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Bambini nel tempo – cosa sapevano Victor Hugo e Dostoevskij dell’infanzia

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Durante le vacanze leggo solo i classici. Anche se, senza altri impegni, abbandonando telefono e computer al loro triste destino di filamenti di silicio che nonostante il potere che ora esercitano su di me non parteciperanno un giorno alla redenzione dei corpi, e sprofondando per ore tra le loro pagine, mi rendo conto che non si tratta più di lettura. È una questione di ipnosi.

Come si esce dalla lettura dei classici? Con i polmoni larghi e gli occhi nuovi. Si respira meglio. Si accoglie più vita dentro. E il mondo, lì dove tutto si confonde e si infittisce l’ombra, a tratti diventa più comprensibile.

Le ultime vacanze mi hanno consegnato L’uomo che ride di Victor Hugo e L’idiota di Fëdor Dostoevskij. Che libri strani! Che libri tenebrosi ma incendiati da una luce segreta! Che libri traboccanti di scoperte sul cuore umano! Che meravigliosa e prolungata infrazione di tutte le regole che governano e soffocano gran parte della narrativa attuale! L’impulso di continuare a scrivere solo frasi ornate dal pennacchio di un punto esclamativo indica una cosa soltanto. Classici, i libri che non ci siamo stancati di tramandare nel tempo – la vedete anche voi questa lunghissima catena di uomini e donne che si passano i libri di mano in mano come torce accese nei cunicoli che si biforcano della smisurata miniera dei secoli? – è una parola polverosa che neanche lontanamente restituisce gli effetti che la lettura di un grande libro genera, quel senso di libertà, eccitazione, meraviglia, noia, euforia, terrore, intorpidimento, palpitazione improvvisa e voglia di telefonare a qualcuno nel cuore della notte solo per rileggergli con bocca tremante un passo appena sottolineato dove per un istante hai intravisto te stesso e il mondo fondersi in un unico bagliore.

Caso vuole che entrambi i romanzi siano stati pubblicati nel 1869. Quando li ho presi in libreria neanche lo sospettavo. Seduto sulla mia ignoranza, pensavo Hugo e Dostoevskij lontani l’uno dall’altro perfino nel tempo. Scoprirò poi che non solo i due respiravano negli stessi anni, ma che Dostoevskij leggeva Hugo e attraverso i suoi romanzi dialogava a distanza con lui. Per esempio, sulla pena di morte. Su quanto fosse spaventoso per il condannato l’attimo che precede il sibilo tagliente della ghigliottina. Questo sapersi fottuti, ma definitivamente, e senza possibilità di scampo. E tutto dentro il perimetro di una legge di stato che avrebbe dovuto soffiare via la barbarie, non istituzionalizzarla. Del resto, se Hugo aveva già scritto nel 1829 L’ultimo giorno di un condannato a morte, dimostrando che gli scrittori sono anche portatori sani di idee politiche, cosa che pagò con l’esilio sotto l’impero di Napoleone III, che proprio Hugo apostrofò come Napoleone il piccolo, ricoprendolo nei secoli di ridicolo, Dostoevskij aveva con sé informazioni di prima mano. È noto l’episodio del 1849. Dostoevskij, arrestato per sovversione, fu condannato a morte. Ma solo sul patibolo, davanti alla terribile schiera dei fucili puntati, fu informato dei fatti. Lo zar Nicola I già da qualche giorno aveva commutato la pena capitale in una condanna ai lavori forzati. L’epilessia che lo colpì in seguito, e che viene descritta con pagine indimenticabili proprio ne L’idiota, fu scatenata in parte anche da quel trauma.

Ovviamente, saprete già, arrivo ultimo, i due romanzi sono diversissimi. Niente di più lontano per trama, stile, struttura, intenzioni. Sono paesaggi distanti in cui svettano pure due dei personaggi più folgoranti della storia della letteratura – Gwynplaine, ne L’uomo che ride, sfigurato da una risata fissa sul volto, «colui che viene dal profondo», e il principe Myškin, ne L’idiota, emaciato e scosso da attacchi di epilessia, «un uomo assolutamente buono». Se il primo è circondato da una strana tenebra, il secondo è aureolato da uno strano chiarore. Entrambi, così, risultano rivelatori e imprendibili, ma per vie contrarie.

