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Che i baci non lascino tracce

di Simone Consorti

Lei
Oggi preferisco essere fotografata che intervistata. Forse posso riuscire a fingere ma non so se, a parole, potrei mentire. «Più vicini», ripetono, «ancora di più» insistono i fotografi. Hanno in mente scatti tipo La bella e la bestia. Sostengono che la gente, grazie a questa mia scelta di vita, da oggi in poi mi considererà un’eroina. «Un attimo, l’eroe sono io» puntualizza mio marito, abbozzando un tentativo di sorriso. In realtà è una smorfia, una specie di parodia, visto che non può muovere la faccia. Appena ci prova, gli altri ridono, servizievoli, al posto suo, come se avesse detto chissà che di divertente. Allora i clic piovono a grandine. A volte mi piacerebbe rovinare le loro foto con una manciata di lacrime

Lui
Sotto le raffiche delle macchine fotografiche oggi si guadagna più che in tre anni sotto le armi. La cosa strana è che Emily è imbarazzata, mentre sono io che, al limite, dovrei vergognarmi. Da quando quella mina mi è scoppiata davanti, la mia faccia non è più mia, quindi non me ne vergogno. Le foto sono solo un modo per fare qualche soldo e riaverne un’altra più accettabile, se non simile alla vecchia, perché l’assicurazione dell’esercito non copre operazioni di chirurgia estetica. Dal mio ritorno a Memphis, mi chiamano “il guerriero” perché, così ridotto, ho il coraggio di mostrarmi davanti a tutti. Quand’ero in Iraq, ero un soldato anonimo. Non mi meritavo alcun articolo o appellativo. Qui, invece, trattano la mia terza operazione al viso come se fosse la Terza guerra mondiale. Ogni rivista vorrebbe l’esclusiva. L’obiettivo stavolta è tornare, operazione dopo operazione, bello come il paese che mi ha mandato in guerra. Solo così, mi hanno spiegato, io e la patria potremmo recuperare l’innocenza.

Lei
I fotografi mi lanciano certe occhiate. Non l’ho mai vista tanta ipocrisia. Uno mi ha stretto la mano titillando il pollice dentro il mio palmo e tutto davanti a mio marito, mentre gli diceva quanto lo stimava e gli garantiva che l’avrebbe ritoccato in modo perfetto. «Per farmi apparire più brutto o più bello?» gli ha chiesto lui, ridendo. Lo scoop consiste proprio in questo, nel fatto che, a prescindere da com’è diventato d’aspetto, cioè un personaggio di Francis Bacon, io l’accetto. Nessun lettore di Nashville, Chattanooga o Memphis, solo io so che non è del tutto vero; nemmeno lui se n’è accorto, tutto preso com’è dai servizi sui giornali; non dà importanza al fatto che lo respinga a letto. Il problema è che i fotografi vedono solo il viso e il collo; non inquadrano le braccia con le quali vorrebbe toccarmi o le piaghe che ha sulla pancia. Ci vorrebbero i raggi x, poi, per rivelare come sia cambiato dentro! Oggi, in salotto, ha tolto la foto del matrimonio sostituendola con quella che ci hanno fatto i fotografi dopo il suo ritorno. Quando gli ho chiesto dove fosse la nostra foto, mi ha spiegato che era tra gli oggetti del passato. «E dove sono gli oggetti del passato?». «Non qui». «Dove?». «Giù». Rispondeva a monosillabi, sembrava una caccia al tesoro, tanto che ci ho messo mezz’ora a capire che erano in cantina. Il fatto è che io posso resistere solo se penso a come eravamo prima, mentre per lui quel confronto è insostenibile.

