baboucar (1)

Dalla parte di Baboucar

baboucar (1)

Un gruppo di ragazzi nel centro Italia, tra Perugia e Falconara Marittima, colti in due giorni, nell’attesa che il loro destino di richiedenti asilo venga sciolto dai cosiddetti organismi preposti. Baboucar, uno dei ragazzi, è alla testa della banda, come scrive all’inizio di ogni capitolo Giovanni Dozzini, l’autore di E Baboucar guidava la fila (minimum fax), un romanzo di azioni e movimenti, di pensieri e di libertà nella giovinezza, mentre il territorio intorno a loro oscilla tra curiosità, diffidenza, ostilità nei loro riguardi.

Nella narrazione quotidiana contemporanea, come sappiamo, la questione dei migranti occupa uno spazio consistente. E non occorre riportare qui un campione di titoli di giornale o di servizi televisivi per sostenere come in queste narrazioni venga messo in luce, a stragrande maggioranza, l’aspetto di minaccia che gli stessi migranti rappresenterebbero per Gli Italiani. Di tutto il resto – delle vite, ad esempio – sembra importare davvero poco.

È uno degli scandali del nostro tempo. Senza cedimenti retorici e costruendo una storia fresca, calata nel presente ma priva del fiatone sociologico che appesantirebbe il romanzo, Dozzini ha ribaltato l’assunto dominante, entrando nell’ottica di Baboucar e dei suoi amici.

Nel tuo romanzo ci sono questi sei ragazzi che trascorrono un paio di giorni tra l’Umbria e le Marche – che poi, geograficamente, è il cuore dell’Italia. Sono arrivati da varie zone dell’Africa – chi dal Mali, dal Gambia o dalla Costa d’Avorio, eccetera – e fanno cose decisamente normali. Guardano la finale degli Europei, rimorchiano (o si fanno rimorchiare), vanno al mare, stanno su whatsapp. Leggendo E Baboucar guidava la fila, verrebbe da pensare, Ma che c’è di strano, di diverso in tutto questo?

Nulla. Non c’è nulla di strano in questo. La stranezza sta negli occhi di chi di solito li guarda, nel nostro modo di vederli e di pensarli. Le donne e gli uomini che arrivano in Italia dopo lunghi viaggi attraversando deserti e mari e terre sterminate lo fanno proprio perché una volta qui vorrebbero fare quel che fanno tutti gli altri. Se hanno vent’anni vogliono trovare una ragazza, vogliono vedere le partite di pallone, vogliono fare un bagno al mare. Vogliono lavorare, naturalmente, vogliono un lavoro dignitoso, una casa dignitosa, vogliono potersi  muovere liberamente. Vogliono una vita migliore rispetto a quella che facevano nel posto in cui sono cresciuti. Generalmente è così. La rappresentazione che se ne fa di solito è grossolana. E se da una parte è una follia pensare che tutte queste persone siano pericolose, brutte e sporche e cattive, dall’altra è assurdo pensare che una volta in Italia dovrebbero accontentarsi di fare una vita ridotta ai minimi termini. Anche i più benevoli a volte si scandalizzano di fronte alle loro piccole e comuni ambizioni: noi ti accogliamo, ma tu accontentati di fare una vita da straccione, di mangiare male, vestirti male, vivere male. Accontentati di essere un poveraccio. Esiste una retorica pietista e in fondo molto arrogante, per cui l’accoglienza nel nostro Paese è sotto sotto considerata una concessione e non il riconoscimento di un diritto. Su questo si può lavorare, è qualcosa che si può e si deve scardinare.

E Baboucar guidava la fila non è una storia morale, ed è come se i protagonisti si muovessero in un modo selvatico, procedendo a tentoni. Eppure intuiamo come non siano esattamente liberi. Ecco: qual è il grado di libertà di cui dispongono Baboucar e compagnia? Quella della libertà è una questione che avevi in mente, scrivendo?

