando solo di sfuggita in camera. Il Cavaliere è pungente su economia e politica estera, Occhetto invece è abile nel provocare il suo avversario sui temi giudiziari e politici, portando spesso la mano sul cuore, come a giurare agli elettori di dire tutta la verità. Ogni tanto si ritrovano, tutti e due, forse per caso, con l’indice puntato l’uno contro l’altro. Alla fine, comunque, si stringeranno la mano in un quadretto simbolico e cordiale, mentre Occhetto scherzerà, da buon milanista: «Mettiamoci d’accordo: il Milan vince lo scudetto e noi vinciamo le elezioni».
La vera nota interessante del dibattito è però rappresentata dall’abbigliamento dei due, per certi versi antitetico. La costruzione di un’immagine iconica del Cavaliere nascerà, infatti, dalla sua prima campagna elettorale, culminata proprio in questo dibattito, dove troviamo diversi topoi che lo accompagneranno nel corso degli anni seguenti. Berlusconi indossa un doppiopetto blu, con una camicia azzurrina: «John Kennedy ce l’aveva così quando in TV stroncò Nixon, ancora fermo al bianco detersivo», osserva Maria Latella, il giorno dopo, sul «Corriere della sera». Il Cavaliere è abbronzato, come sempre, con una sottile nota di cipria marroncina. Brilla sotto i riflettori, secondo «L’Unità» grazie a uno «speciale filtro della telecamera», la spilletta di Forza Italia appuntata sulla giacca, e che gli varrà, il giorno dopo a «Striscia la notizia», uno stacchetto sulle note di «Splendido Splendente». Nel complesso, si presenta piuttosto bene, anche se il suo classico sorriso non riesce a nascondere un filo di tensione. Egli stesso, il giorno dopo, si definirà a «L’Unità» come «un parvenu in questo mestiere di duellante TV».
Occhetto, invece, è visivamente un disastro. Sfoggia un completo marrone di taglio tardo-sovietico, con una cravatta marroncina dalla fantasia piuttosto mesta: «Proprio lui, di solito così elegante con i suoi gilet», osserva delusa sempre Maria Latella, sul «Corriere» del giorno dopo. La camicia bianca, poi, dagli schermi televisivi sembra apparire sbiadita, quasi giallina. Il pezzo forte di Occhetto è però il completo marrone, che assurgerà a immagine iconica e traumatica per la sinistra italiana tutta – tanto da ispirare la pagina su Facebook «Il completo marrone di Occhetto». Sergio Spina ricorderà, su «L’Unità» dell’8 marzo 2006, come quella sera «Occhetto si presentò con quel vestito marrone tutto nuovo, che quando lo vidi mi misi le mani nei capelli. In seguito dissero perfino che avevamo perso per colpa di quel vestito. Ma questa era una sciocchezza». Qualche giorno dopo, su «L’Espresso», lo stesso corrispondente italiano della CNN suggerirà ad Occhetto di «buttare quell’abito marrone».
La stessa Alba Parietti, chiamata il giorno dopo dal «Corriere della sera» ad esprimersi sul look dei due, osserverà: «La cravatta di Occhetto è stile “Compagni, ci siamo comprati la Cinquecento!”, quella di Belrusconi è stile “Tesoro, cosa mi metto per il matrimonio?”. Poi il leader del Pds quel vestitino l’ha certamente comprato alla Standa». Occhetto, chiosa infine la soubrette, è andato sicuramente «dal parrucchiere di Toto Cutugno, mentre Berlusconi da quello di Julio Iglesias».
L’ascolto medio della trasmissione sarà di circa nove milioni e mezzo di spettatori, con picchi di dodici milioni e mezzo intorno alle 22,50 e con uno share pari al 61,3%, sfiorando gli ascolti della partita di calcio Germania-Italia (2-1), trasmessa qualche ora prima su Rai1, con tredici milioni di ascoltatori. Secondo Enrico Mentana, interpellato due giorni dopo da «Repubblica», siamo di fronte al più alto ascolto raggiunto da una trasmissione poltica nella storia d’Italia.