Lui
Sua madre non mi ha guardato nemmeno una volta, stasera. Nemmeno a tavola, nonostante mi fosse seduta davanti. Ha fissato tutto il tempo la minestra quasi ci fosse caduta una mosca. E poi la carne, come se ci avesse visto un verme. Anche i vermi sono meno disgustosi di me, pare. Almeno mia suocera è rimasta coerente. Non le sono mai piaciuto, nemmeno prima del fidanzamento. Il giorno in cui ci siamo sposati, una settimana prima della mia partenza, per lei sembrava tutto tranne che una festa. In tutte le foto che ho fatto sparire non ce n’è neanche mezza in cui sorride. Guarda sempre annoiata la fotocamera, sempre distante. Eppure anche quel fotografo di matrimoni ripeteva: «Si avvicini». Oggi se n’è andata subito dopo cena, ha fatto semplice presenza. Quando mi ha detto, sempre guardando in basso, che mi vedeva meglio, non gli ho riso in faccia giusto per evitare una litigata. Ho sempre paura che mia moglie possa viverla male e prendere la palla al balzo per andarsene. In tavola eravamo praticamente in due perché anche suo fratello è stato tutto il tempo al cellulare. Era con noi per stare altrove e si metteva in mezzo solo per chiederci uno scatto insieme. A lui non facevo schifo, gli andava bene farsi vedere con me; tra una telefonata e l’altra, anzi, ha fatto l’amicone, almeno fino a quando non gli ho spiegato che i selfie erano off limits, perché avevamo venduto l’esclusiva. «Che cosa ridicola!» ha commentato. «Trentamila dollari a servizio non sono per niente una cosa ridicola!». «Io mi riferivo all’esclusiva, non alla cifra» ha ribattuto lui. È stata un vera battaglia non litigarci. Probabilmente voleva vendersi le foto da solo, il cognatino. Mi sono dovuto controllare più che con sua madre. «Non possiamo rilassarci un po’?» è intervenuta, a un certo punto Emily, la frase in assoluto più assurda della serata, perché, da quando sono tornato, nemmeno da addormentata l’ho mai vista rilassata.

Lui
Non capisco se mi guardano perché sto sui giornali o in quanto gli faccio ribrezzo o tutto due al cinquanta percento. Al ferramenta sono stato scortato da più di uno sguardo e, alla cassa, la ragazza sembrava terrorizzata, magari perché ha visto il mio volto o perché, sul mio volto ha visto quello che avrei fatto. «Quindici dollari e mezzo». «Quindici dollari e mezzo» è l’unica cosa che ha detto, facendo passare il contenitore. Se sfigurassi Emily con l’acido cloridrico, saremmo uguali e forse capirebbe quanto è difficile accettarsi. Ma, se lo facessi io, diventerei un mostro doppio. Invece, se se lo gettasse da sola, per saldare la nostra unione, vincerebbe tipo il premio Nobel: «Donna si deturpa il viso per vivere su se stessa il dramma del marito!». Un vero atto d’amore, oltre che un atto drammatico, il cui effetto, tuttavia, durerebbe solo un attimo, perché il succo della nostra storia consiste proprio nella sua bellezza e nel sacrificio che ne fa. È tutta qui la nostra vicenda pubblica: nel suo donarsi, nel suo darsi esclusivamente a me e non ad altri. Per questo presto passerò per odioso e, se non mi opero, se non miglioro, anche mediaticamente diventerò un personaggio scomodo, come quello che la forza, che la obbliga. Così non funziona.

