Piazza_Indipendenza_24ago2017

Avevamo davvero bisogno di Piazza Indipendenza?

di Miriam Aly, studentessa 19enne

Siamo tutti oramai a conoscenza di ciò che è avvenuto a Roma in Piazza Indipendenza, a due passi dalla Stazione Termini: una situazione avviata il 19 Agosto 2017, in seguito allo sgombero dell’ex sede dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) in Via Curtatone, occupato dal 2013 e autogestito da circa duecentocinquanta famiglie, perlopiù eritree, etiope e somale, titolari di diverse forme di protezione internazionale (status di rifugiato, asilo politico…). Una questione politico sociale che ha scosso gran parte dell’opinione pubblica italiana ed estera, da politici a comuni cittadini, alimentando troppo spesso una narrazione razzista poco critica e poco analitica tale da distorcere l’evento stesso.

Gran parte dell’attenzione mediatica è infatti ricaduta sulla questione migranti, ricalcata da tesi estremamente protezionistiche giunte in molti casi al limite del fascismo, come si può leggere nei commenti sui vari social che hanno trattato la questione: ‘’tornate in Eritrea scimmie’’, ‘’vi dovrebbero bruciare tutti…’’, e ancora ‘’Roma è fascista e non vi vuole!’’. Oltre ai commenti prettamente dispregiativi, il web è stato inondato da analisi prive di dati, fonti e criticità da parte di moltissime persone che, oltre ad aumentare la distanza tra i concetti di solidarietà e senso civico, hanno sostenuto innumerevoli paragoni tra i rifugiati di Piazza Indipendenza e clochard italiani, vittime dei terremoti degli ultimi anni o cittadini che non riescono ad arrivare a fine mese e che ‘’comunque non vanno ad occupare’’. Pochissime le persone che si sono chieste il come ed il perché dell’avvenuto, e ancora meno le persone che erano direttamente presenti sul luogo dello sgombero, stesso luogo in cui all’alba del 24 Agosto gli agenti in assetto antisommossa hanno caricato, anche con idranti, le persone che avevano dormito in piazza in attesa di una soluzione da parte delle istituzioni, privando ulteriormente uomini, donne e bambini della loro dignità. E’ chiaro che la situazione di Via Curtatone è figlia di una fortissima deresponsabilizzazione politica riguardo le precarie misure di accoglienza in Italia e nella Capitale, che fino ad oggi hanno mascherato l’emergenza abitativa in un problema di ordine pubblico, trovandone il picco massimo nello sgombero dello scorso Agosto. Ma è altrettanto evidente che a marcare maggiormente l’alienazione dei rifugiati, già alienati a causa del loro status politico, è il dibattito pubblico, che si è mostrato ancora una volta incapace di analizzare una situazione che avrebbe quantomeno dovuto trascendere la questione razziale, e che invece ha aumentato l’odio nei confronti di persone che sono nate nella parte sbagliata del mondo, offuscando il reale problema, le sue cause e la sua effettiva soluzione. Agli occhi dello spettatore medio, infatti, è risultato un problema di decoro, in quanto le centinaia di persone che hanno per diverse notti dormito in piazza insieme ai propri oggetti di prima necessità rendevano quella zona sporca, diventando dunque loro stessi un pessimo biglietto da visita per gli innumerevoli turisti di passaggio nel centro di Roma. Ancora peggio: spesso si è fatto riferimento, nel dibattito pubblico, ad una possibile situazione terroristica. Tutte queste tesi poco chiare si sono diffuse e sono entrate rapidamente a far parte dell’immaginario politico di moltissime persone, generando una vera e propria guerra contro i poveri e tra poveri, screditando in tutti i modi possibili l’unica guerra di cui si doveva sentire la reale necessità: la guerra alla povertà.

