D'ALEMA AL MARE

Azzurro. Massimo D’Alema e la fine dell’estate

Oggi, 23 settembre, è l’equinozio d’autunno.

di Ivan Carozzi

Ho riguardato una foto che avevo postato su Facebook qualche mese fa, in aprile, quando l’estate era ancora un sogno. La foto è stata scattata probabilmente in Puglia, a Gallipoli, la città dove Massimo D’Alema, il protagonista dello scatto, è nato nel 1949. Questa foto oggi mi sembra formata da più veli, più fogli, più strati, ed ogni foglio parla, mi guarda, ed evoca in me il sentimento di una fine, di un tramonto, anche se nell’immagine il sole è alto, splende allo zenit, e stende la più sovrana luce mediterranea sopra la tavola del mare, su una barchetta, su un faro in lontananza, sulle case bianche, sulle pagine di un giornale, sul volto e la camicia chiara di un uomo. La prima fine evocata è quella dell’estate, che per quanto mi riguarda non è quasi mai iniziata, anche per cause meteorologiche: un tempo infame, specie al nord e al centro. Così, in questi giorni di settembre, guardare questa foto, dove l’estate sembra appena esplosa, è per me causa di un rimpianto e di una sete inappagata. La seconda fine è quella invece che riguarda Massimo D’Alema, il politico Massimo D’Alema, che ha patito in sorte di essere stato travolto, messo da parte, per via di un fenomeno designato da un termine troppo misero, concepito nel trivio politico-giornalistico, che tutto liquida e non fa onore alla sua complessa persona, al suo patrimonio genetico, alla sua invisibile ricchezza, alla gloriosa storia comunista da cui proviene, al suo amore per il mare spacciato per amore di una barca, al suo profilo colto e borghese, ai suoi tic deliziosi, alla performance assoluta dello sguardo e dell’oratoria fatta di silenzi acuminati e asciutto vocabolario progressista: tutto liquidato, cancellato, rimosso; semmai questa misera parola, che è rottamazione, questa piccola trovata politico-giornalistica, qualifica l’epoca e gli ambienti in cui quella parola si è propagata. Questo è certo. Al di là dell’altro aspetto, qui non discusso, che è invece la discutibilità del politico D’Alema: gli errori, il calcolo come unica scienza del fare politica, eccetera.

La terza fine, o tramonto, sono quelli della stampa, dell’editoria, del libro, dei giornali, di Gutenberg, della carta, delle stesse facoltà cognitive che presiedono alla lettura e alla riflessione. Ciascuno di questi aspetti li vedo ben descritti nella sagoma pacifica di quest’uomo che, di fronte al mare infinito, si concede il lusso vero di un’operazione che già oggi ci appare antica, distante, obsoleta: la lettura di un giornale. In silenzio, in solitudine, avendo tempo per farlo. E ponderando le parole, l’arte della punteggiatura, spaziando con lo sguardo lungo un foglio diviso in una gabbia grafica. Che corrisponde ad una logica di organizzazione dei contenuti; che rispecchia una logica cognitiva di assorbimento dei medesimi. Box, spalla, fondo, occhiello, titolo, catenaccio. Sotto il sole, in una bella giornata. Avendo un mezzo mattino da perdere, respirando l’aria che viene dal mare. Un’ora di lettura indivisibile senza il disturbo e lo stimolo continuo di più finestre aperte su più contenuti. Apprendere, analizzare, comprendere, riflettere. Ascoltando il grido di un gabbiano che si mescola al sapore concreto astratto di una riga letta.

Inesorabilmente, negli anni in cui ogni giorno una cosa muore pugnalata da una cosa nuova, in cui ogni giorno abbiamo comunque il compito oggettivo di guardare avanti, io qui vedo la foto di un uomo che, in un certo senso, non è già più tra noi, si congeda, figlio di un’epoca lunghissima che non è davvero più tra noi, rottamata, e nel suo sguardo un po’ provocatore e fiero, io oggi sento che come un oracolo ci sta dicendo questo: ma che ne sapete, voi, dell’azzurro?

Lavora a La 7. Ha scritto per diversi quotidiani e periodici. È autore di Macao, un ebook sulla vicenda della torre occupata a Milano. È autore di un reportage narrativo sul romanziere Michel Houellebecq e il movimento raeliano. Dal settembre 2012 tiene un tumblr sul quindicennio 1970-1985.
Commenti
8 Commenti a “Azzurro. Massimo D’Alema e la fine dell’estate”
  1. Claud Bohm scrive:

    La foto in effetti è stata scattata a Gallipoli. D’Alema però non è nato nella cittadina pugliese ma a Roma.
    E poi D’Alema più che all’azzurro del mare gallipolino ora pensa probabilmente al verde dei suoi vigneti (15 ettari di terreno nella campagna di Narni) e al rosso dei suoi Pinot

  2. Ivan scrive:

    Si. Stupidissimo errore. Faccio ammenda. Non ho verificato perché dentro di me, non so per quale ragione, era da sempre una certezza che fosse nato a Gallipoli.

  3. Giovanni scotto scrive:

    io guardando la foto penso ecco l’uomo che ha contribuito a rottamare me e la società che mi sta intorno…

  4. jacopo scrive:

    “alla gloriosa storia comunista da cui proviene” e che ha fatto ogni sforzo possibile per gettare nell’immondezzaio. Ma cos’è ‘sto tono elegiaco? D’Alema in tutta la sua carriera politica non ne ha azzeccata una. Cosa ne so IO, dell’azzuro? Semmai cosa ne sa LUI, della società italiana!

  5. franzecke scrive:

    Ah ah più che a un’elegia a me fa pensare ad un requiem, e sono convinto che se D’Alema lo leggesse passerebbe la settimana successiva a toccarsi le palle. Fantastico.

  6. Salvo scrive:

    Come vedi, caro Ivan, i commenti precedenti confermano che siamo al tramonto di una società, persino di una civiltà La rabbia , il populismo, l’antipolitica, tutto l’armamentario della destra divenuto pervasivo ed egemone nell’opinione pubblica, non lasciano capire neanche il senso della tua pagina che non mi pare volesse essere semplicemente un omaggio a D’Alema. Ma in fondo essere”controcorrente” è un buon esercizio morale ed intellettuale.

  7. Jacopo scrive:

    Io il senso del pezzo l’ho capito benissimo, non pratico l’antipolitica (anzi sono un militante) e conosco bene il populismo e i suoi rischi. Molto semplicemente, ho quella memoria storica che sembra scareseggiare nell’autore di questo articoolo. Solo qualcuno con memoria ridotta (o curiose forme di rimozione) potrebbe ad esempio considerare correlati fra loro la “gloriosa tradizione comunista” (cioè, con abusiva ed illegittima identificazione, la “gloriosa tradizione del PCI”) e Massimo D’Alema, che quella tradizione, gloriosa o meno, ha fatto ogni sforzo per gettarla, lo ripeto, nell’immondezzaio. Lasciamo poi stare le immense responsabilità di quest’uomo, a partire dalla famosa Commissione Bicamerale grazie alla quale, per soddisfare alle sue ambizioni di potere, egli permise a Silvio Berlusconi, politicamente ridotto a un cane morto, di riprendere fiato e rimontare in sella. O alla consegna di Ocalan nelle mani della polizia turca. O al contributo fattivo ai bombardamenti della ex-Jugoslavia. “Antipolitica”? Ma andiamo!

  8. pococurante scrive:

    E poi sta sfogliando un giornale, non sta compulsando un cellulare… che antico! Bah…

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