Sì, l’idea che tutti abbiamo del concetto di libertà è uno dei cardini del romanzo. Si riallaccia al discorso di prima: fin dove può arrivare, dal nostro punto di vista, la loro libertà? Sono liberi di fare cosa, esattamente? Per molta gente, per fare l’esempio più banale, i richiedenti asilo non dovrebbero essere liberi di comprarsi e mantenersi uno smartphone. Per molti ritenere che sei richiedenti asilo possano volere fare un bagno in piscina, o andare al mare, è una provocazione bella e buona. Eppure le loro storie personali sono un inno alla libertà. Per arrivare a Perugia Baboucar, Ousman, Yaya e Robert hanno dovuto prendere decisioni difficili, hanno praticato con coraggio e determinazione la libertà di abbandonare la famiglia, la casa, la terra in cui sono nati e cresciuti, e di intraprendere un viaggio pieno di insidie e dalla meta finale in fondo incerta. Da un certo punto di vista non c’è nessuno più libero di loro, a guardarsi intorno. Allo stesso tempo nel momento in cui mettono piede sul suolo europeo delle leggi farraginose e per lo più ottuse li trasformano in soggetti a libertà limitata, limitatissima. Il bello è che loro non ci stanno. E quindi la loro libertà, in un modo o nell’altro, cercano di preservarla sempre e comunque.

La comitiva di cui racconti, in attesa per la richiesta d’asilo, viene fermata tra le pieghe dei controlli, per un biglietto sul treno, ad esempio. A un certo punto un carabiniere chiede a uno di loro: «Ma senti un po’, Ousman. In Gambia stavi molto peggio che qua?» È la domanda che aleggia nella testa di un sacco di italiani che hanno un approccio che definirei piuttosto superficiale alla migrazione.

Eppure è una domanda legittima. La maggior parte della popolazione non può che avere una conoscenza superficiale della questione delle migrazioni. È inevitabile, la vita è complicata per tutti, le priorità sono altre. Come per molti temi, quando si tratta di migrazioni la gente si affida alla rappresentazione che ne fanno i media, quelli classici e quelli nuovi, e a quella proposta dalla classe politica. E qui le responsabilità sono enormi. Se un ministro dell’Interno parla di “palestrati” che vengono in Italia a godersi “la pacchia” molta gente ritene di dovergli dar credito. È un ministro della Repubblica, se lo dice deve avere  buone ragioni per farlo. Il guaio è che si tratta di ragioni di propaganda. E i giornali, le televisioni, il web, quasi mai questa propaganda la chiamano per nome, quasi mai la contestano nel merito, quasi mai raccontano le storie di queste persone nel modo in cui la stampa dovrebbe farlo sempre, e cioè contestualizzando e andando a indagare le dinamiche che stanno dietro agli sbarchi sulle coste italiane. Il tratto di Mediterraneo tra la Libia e la Sicilia è quasi sempre solo l’ultimo e tutto sommato breve tratto di un percorso lunghissimo e difficilissimo. Dopodiché, a quella domanda pressoché qualsiasi africano risponderebbe di sì. In Gambia stavi molto peggio che qua? Sì. E in Senegal? Sì. E in Mali? Sì. In Africa tendenzialmente si sta molto peggio che qua, sì. Anche, anzi soprattutto, per colpa degli occidentali, anzi soprattutto per colpa degli europei.

Nell’Italia degli anni Dieci la questione legata ai migranti è definitivamente esplosa. Senza ripercorrere tutte le tappe: tra le date cerchiate in rosso c’è il giorno della sparatoria fascista di Macerata. Nel centro Italia, in un posto che tutti definivamo quantomeno «tranquillo», come si usa fare. Episodi simili, dopo, si sono ripetuti in varie zone d’Italia. È un senso di minaccia che riguarda anche Baboucar e il suo gruppo?

Bisogna stare molto attenti, certo. Lo sdoganamento c’è stato, a partire dal linguaggio. Non ci si vergogna più a esprimere in maniera esplicita le proprie idee razziste, e prima ancora non ci si vergogna più di possederle, certe idee. E in questo credo che grandi responsabilità vadano addebitate a chi ha governato prima di Salvini e Di Maio. Le politiche sui migranti del governo Gentiloni sono state criminali. Prendiamo la Libia. Gli accordi presi dal ministro Minniti con le bande locali, dai quali dipende il drastico calo degli sbarchi in Italia nell’ultimo periodo, l’hanno trasformata in un enorme campo di concentramento. Per non parlare degli interventi restrittivi sull’iter per la richiesta d’asilo dell’asse Minniti-Orlando. Il Pd al governo ha assecondato l’idea per cui quello dei migranti è innanzitutto un problema di sicurezza, e le persone comuni, anche quelle che si sono sempre professate o credute di sinistra, hanno afferrato alla perfezione il messaggio. Dando così sfogo a pulsioni criptorazziste che pensavano di non potersi permettere. Dopodiché, a quel punto, alle elezioni han votato e purtroppo almeno per un po’ continueranno a votare chi di essere razzista non si è mai vergognato. Tornando al punto: bisogna fare davvero attenzione. Baboucar e gli altri nel romanzo non incontrano persone ostili, in fondo, e l’unico pericolo che sentono di correre seriamente è quello di vedere compromessa la loro domanda di asilo. Ma è perché io volevo portare il lettore da un’altra parte. D’altronde basta la cronaca di tutti i giorni, da Macerata a Caserta e Forlì a molti altri posti, per capire che la questione è seria.

