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Avvicinare Emily Dickinson #1

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Pubblichiamo la prima puntata di una serie dedicata alla poesia di Emily Dickinson, curata da Giuseppe Zucco.

Avanzavo di asse in asse
un lento e cauto cammino
le stelle intorno al capo percepivo
intorno ai piedi il mare –

Nulla sapevo se non che il successivo
poteva essere il mio centimetro finale –
Questo mi dava quell’andatura incerta
che chiamano esperienza alcuni –
(da Uno zero più ampio, di Emily Dickinson, a cura di Silvia Bre, Einaudi)

Rileggendo questa poesia, mi figuro Emily Dickinson nel 1864. La ritrovo vestita di bianco, come in tutti i libri in cui il suo nome è sussurrato come un mistero. Ha più o meno trentaquattro anni. I capelli raccolti. Le labbra carnose. Una fossetta sul mento. Un problema agli occhi. Molto probabilmente soffre di qualche forma di epilessia. Nottetempo scrive poesie su dei foglietti che poi ricuce in fascicoli con ago e filo. Da qualche anno ha preso la decisione irrevocabile di non uscire più di casa. «Tentare di parlare di ciò che è stato, sarebbe impossibile. L’abisso non ha biografi», scrive in una lettera del 1884. Tanto più la vedo stendere i piedini sulle assi del pavimento, e camminare lentamente, cautamente, di notte, mentre tutti dormono.

Forse qualcosa la agita, forse non riesce a prendere sonno, forse per questo allunga con infinita discrezione i piedini sulle assi del pavimento – magari le assi scricchiolano, e non vuole svegliare nessuno con quegli scricchiolii. «Perché vegli? Uno deve vegliare, dicono. […] Uno deve essere presente». Sono parole di Kafka, eppure se qualcuno dei suoi familiari si fosse levato dal letto, trovandola in piedi per casa, forse Emily Dickinson avrebbe risposto così.

Però non la vedo camminare genericamente dentro casa, la vedo avanzare in uno spazio ancora più ridotto, al secondo piano della grande villa paterna, dentro la sua camera da letto, di asse in asse, al buio. Ma, paradossalmente, più lo spazio intorno a Emily Dickinson si restringe, più i suoi passi si infittiscono. Così che, dopo un gran volgere di passi, la sua camera da letto si spalanca, le pareti cadono allargando più estremi confini – e anche Emily Dickinson cresce vertiginosamente. E se prima, come un uccellino in gabbia, la sua figura bianca e minuta era contenuta dal soffitto, ora si leva lassù, nello spazio profondo, intorno alla sua testa ci sono le stelle, intorno ai suoi piedi il mare.

Questa crescita impetuosa me ne ricorda un’altra. Anche Alice nel paese delle Meraviglie, dopo aver mangiato la torta, cresce a dismisura. Tanto che Alice, guardando il suo corpo allungarsi come il più grande telescopio mai esistito, constatando che mai più potrà calzare di scarpe i suo piedi così lontani, dirà «Dio mio! com’è tutto strambo oggi! E ieri le cose andavano come sempre. Mi chiedo: che sia stata scambiata nella notte? Lasciami riflettere: quando mi sono alzata la mattina, ero la stessa? Quasi quasi mi par di ricordare che mi sentivo un po’ diversa. Ma se non sono la stessa, la domanda seguente è: chi diavolo sono io? Ah, eccolo il grande rompicapo!»

Alice è sempre stata maestra di tutti noi. Istericamente, con il suo fare da bambina, ci ricorda che questa piccolissima cosa che chiamiamo io altro non è che una fantasmagoria, un’oscillazione perenne tra un sapere modesto e un non sapere smisurato, una maschera di cartapesta che i momenti di crescita squarciano brutalmente, rivelando ai nostri occhi che la vita è molto più ampia e contraddittoria rispetto a «quello che fingo d’essere e non sono!», come scrive Guido Gozzano.