Non ci siamo resi conto che quei rifugiati potevamo essere noi e che, anzi, quei rifugiati sono molti di noi. La retorica della legalità ha infangato di nuovo lo stato di diritto e non ce ne siamo neanche accorti: ognuno di noi ha bisogno di qualcosa che non ci è concesso, qualcuno più di altri, ed è questo il punto dal quale dovremmo capire, tutti, che è sbagliato non offrire solidarietà a persone che hanno chiesto un aiuto, mentre intorno, da anni, tutto taceva; che non si deve cercare in tutti i modi di ristringere i diritti a persone che sembrano diverse da noi, ma che in realtà sono proprio come noi, e come molti di noi hanno bisogno di una casa e degli stessi diritti che a loro mancano; che tutti dovrebbero dormire con un tetto sulla testa, indipendentemente dal proprio paese di origine o dal proprio colore della pelle e che dobbiamo distruggere quel sistema classista che porta a scegliere chi merita una casa e chi no, come se qualcuno avesse più dignità di qualcun altro. L’emergenza abitativa è infatti una problematica che ha distrutto e continua a distruggere la vita di centinaia di persone, facendo loro vivere in condizioni di estremo disagio, generando polemiche sul tema legalità, legato però soltanto alla presenza di persone straniere all’interno del nostro paese e all’immigrazione, e mai alle responsabilità politiche, alla costituzione o semplicemente ai diritti umani. La mancanza di legalità si trova infatti a monte del problema: se quelle persone hanno occupato lo stabile di Via Curtatone nel 2013 è perché non è stata rispettata la tutela prevista dalla costituzione (articolo 10, comma 3: ‘’lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione Italiana, ha il diritto d’asilo nel territorio della Repubblica’’), da parte delle varie istituzioni che avrebbero dovuto prendersi carico delle misure di accoglienza; tutto ciò, non solo ha costretto duecentocinquanta famiglie (oltre le migliaia che tutt’oggi occupano vari palazzi nell’intero paese) a vivere come occupanti, ma ha anche cercato di indirizzare in tutti i modi l’attenzione mediatica sulla paradossale criminalità in cui quei rifugiati erano costretti a vivere, dopo 4 anni di silenzio. Dopo lo sgombero infatti, molti dei rifugiati hanno atteso in mezzo alla strada per diversi giorni un’alternativa che consentisse la loro totale integrazione nell’ambiente romano, ricevendo invece la più totale indifferenza da parte di tutte le istituzioni politiche che non hanno fornito nessun di tipo di assistenza dopo l’ordine di sgombero, creando, al contrario, un problema peggiore di quello iniziale. Piazza Indipendenza ci ha mostrato una legalità sostenuta, apparente, debole, che non si mette in gioco fin quando non genera troppa indignazione dalla parte opposta e che rappresenta un terreno fertile su cui far crescere i propri interessi politici, aumentandone il consenso. Ci hanno voluto mostrare il lato più scomodo della vicenda, e non il marcio che si trova dietro: spostare l’attenzione su un fittizio racket nelle occupazioni (negato da tutti gli occupanti), mostrare e alimentare il conflitto tra poveri italiani e poveri stranieri, ignorando in ogni modo che sostanzialmente ciò che accumuna queste persone è la povertà, e che quest’ultima dovrebbe essere un nemico comune da combattere fianco a fianco, con cittadini riuniti e istituzioni. Ci hanno mostrato le graduatorie alle case popolari piene di nomi stranieri, ignorando le centinaia di case popolari nelle periferie di Roma abitate da cittadini italiani e i moltissimi altri italiani che sempre più spesso fanno domanda. Quanto è grande un’emergenza abitativa per la quale la più grande ambizione è quella di vivere in una casa popolare? Molto. Tanto grande da pensare all’integrazione come un’idea ancora lontanissima e da mostrarci il volto più falso e incapace dell’informazione mediatica e dell’amministrazione capitolina. Quest’ultima non ha provato in alcun modo a prendersi carico delle conseguenze di anni di indifferenza e di speculazione che si sono svolti tra sgomberi e mancate soluzioni, basti ricordare lo sgombero del borghetto di Ponte Mammolo nel 2015, gestito in modo analogo a quello avvenuto a Via Curtatone, per il quale l’assessora alle politiche sociali Laura Baldassarre affermò ‘’mai più situazioni come Ponte Mammolo, senza un piano alternativo prima di uno sgombero’’, mentre due anni dopo da quelle parole l’assessora si è ritrovata in vacanza all’estero senza proferire parola sull’accaduto o proporre un piano alternativo; ancora una volta, nonostante la surreale violenza dello scorso Agosto, la cosa più importante da fare sembrava fosse trovare un capro espiatorio, il quale per la maggior parte del dibattito pubblico è rappresentato paradossalmente dai rifugiati stessi, mentre per le istituzioni di dovere era sempre qualcun altro, generando un interminabile scarica barile che ha coperto con un pesantissimo velo di umiliazione un problema giunto oramai al limite. Lo sgombero di Piazza non è assolutamente un fatto isolato: il 30 Agosto, ad esempio, è stato analogamente sgomberato un palazzo a Tor Cervara, in Via Raffaele Costi, in cui vivono circa cento persone, tra cui italiani, rumeni ed etiopi, totalmente abbondati dalle istituzioni e da anni in attesa per una casa popolare. Per moltissimo tempo non si è svolto neanche il minimo del servizio pubblico, cioè la raccolta dei rifiuti; in quel posto non è stato effettuato nessun intervento da parte dell’Ama, anche dopo diverse segnalazioni al Municipio, rendendo l’intorno di quel palazzo una discarica a cielo aperto. Anche qui, dopo lo sgombero, gli occupanti hanno dormito per strada per due giorni, per poi rioccupare il palazzo dopo essersi resi conto del silenzio che persisteva dall’altra parte.