Il rischio di un libro come E Baboucar guidava la fila – da te schivato – è di stare al di là del confine tra narrativa e sociologia, un rischio non da poco per la riuscita di un romanzo; immagino ne fossi consapevole: cosa hai fatto per stare diciamo “dalla parte del racconto”?

Sì, era la mia paura maggiore. Quel che potevo fare, e che ho cercato di fare, è stato raccontare questa storia senza pensare al passato e al futuro dei miei personaggi. È un romanzo in presa diretta, fatto di presente, praticamente solo di presente. Il bagaglio personale, l’eredità delle esperienze di vita di ciascuno di loro si avverte, ma non si prende mai, o quasi mai, la scena. I quattro protagonisti hanno vent’anni o poco più, vivono in un Paese straniero, molto lontano da casa, e hanno voglia di vivere nel migliore dei modi, appieno. Non sono né buoni né cattivi, non devono affrontare vicissitudini epiche, anche se per loro le giornate, qui, sono un po’ più complicate che per gli altri. Ho provato a evitare qualsiasi eccesso di drammatizzazione, di scrivere senza retorica. Scegliendo di conseguenza di raccontare una storia senza una trama forte. Ma in cui spero emergano personaggi a loro modo forti, e un contesto storico forte, definito in modo eloquente.

Ah, volevo chiederti: perché hai scelto di raccontare questa storia? Ti ci sei imbattuto, o sei andato a cercarla?

È una storia che avevo in canna, perché ho avuto la fortuna di lavorare per qualche tempo a dei progetti di giornalismo partecipativo sull’integrazione a Perugia, la mia città. Ho conosciuto un po’ di richiedenti asilo africani, con alcuni di loro sono diventato amico. Almeno tre dei personaggi del romanzo si ispirano – non tanto nelle cose che fanno quanto nei modi di essere, nel carattere, nei gradi di padronanza dell’italiano – a ragazzi in carne e ossa. Dopodiché, l’idea del romanzo m’è venuta un giorno di luglio affacciandomi alla finestra del posto in cui lavoro. Era mezzogiorno, il sole picchiava forte, faceva caldo. Ho distolto lo sguardo dallo schermo del computer e ho visto quattro o cinque ragazzi neri che camminavano in fila indiana, con delle buste in mano e degli zaini in spalla, lungo una strada di periferia, in una zona industriale a pochi chilometri da Perugia. Mi sono chiesto dove se ne stessero andando, in quel posto e a quell’ora, e ho cominciato a scrivere per trovare una risposta possibile. Il romanzo è quella risposta.

Dovendo comporre una bibliografia di libri – romanzi o saggi – che affrontano l’argomento della migrazione in Italia, sia pure in modo diverso (nella forma romanzo, racconto, saggio, reportage, inchiesta); quali titoli includeresti?

Ne cito tre. Storia dell’immigrazione straniera in Italia. Dal 1945 ai giorni nostri, di Michele Colucci, un saggio in cui si ripercorre con grande chiarezza ciò che è accaduto nel nostro Paese, in tema di migrazioni, dalla Seconda Guerra Mondiale in qua. Poi 5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare), di Stefano Allievi, un libello semplice semplice in cui si spiegano efficacemente alcuni concetti chiave che io ho tenuto ben presenti nella stesura di Baboucar. Infine La frontiera, di Alessandro Leogrande, un libro semplicemente bellissimo, un reportage che è un romanzo che è un saggio in cui non manca nulla di ciò che avremmo bisogno di sapere per farci un’idea compiuta della questione delle migrazioni in Italia. Alessandro, come sappiamo tutti, a parlare di queste cose era il più bravo.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma, dopo aver vissuto a Gravina in Puglia. Cura la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio, in passato ha scritto per Blow up. Collabora con Repubblica – Roma .
Aggiungi un commento