Lei
Stasera si è avvicinato. Senza dirmi niente, mi è montato a cavalcioni come se fossi un nemico da immobilizzare. «Dai, che al buio non mi vedi» mi ha pregata. «Non è questo», gli ho risposto, «è che non sono pronta». «Pronta a cosa?». «Secondo te?». La mia voce, al buio, mi suona in modo strano, quasi stessi rivolgendomi a un neonato. Comunque, dopo queste scene, lui scende sempre in cucina a bere. Sa benissimo che è proibito dalla cura che gli hanno imposto, e che questa cosa mi preoccupa, ma credo che lo faccia apposta.
«Non è colpa mia», mi urla da sotto, «non è colpa mia se ho pestato quella mina!». Sera dopo sera, ormai ripetiamo sempre la stessa scena. Lui si avvicina docile. Io lo respingo. Lui scende a bere e ritorna meno docile. Sempre meno docile. A quel punto mi prende la mano e pretende di farmi sentire che è ancora un uomo. «Lo vedi?», mi ripete, «Lo vedi che al buio non è cambiato niente?». Usa l’oscurità, l’alcool e l’orgasmo che gli dà la mia mano per convincersene. Per cinque minuti riesce a dimenticarsi di sé. Il problema è che coincidono con i cinque minuti in cui sento che tutto è irreparabilmente perso.

Lui
L’ho sorpresa allo specchio. Si stava guardando, si stava facendo le sopracciglia, dopo aver messo la crema di bellezza. È fantastica ma non le basta, vuole essere ancora più perfetta, per gettarmi in faccia la differenza. Appena mi ha visto è sobbalzata. «Mi hai messo paura» ha confessato, quasi scusandosi, come se avesse fatto qualcosa di sbagliato. «Lo so», ho ironizzato, «ci sono abituato». La verità è che mi sono messo paura da solo. Era tanto che non mi vedevo, a parte le foto. Lo psicologo aveva proposto di togliere tutti gli specchi al mio ritorno, ma mi sono opposto. Perché non volevo essere da meno: se mia moglie mi accettava, anch’io dovevo fare lo stesso, anche con le cicatrici e tutto il resto. Chissà se Emily mi ha accettato davvero! Sta sempre di più fuori casa. Non so se è per non vedere me o per vedere qualcun altro. Non so nemmeno quale delle due situazioni mi ferirebbe di più. Se stare con un altro qualche ora, l’aiutasse a sfogarsi e le permettesse di accettarmi, forse per me andrebbe bene. Non credo di avere il diritto di essere geloso. Non so. Ogni volta che esce di casa però devo bere, mi sento sconvolto. L’immagino sempre con qualcuno più bello o più forte. Cos’avrà fatto per ventitré mesi da sola, dopo che sono partito? Magari già mi tradiva, quando ero ancora io.

Lui
L’unica fortuna di avere la mano insensibile è che, quando mi tocco, mi sento meno solo. È come se non stessi tenendolo nella mia mano, ma a farlo fosse qualcun altro. Immagino sia lei a toccarmi. Più volte ho chiamato il suo nome, in quei momenti. L’ho gridato come se potessi costringerla ad ubbidirmi, come se potesse rispondermi sussurrando il mio. I nostri nomi sono l’unica cosa che non è cambiata. Emily, vuoi prendere il qui presente Nicholas nel bene e nel male, nella salute e nella malattia, in ricchezza e in povertà, col suo vecchio volto e come un mostro?

Lei
Vorrei avere una maschera indosso; tra un po’ dovrò tornare a casa e sarà la solita recita, con lui che fa finta di credere che ho il mal di testa. Oppure che non fa nemmeno finta. «Sono io che dovrei averlo, quello», ha strillato ieri, «non sono forse io che prendo cinque diverse medicine!». Ormai assume di tutto; più manda giù pasticche più gli sale la rabbia. «Mi ascolti?», mi chiede, «Puoi almeno ascoltarmi se proprio non vuoi vedermi?». È sempre saturo di doppi sensi. Forse per questo non lo sento, perché ho paura di capire dopo, quello che le sue parole nascondono. Non so più che fare, non ce la faccio più a recitare questa parte. All’inizio era ancora amore, poi mi sembrava il mio dovere, infine è diventata un’incombenza e una tortura da ripetere.