L’eco della modernità. Il giorno dopo, sia l’opinione pubblica che la stampa nazionale sembrano dare, in larga parte, Berlusconi per spacciato, o comunque sconfitto dal dibattito televisivo con Occhetto. La televisione ha avuto sicuramente un ruolo centrale nella campagna elettorale che ha visto Berlusconi vincere nel 1994, anche se è difficile asserire che il leader di Forza Italia abbia vinto quelle elezioni per merito di questo dibattito. Berlusconi, quindi, ha veramente perso il dibattito con Occhetto, vincendo però le elezioni grazie al vantaggio accomulato precedentemente? Oppure gli osservatori non sono riusciti ad attribuire ad esso il giusto peso mediatico, oltre che politico? Certo è che lo scontro televisivo ha segnato un punto di svolta nell’intendere e interpretare le strategie mediatiche legate alle campagne elettorali nel nostro paese.
Tali trend, infatti, si sono fortemente radicati nel corso delle tornate elettorali della Seconda Repubblica. Non solo la struttura bipolare ha resistito a cambiamenti del sistema partitico e a tentativi di riforma elettorale, ma si è affermata una certa propensione a leggere nell’agone elettorale una sanguinosa battaglia tra due fronti contrapposti. Ancora, centro-sinistra e centro-destra hanno continuato a contendersi il marchio di innovatori, fino a tentare, nel 2007, di ri-confezionare completamente il proprio apparato alla luce della dominate retorica del cambiamento, dando vita rispettivamente al PD e al PDL. Infine, in ogni singola campagna i media hanno giocato da protagonisti, e grande attenzione è stata devoluta alla personalità dei candidati premier.
La performance di Berlusconi nel 1994 è profondamente rivelatrice delle nuove dinamiche di competizione instauratesi tra il centro-destra berlusconiano e la sinistra post-comunista. Il «modello Forza Italia», che i politologi identificano con l’abbandono di ogni residuo ideologico, l’iper-personalizzazione dell’immagine di partito, l’organizzazione fluida e l’estrema concentrazione di potere nella mani del leader, ha scavato un solco profondo nel modo di fare e concepire la politica nel Belpaese. Da un lato, infatti, l’archetipo del partito leggero e la veemente retorica anti-comunista di Berlusconi hanno significativamente ristretto i margini di manovra del PDS-DS-PD. Gli eredi del PCI, costretti ad enfatizzare la propria rottura con il passato e simultaneamente a rassicurare il proprio tradizionale elettorato, hanno gradualmente demolito il proprio patrimonio identitario, senza tuttavia elaborare nuovi, convincenti riferimenti valoriali. Dall’altro, la stessa fondazione del Partito Democratico può esser letta come un tentativo di raccogliere la sfida lanciata da FI, mediante un’organizzazione moderata e capace di parlare alla classe media. Il processo di personalizzazione, se non avviato senz’altro accelerato e ingigantito dall’avvento berlusconiano, ha investito il centro-sinistra come tutti gli attori del sistema politico. Leadership carismatica, ampio ricorso a strategie di marketing politico, estrema attenuazione del profilo ideologico, risultano oggi tratti comuni a tutti i principali partiti.
Forse, si potrebbero cercare le radici di quella che fu una storica sconfitta proprio nella difficoltà, per la sinistra italiana, di comprendere e afferrare, ancora una volta, il rapido mutarsi dell’annoso «paradigma della modernità», particolarmente sfuggente di fronte all’avvento del berlusconismo. Non c’è quindi molto da sorprendersi se Alberto Leiss, il giorno dopo il dibattito, dalle colonne de «L’Unità», adotti ancora una visione mesozoica del mezzo televisivo, contrapponedone la virtualità artefatta al realismo della piazza: «La televisione vissuta per lo più come un grande potere di condizionamento delle coscienze, è anche un inesorabile rivelatore della realtà. Ha paradossalmente svelato, nonostante il trucco, la regia, il training, il gioco in casa, la debolezza del’uomo che alla tv deve il suo successo. E ha riflesso il faticoso sforzo egemonico di chi rappresenta i progressisti. La solitudine e la tensione di Occhetto dietro le telecamere, si riempiono di folla, e di sentimenti di sicurezza, se lo sguardo si sposta dal video di Canale 5 a piazza San Giovanni».

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
2 Commenti a “Avere vent’anni. Berlusconi contro Occhetto.”
  1. Rberto Luciami scrive:

    DeMocraticicomuniste💘💙❤💚☺💜👅💟💝💗💔💞💕💓👝💖😑5

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  1. […] 4Christian Raimo, Avere vent’anni. Berlusconi contro Occhetto, Minima&Moralia, 2014, disponibile in http://www.minimaetmoralia.it/wp/avere-ventanni-berlusconi-contro-occhetto/ […]



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