Il silenzio della Regione Lazio e di Zingaretti, la latitanza di Virginia Raggi che, dopo diversi giorni di silenzio, incolpa il governo con il senno del poi, mentre all’inizio della sua giunta dichiarò pubblicamente ‘’I rifugiati sono nostri fratelli e sorelle, Roma città accogliente farà la sua parte’’. L’assenza totale del Comune durante i fatti di Piazza Indipendenza ci dimostra che le istituzioni sono state sempre più influenzate dal peggior fascismo: l’indifferenza che continua a permettere una sfrontata violenza, figlia del clima che ci viene imboccato per mano di istigatori all’odio come Salvini che ha incitato per diverso tempo ‘’forza ragazzi, sgomberi, ordine e polizia!’’, senza proporre alcun piano politico reale; come Luigi Di Maio, che, insieme al Movimento Cinque Stelle, ha sostenuto l’efficacia della violenza gratuita effettuata dalla Questura, accettandola e affermandola come una fonte di liberazione, sostenendo che Raggi deve pensare prima ai romani, come se queste persone, i rifugiati, dovessero improvvisamente diventare invisibili, disperdersi nel quotidiano senza farsi sentire; come Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, che ha inscenato a proprio favore, ora più che mai, una vera e propria propaganda del terrore mediatico, con titoli come ‘’Boldrini clandestina’’ che generano un’impagabile disinformazione. Un movimento al limite della sociofobia che procede di pari passo all’incoscienza del Partito Democratico e del clima generato da Minniti, capace solo di propinare giudizi surreali su qualunque tematica che possa attirare la pubblica attenzione. In seguito ai fatti di Piazza Indipendenza il dibattito pubblico ha visto il picco di un razzismo violento, senza misura, implacabile e soprattutto indirizzato più che mai a prevaricare qualunque scintilla di buon senso: lo abbiamo visto anche dopo lo stupro di Rimini, in seguito al quale un esponente foggiano di Noi con Salvini ha dichiarato ‘’quando succederà alla Boldrini e alle donne del PD?’’, un commento aberrante, ma soprattutto incoerente, immaturo, vuoto, enfatizzato solo dal razzismo, meno che mai analitico.

Ultimamente razzismo, fascismo, ignoranza e xenofobia si sono riuniti generando inevitabilmente un odio, schierato e dirompente, mascherato da senso civico. Lo abbiamo visto a Piazza Indipendenza, lo abbiamo visto sui titoli di giornali come Libero e Il Tempo, e lo abbiamo visto benissimo al Tiburtino III, dove la notte tra il 29/08 e il 30/08, vicino al presidio umanitario della Croce Rossa Italiana di Via del Frantoio, un uomo eritreo di 40 anni è stato ancora una volta vittima di una sfrontata intolleranza: l’uomo, con problemi psichici, è infatti stato accusato di aver lanciato dei sassi contro dei bambini del quartiere, di aver abusato di uno di loro e addirittura di aver sequestrato una donna all’interno del centro; in seguito, per questi motivi, Jacob M. è stato accoltellato all’altezza della scapola, ma cosa peggiore, nei giorni successivi le accuse nei suoi confronti si sono rivelate totalmente false. Nonostante ciò, nei giorni seguenti la violenza è continuata per mano di Forza Nuova, del movimento ‘’Roma ai romani’’, di neofascisti e di altri militanti di estrema destra che hanno dichiarato: ‘’siamo pronti a riprenderci ciò che è nostro. Ogni centro di accoglienza sarà una trincea’’. Una lotta verso il nulla.

Sono stati generati dei fantasmi, inesistenti, che nella mente di molte persone continuano a far paura.