Lui
È sempre più truccata come se fosse lei a dover nascondere il suo viso. Ma forse ha da nascondere altro. O qualcun altro. È una cosa inaccettabile che i baci non lascino tracce, che poggiare un piede a terra mi abbia procurato questa faccia, mentre non rimane alcun segno delle labbra. I baci, anche quelli più profondi, spariscono un attimo dopo, svaporano, si dissolvono e, comunque, già sono invisibili, quando lei varca la porta di casa. In ogni caso non solo si trucca, ma trucca anche le mie parole perché, parlandomi, mi dà le spalle e le ripete cambiandogli tono. Prima l’ho pregata, l’ho implorata, supplicata di una cosa e lei mi ha risposto che non tollera gli ordini. Dice che è stata al cinema, che non ho motivo di alterarmi, dice che il film era niente di che e nemmeno le è servito per distrarsi. «Distrarti da cosa?». «Niente» dice. Tutto niente, tutto senza importanza. Soprattutto io. «Perché ci vai se non è niente di che?» le chiedo. «A volte mi sembri tu quella che è stata in guerra: parli poco, sei sempre depressa». Lei dice che queste sono sensazioni mie, probabilmente gli effetti delle pillole. Ho temuto che, pur di evitare di litigare, se ne uscisse di nuovo, infatti aveva rimesso il mantello. Allora ho perso il controllo. Ma non è stato lo strattone, è proprio il semplice contatto che ormai le dà il rigetto. L’unica cosa positiva di avere questa faccia è che posso nascondere bene quel che ho in mente.

Lui
Solo quando i fotografi scattano, non è girata. Per il resto ho imparato a conoscere le sue spalle molto meglio delle sue facce. È la più grande attrice che conosco, ma, da tre mesi che sono tornato, non mi ha mostrato un’espressione di pietà. Con una faccia impassibile, mi ha comunicato che se ne andrà domattina. Me l’ha già detto altre volte, prima. Almeno tre. E poi non ne ha fatto niente. Ora nel sonno, mentre respira, mentre il suo petto si alza e si abbassa e invece sono immobili, appena socchiuse, le labbra, è bellissima. Come se fosse nostra figlia. La nostra bimba la vorrei proprio così. Con gli zigomi sporgenti, le labbra un po’ all’ingiù e il naso che, a seconda di come lo guardi, diventa più lungo o minuscolo. Sei bella, Emily, sei troppo bella per non diventare madre. Per questo, se non domattina, comunque, presto o tardi, te ne andrai. Una cosa che non posso sopportare. Eppure, una parte di me è convinta che mi perdonerai; che, con la polizia e i giornali, condividerai la mia versione dei fatti, quella del sacrificio fatto per sentirmi più vicino. In fondo, a vedere deturpato il viso che amo, il tuo sacrificio sarà pure mio. La guardo un’ultima volta com’è: il suo naso, le sue labbra, i suoi capelli. Peccato che gli occhi non possa vederli. Le dico addio fissandola ancora, prima che l’acido la deformi celebrando il nostro secondo matrimonio e unendoci per sempre di nuovo.

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Simone Consorti è nato nel 1973 a Roma, dove insegna in un liceo. Ha esordito con “L’uomo che scrive sull’acqua ‘aiuto’(Baldini e Castoldi 1999, Premio Linus). Ha pubblicato “Sterile come il tuo amore”(Besa, 2008, adattato per il teatro nel 2009), “In fuga dalla scuola e verso il mondo”(Hacca, 2009), “A tempo di sesso”(Besa, 2012) e “Da questa parte della morte”(Besa, 2015), oltre che diverse raccolte di poesia, tra cui “Nell’antro del misantropo”(L’arcolaio, 2014) e “Le ore del terrore”(L’arcolaio, 2017). La sua piéce “Berlino kaputt mundi” è andata in scena al teatro Agorà di Roma nel marzo del 2018. Il suo libro di racconti “Otello ti presento Ofelia”, da cui è tratto “Che i baci non lascino tracce” è in uscita per L’erudita.

Commenti
Un commento a “Che i baci non lascino tracce”
  1. andrea milesi scrive:

    Molto duro. Finale davvero bello

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