Ma Emily Dickinson è una maestra più grande e più austera. Ed è strano, poiché tutta questa sua reclusione, questo suo vestirsi di bianco, questo suo tenersi al riparo da ogni contatto, ne fanno una figura folle, scissa, completamente sconnessa dalla vita, e invece dalla sua stanza, da questo suo osservatorio minuto, riesce a scorgere in profondità ciò che in un altro modo forse non sarebbe mai riuscita a vedere. Osserva dietro una finestra il lento stendersi delle foglioline degli alberi al sole, e intuisce le leggi della natura. Coglie improvvisamente il dorato saettare di un’ape, e ritrova il movimento sconsiderato che lega tutte le cose, dagli atomi ai pianeti. Allunga di notte dei passettini di asse in asse, e nel suo brevissimo percorso ricapitola e riformula l’avventura quotidiana di tutti noi.

Scrive Rilke, «Nella vita non c’è una classe per principianti, da noi si pretende sempre il più difficile». E cos’è questo difficile che Emily Dickinson riesce a scorgere così bene? Che la vita, al di là dei nostri piani, in questo suo immenso accadere, è un lento e cauto movimento su assi che non sappiamo, su assi che ci precedono, su assi che inventiamo e rendiamo reali solo con il nostro avanzare nel buio. É il nostro movimento a generare altro movimento, è il nostro movimento a dispiegare lo spazio che abbiamo intorno, è il nostro movimento a spalancare i giorni più chiusi, riconnettendoci alle ragioni profonde che fanno brillare le stelle e ondeggiare il mare.

Nella versione di Emily Dickinson, perfino la nostra finitezza appare un errore di prospettiva. Se dentro la sua piccola stanza riesce a percepire intorno a sé le stelle e il mare, allora tutte le convenzioni saltano, e non c’è più una stanza chiusa e il cielo aperto, e non c’è più un interno e un esterno, ma tutto è un unico ambiente, e ogni cosa richiama un’altra, ogni cosa respira nell’altra, e perfino la nostra vita interiore, riflettendo l’evoluzione del cosmo infinito e prendendovi parte, sembra uno strano gorgogliante abisso da cui affiorano continuamente eventi, sensazioni, visioni, astri pulsanti.

Ma se la nostra finitezza produce un infinito, è vero anche il contrario. Emily Dickinson vede per tutti noi come solo muovendoci, avanzando di asse in asse, noi generiamo come un orizzonte, il nostro «centimetro finale», l’ultima asse su cui metteremo i piedi. E sappiamo che c’è, e tuttavia non abbiamo idea di quando la toccheremo, e questa tremenda incertezza è l’unica certezza di cui disponiamo.

«Sa di polvere – il mondo / quando ci fermiamo per morire», scrive Emily Dickinson in un’altra poesia – eppure, qui, dopo avere intravisto il metallico luccichio dell’ultima asse, il mondo non collassa, né si disfa in polvere. Anzi, sembra quasi che le assi si moltiplichino sotto i suoi piedi, e che la sua avventura continui a persistere ogni oltre limite.

Venendoci incontro dalla sua stanza, sfiorandoci per un istante, e poi passando oltre, ecco cosa ci consegna in dono Emily Dickinson. Una delle più profonde e toccanti immagini dell’esperienza umana. «Quell’andatura incerta», quel muoversi incertamente, quell’accogliere il mondo nel segreto della propria carne, traducendolo poi in una postura del corpo, in un movimento del corpo, in una lunghissima scansione di passi. Qui è come se Emily Dickinson ci stesse dicendo che l’esperienza, prima ancora di divenire coscienza, pensiero, memoria, altro non è che il modo attraverso cui il nostro corpo assorbe il mondo e lo riformula e lo reinventa.