Dopo i focolai alimentati da una cattiva politica, dopo una fuorviante guerra tra gli ultimi, non c’è ancora nessuna soluzione per le persone di Piazza Indipendenza. Nessuna. La società che ha in gestione l’immobile sgomberato, Idea Fimit, e il Campidoglio hanno proposto circa 80 alloggi temporanei presso lo SPRAR, Servizio centrale di Protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati, e altri 80 a Rieti per la durata di sei mesi. Queste soluzioni provvisorie sono state rifiutate dai rifugiati per due ovvi e semplici motivi, ignorati totalmente dall’opinione pubblica: lo SPRAR era impossibilitato ad accogliere quelle persone in quanto avevano ottenuto il diritto di asilo politico, e dunque la tutela nazionale, da più di sei mesi, mentre quel Servizio è destinato solo a coloro che sono in attesa di ricevere l’accettazione dello status; inoltre, i rifugiati sono stati portati fisiologicamente a rifiutare la proposta di Rieti in quanto, in primo piano, il sindaco Marco Cortella, oltre a non aver ricevuto nessun consulto da parte del Campidoglio, ha esplicitamente dichiarato che il Comune di Forano non avrebbe potuto ospitare ulteriori rifugiati poiché ne sono già stati accolti 40, superando anche le percentuali richieste dal Viminale sul fronte dell’accoglienza di migranti o rifugiati, di cui 30 si trovano in un centro di assistenza straordinaria, e i restanti 10 vivono in due appartamenti. E’ doveroso dire anche che la lotta portata avanti dai rifugiati di Piazza Indipendenza è una lotta capillare, e in quanto tale non avrebbero mai potuto accettare dei compromessi che avrebbero ridisegnato maggiormente, a favore dei poteri forti, i loro diritti. Non solo si è cercato di giostrare la situazione tramite l’indifferenza, politica e direttamente umana, ma questa stessa indifferenza è stata ostentata rendendola un concetto tangibile, chiaro e con uno scopo politico ben preciso: nascondere. L’umiliazione di quelle persone è stata generata da un silenzio assordante ed estremo, che è durato fino al 4 settembre. Infatti, dopo aver riorganizzato un presidio temporaneo a Piazza Venezia, in Piazza Madonna di Loreto, i rifugiati sono stati nuovamente sgomberati da polizia, vigili urbani e addirittura dall’AMA, società addetta ai servizi ambientali del Comune di Roma, affermando indirettamente la presenza di un problema limitato all’ordine pubblico. Ma la situazione continua a degenerare senza alcuna responsabilità: per i cinquecento sgomberati la Sala Operativa Sociale del Comune di Roma ha offerto 24 posti per sole donne in Via Savi, e 65 per soli uomini tra Casalotti e Via dell’Usignolo; oltre ad essere una soluzione estremamente superflua in proporzione al numero di persone che hanno bisogno di aiuto, è stata anche una fittizia risposta ad una domanda che risuona drammaticamente da giorni tra i rifugiati: ‘’che ne sarà di noi?’’; l’unica risposta possibile che è stata percepita è in ogni modo costernata da una finalità unica di dare forfait, generando una diaspora all’interno di una già sviluppata divulgazione di una necessaria invisibilità. Solo ventisette rifugiati hanno accettato, un numero che, su cinquecento, non fa testo. Pensare di dividere dei padri dai propri figli, oltre ad essere una scelta politica democraticamente errata, rappresenta un’umanità arida, gretta e venale. Il giorno seguente la Questura ha tentato nuovamente di sgomberare, o meglio, eliminare i rifugiati di Piazza Venezia, buttando addirittura via i loro oggetti, assicurandosi che non si sedessero per terra. L’obiettivo sembra essere diventato nascondere queste persone. Il prefetto di Roma Paola Basilone, chiaramente impreparata sull’argomento, ha sostenuto che i rifugiati hanno rifiutato le alternative abitative proposte poiché intimiditi dai movimenti della lotta per la casa. Il prefetto, oltre ad aver speculato su un enorme lavoro, ha annebbiato con le sue insinuazioni una triste realtà: le realtà di Piazzale Maslax, presidio di Baobab Experience, gestito da liberi cittadini che hanno lottato per offrire solidarietà, attività culturali e prima accoglienza quando a Roma sono da anni assenti le misure di accoglienza idonee e qualunque alternativa agli sgomberi, assumendosi una responsabilità politica dimenticata e offrendo a centinaia di persone un’assistenza totale, fondamentale e soprattutto reale.

E’ stato un razzismo che ha generato un’umiliazione radicale nei confronti di persone che provengono da una realtà quantomeno lontana da qualunque immaginario democratico occidentale: oggi, infatti, l’Etiopia è un paese militarizzato, sottoposto ad una violentissima dittatura da parte del presidente e dittatore Isaias Afewerki, che ha estirpato dal paese ogni forma di libertà, compresa quella di opinione, dopo aver eliminato tutte le università, introdotto il servizio militare obbligatorio per ragazzi e ragazze e istituito dei veri e propri lager governativi per gli oppositori del regime, rendendo l’Etiopia una prigione a cielo aperto (notizie fornite dal Coordinamento Eritrea Democratica).