Così, è come se la vita e l’esperienza della vita coincidessero, tanto che non si finisce mai di fare esperienza, non si finisce mai di fare esperimento di se stessi e del mondo. E se nulla è dato una volta per tutte, poiché dipenderà sempre da come il nostro corpo accoglierà e restituirà il mondo, si va di asse in asse avendo ormai consapevolezza che «l’esperimento ci accompagna fino alla fine», come scrive Emily Dickinson in una lettera del 1870.

Ma anche ora che è andata via, proprio mentre non riesco a scorgere più il suo vestito bianco, ho ancora la vaga sensazione di sentirla camminare, come se i passi di Emily Dickinson fossero dei sassolini che cadono sul pavimento nel buio. Avanzare di asse in asse genera non solo uno spazio, ma anche una cadenza, un ritmo. E forse non è del tutto azzardato pensare che la vita, l’avventura, l’esperienza, la poesia, hanno questo in comune. Un sorprendente ritmo in cui tutto accade. Nel buio, scoprendo una per una tutte le assi che seguiranno, ecco i nostri passi emettere un intermittente pulsante bagliore.

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[Bibliografia:  Uno zero più ampio, di Emily Dickinson, a cura di Silvia Bre, Einaudi. Tutti i racconti, di Franz Kafka, a cura di Ervino Pocar, Oscar Mondadori. Le avventure di Alice nel paese delle Meraviglie, di Lewis Carroll, traduzione di Alessandro Ceni, Einaudi. I quaderni di Malte Laurids Brigge, di Rainer Maria Rilke, a cura di Furio Jesi, Garzanti. Lettere, 1845-1886, di Emily Dickinson, a cura di Barbara Lanati, Einaudi. Tutte le opere, di Emily Dickinson, a cura di Giuseppe Ierolli (www.emilydickinson.it)]

Giuseppe Zucco (1981) lavora alla Rai. Ha esordito con un racconto nell’antologia L’età della febbre (minimum fax, 2015) e ha pubblicato una raccolta di racconti, Tutti bambini (Egg Edizioni, 2016). Il cuore è un cane senza nome (minimum fax, 2017) è il suo primo romanzo.
Commenti
8 Commenti a “Avvicinare Emily Dickinson #1”
  1. Maria Pertile scrive:

    Uno tra i più bei saggi su ED che abbia mai letto (diciamo negli ultimi 30 anni). Bravo Evviva Un Vero Lettore Attento BEUVLA
    Maria Pertile

  2. Alessandro scrive:

    cpmplimenti x quanto ha scritto…sapora molto di verita’…

  3. Bandini scrive:

    Grazie di cuore.

  4. Michela scrive:

    Bel saggio. Lo conservo e me lo rileggo. Amo molto E. Dickinson.

  5. Mario scrive:

    Davvero una bella recensione, un ottimo invito ad approfondire la conoscenza di Emily Dickinson.

  6. Maria Luigia scrive:

    Bellissimo saggio e bellissime le parole di Emily Dickinson
    Complimenti, un ottimo invito ad approfondire l’autrice ma anche tutti gli altri libri citati.

  7. Giuseppe Ierolli scrive:

    “Nella versione di Emily Dickinson, perfino la nostra finitezza appare un errore di prospettiva. Se dentro la sua piccola stanza riesce a percepire intorno a sé le stelle e il mare, allora tutte le convenzioni saltano, e non c’è più una stanza chiusa e il cielo aperto, e non c’è più un interno e un esterno, ma tutto è un unico ambiente”

    Bella considerazione, una delle più illuminanti che ho letto circa la poesia di ED.

  8. Questo avanzare di asse in asse, questa percezione che non è sensoriale ma immaginaria, questo saper sognare fanno di questa piccola ragazza vestita di bianco un infinito canto. La sua è una capacità generata da quel sogno che in lei vive, e che in noi a volte è messo a tacere. La sua voce ci sveglia, ci costringe a quell’innocenza primaria che è lo stadio che prelude al paradiso.

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