E’ stato un razzismo squallido perché generato da un ampio abuso di potere, quello delle forze dell’ordine e quello di gran parte degli italiani che si sono rivendicati un merito inesistente di eroi del senso civico, dimenticando i 52 anni in cui l’Eritrea diventò vittima del colonialismo italiano. In pochi giorni si è riusciti a umiliare centinaia di persone grazie alla strumentalizzazione di un evento drammatico, estirpandone simboli a proprio piacimento: primo su tutti, la carezza di un poliziotto sul volto di una rifugiata. L’immagine di quella carezza che è finita sulle prime pagine delle maggiori testate giornalistiche italiane ed estere riveste un ruolo estremamente iconografico e classista, mostrandoci un uomo bianco e una donna nera tra i quali vige un rapporto di potere diseguale. Un’immagine di violenza inaudita poiché guidata da un messaggio non proprio della verità, come ha dichiarato la stessa Genet, la donna della foto, 40 anni e una figlia in Sudan che non vede da tempo: ‘’la usano per mostrare la faccia bella di questa storia, ma la verità è che la polizia ci ha spruzzato l’acqua addosso. Siamo stati buttati via come una scarpa vecchia’’. Quello stesso poliziotto fu uno di quelli del Settimo Nucleo guidati da Vincenzo Canterini durante il G8 di Genova, più precisamente durante le irruzioni alla Diaz; Canterini, ex responsabile del reparto mobile di Roma, ha sostenuto rispetto al poliziotto di quell’immagine ‘’bene, anzi benissimo, si comportò all’interno di quella scuola che venimmo improvvisamente chiamati a sgomberare’’, ma sappiamo tutti dopo 16 anni di distanza cosa accadde quei giorni. Durante i fatti di Piazza Indipendenza molti hanno rivisto il fantasma di Genova, vivendo maggiormente una rabbia interminabile per tutti coloro che continuano a lottare.

L’abuso di potere compare nella distorsione della narrazione degli eventi che riguardano la Questura. La frase, di un altro poliziotto, che ha fatto scalpore, ‘’spaccategli un braccio’’, oltre ad essere stata generata da una mentalità violenta che vuole a tutti i costi essere messa in atto, solo, paradossalmente, quando entra in gioco la povertà, è stata anch’essa strumentalizzata dalle parole di Stefano Esposito, senatore del Partito Democratico, che ha pubblicato la trascrizione, a sua detta, originale, della registrazione integrale delle parole di quel poliziotto: ‘’dottore questi ci stendono, vede quanti sono? Noi siamo solo dieci e loro hanno bombole di gas e sanpietrini…’’; ‘’Ragazzi, lo dobbiamo fare, ce lo hanno ordinato e non possiamo tirarci indietro, quando saremo lì in mezzo saremmo soli, noi dieci contro loro cento. Il primo obiettivo è quello di portare a casa la nostra pelle e quella del nostro fratello nel casco accanto…’’. Queste parole, oltre ad essere chiaramente un paradosso, sono figlie di un ridicolo ed estremo giustificazionismo antropologicamente psicotico.

Avevamo davvero bisogno di Piazza Indipendenza? No, avevamo invece bisogno di una presa di coscienza più reale e decisa che mai, di una lotta concreta contro l’ipocrisia delle istituzioni e della disinformazione mediatica, di capire da che parte fosse quella legalità che in molti cercavano, di un grido di allarme contro la disumanità che questo paese sta coltivando, di più persone che credono al cambiamento e alla forza del singolo. Avevamo bisogno di molte più persone delle 5.000 che hanno protestato il 26/08/2017 a Piazza dell’Esquilino. Avevamo davvero bisogno della nostra città, quella solidale. Avevamo bisogno di eliminare l’odio, da molto prima; un odio parassita che si rifiuta di guardare.

‘’Semo romani tresteverini, semo migranti senza quatrini, er core nostro è na capanna…core sincero che nun te nganna…’’.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
Un commento a “Avevamo davvero bisogno di Piazza Indipendenza?”
  1. Roberto V. scrive:

    Attenzione al refuso: Isaias Afewerki è il dittatore dell’Eritrea non dell’Etiopia.

    Un’altra cosa: in via Raffaele Costi ci sono italiani, rom e nigeriani ma non persone provenienti dall’Etiopia.

    https://ilmanifesto.it/lettere/lettera-aperta-alla-sindaca-di-roma-virginia-raggi/

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