Eppure, leggendoli in rapida successione, i due libri sembrano segretamente corrispondersi, almeno su un punto. Sia Hugo che Dostoevskij allungano l’ombra di uno o più bambini nella prima parte dei loro romanzi. Se ne L’uomo che ride un bambino, abbandonato di notte sulla costa inglese, vaga a piedi nudi in una tormenta di neve, stringendosi nel suo camiciotto, ne L’idiota una selva di bambini insegue, fischiando e tirando pietre, una donna malata e ripudiata da tutti, perfino da sua madre, la cui unica colpa è stata quella di concedersi all’uomo sbagliato (Dostoevskij liquida la vicenda con una frase laconica e terribile, «Un commissario francese di passaggio la circuì e la portò via, e una settimana dopo la gettò sulla strada e se ne ripartì quatto quatto»).

Questi bambini, però, sono tutto il contrario di come molti li disegnano da sempre. Non sono angelici, ingenui o innocenti, nulla a che vedere con gli occhi languidi o lo zucchero in persona – lo sentite anche voi l’incombere spaventoso di tutti i luoghi comuni sull’infanzia accumulati nel tempo? – e proprio per questo Hugo e Dostoevskij poggiano sulle loro piccole e fragili spalle la possibilità che un miracolo accada. Così, se ne L’uomo che ride il bambino a piedi nudi, camminando a capo chino nella neve, trova una neonata tra le braccia rigide di una donna morta, e la tira via da lì e la ripara sotto il suo camiciotto, ne L’idiota i bambini finiscono per affezionarsi alla donna ripudiata ormai sempre più debole e smagrita, e le offrono dolci, scarpe, calze, biancheria, costringendo tutti gli abitanti del paese a riconsiderare quella tristissima figura, presentandosi in coro davanti al suo letto e assistendo la donna in punto di morte.

Quelle che vi ho appena indicato sono pagine struggenti, neanche lontanamente riesco a sfiorare la loro bellezza con questi cenni. Posso solo suggerirvi di leggerle quanto prima. Perché poi tutti questi bambini non si disperderanno, ma continueranno ad affollare la vostra mente, depositando sulla scia di una corsa sfrenata una lunga fila di sassolini risplendenti, tutto ciò che sapevano dell’infanzia Hugo e Dostoevskij.

Certo, non sarà una passeggiata. Si corre un rischio enorme a seguire questi sassolini. Imboccherete un sentiero, poi un altro, un altro ancora – e sciogliendo di colpo un groviglio di sentieri, vi ritroverete al cospetto di un bambino che non riconoscerete, il bambino che siete già stati, il bambino che un tempo, senza bisogno di parole, animato da grande stupore, che è una forma più ampia d’intelligenza, sapeva tutto, avvertiva ogni cosa, e parlava con gli animali, le piante, le pietre, le stelle, e al di là del bene e del male non scorgeva alcuna differenza tra sé e il mondo, come se l’uno fosse la continuazione dell’altro, e prendersi cura di sé o del mondo era un gesto che affondava le radici nella stessa necessità.

Quel bambino vi guarderà, terrà gli occhi fissi su di voi, poi scuoterà il capo. E se parlerà, se schiuderà le labbra, sarà per salutarvi appena. Capirà che è meglio non incrinare le vostre certezze. Penserà che potreste perdere il lume o la parola, e così non vi dirà che anche voi un tempo, prima che i giorni si irrigidissero in questa forma raggrinzita, sgraziata e spigolosa, sapevate che tutto è possibile, che i fantasmi esistono e la materia è pura immaginazione e la vita un gioco da rifondare costantemente, e non vi elencherà i modi in cui corteggiavate l’ombra e sfidavate il buio, tantomeno rievocherà i pomeriggi infiniti in cui dimoravate come piccole sentinelle sulla soglia tra il visibile e l’invisibile, lì dove tutto si compie e accade. Ma forse, guardando quel bambino negli occhi, ricorderete comunque ogni cosa, e tremerete per questo. Io, qui, davanti al bambino che ero, tremo e continuo a tremare.

da L’idiota, di Fëdor Dostoevskij, Oscar Mondadori, traduzione di Eugenia Maini e Elena Mantelli:

«A un bambino si può dire tutto, tutto; mi ha sempre sconcertato il pensiero di quanto poco i grandi conoscano i piccoli, persino padri e madri i loro figli. Ai bambini non bisogna nascondere niente col pretesto che sono piccoli e che per loro è troppo presto per sapere. Che idea triste e infelice! E come si rendono ben conto i bambini che i genitori li considerano troppo piccoli e non in grado di capire, mentre invece capiscono tutto. I grandi non sanno che un bambino può dare consigli estremamente importanti anche nelle questioni più difficili. Oh Dio! Eppure quando uno di questi teneri uccellini ti guarda fiducioso e contento ti vergogni di ingannarlo! Li chiamano uccellini perché non c’è niente al mondo di più bello degli uccellini!» [p. 97]

da L’uomo che ride, di Victor Hugo, Oscar Mondadori, traduzione di Donata Feroldi:

«Il bambino, come inchiodato alla roccia che l’alta marea iniziava a lambire, guardò la barca allontanarsi. Si sarebbe detto che capiva. Come? Cosa capiva? L’ombra.» [p. 53]

«Portland è una penisola. Ma il bambino ignorava cosa sia una penisola e non conosceva neppure questa parola, Portland. Sapeva solo una cosa, che si può camminare finché non si cade. Una nozione è una guida: lui non aveva nozioni. Altri lo avevano portato lì e lasciato lì. Altri e , questi due enigmi rappresentavano tutto il suo destino. Altri era il genere umano;  era l’universo.» [p. 61]

«Dove l’uomo avrebbe visto il cadavere, il bambino vedeva il fantasma.» [p. 66]

«Come in tutti coloro che si sono da poco affacciati alla vita, e tenendo conto della particolare gravità del suo destino, nel bambino vi era senza alcun dubbio quel risveglio di idee, proprio degli anni giovanili, che cerca di aprire il cervello e somiglia ai colpi di becco dell’uccello nell’uovo; ma tutto ciò che stava racchiuso nella sua piccola coscienza in quel momento si risolveva in stupore. L’eccesso delle sensazioni, come troppo olio nel lume, finisce per soffocare il pensiero. Un uomo si sarebbe fatto delle domande, il bambino non se ne faceva: guardava.» [p. 67]

«Aggiungiamo che i bambini hanno il dono di accettare subito la fine di una sensazione. I contorni lontani e sfumati, che ingigantiscono le cose dolorose, ai bambini sfuggono. Il bambino è difeso dal proprio limite, la debolezza, dalle emozioni troppo complesse. Vede il fatto, e quasi nient’altro. La difficoltà di accontentarsi di idee parziali non esiste per il bambino. Il processo della vita viene istruito più tardi, quando arriva l’esperienza con i suoi incartamenti. Allora si mettono a confronto i vari gruppi di fatti, l’intelligenza edotta e cresciuta fa paragoni, i ricordi dell’età giovanile riaffiorano al di sotto delle passioni come il palinsesto sotto le raschiature, quei ricordi sono le basi su cui si appoggia la logica, e ciò che nel cervello del bambino è visione, diventa sillogismo nel cervello dell’uomo. Del resto l’esperienza è varia, e volge al bene o al male a seconda delle nature. I buoni maturano. I cattivi marciscono.» [p. 73]

«Il bambino ramingo subiva la pressione della città addormentata. Il suo silenzio di formicaio paralizzato emanava un senso di vertigine. Tutte quelle letargie mescolavano i loro incubi, i sonni sono una folla e, da tutti quei corpi umani sdraiati, esalava un fumo di sogni. Il sonno ha oscure parentele fuori dalla vita; il pensiero decomposto dei dormienti aleggia sopra di loro, vapore vivo e morto, e si combina con il possibile che probabilmente fluttua anch’esso nello spazio. Strano groviglio. Il sogno, come una nuvola, sovrappone i suoi strati e le sue trasparenza all’astro dello spirito. Sopra quelle palpebre chiuse, in cui la visione si è sostituita alla vista, una sepolcrale decomposizione di contorni e parvenze si dilata nell’impalpabile. Un’emorragia di esistenze misteriose si mescola alla nostra vita tramite quella riva della morte che è il sonno. Intrecci di larve e anime sono nell’aria. Anche chi non dorme sente pesare su di sé quell’atmosfera carica di una vita sinistra. La chimera circostante, come una realtà indovinata, lo turba. L’uomo sveglio che cammina attraverso i fantasmi del sonno altrui sfiora costantemente forme fuggevoli, ha, o crede di avere, il vago orrore degli ostili contatti dell’invisibile e sente a ogni istante l’oscura pressione di un incontro indicibile e evanescente. È come farsi largo in una foresta, camminare nel cuore dell’esalazione notturna dei sogni.

È ciò che si chiama avere paura senza sapere perché.
Le sensazioni che prova un uomo, un bambino le prova ancora di più.» [p. 170]

Giuseppe Zucco (1981) lavora alla Rai. Ha esordito con un racconto nell’antologia L’età della febbre (minimum fax, 2015) e ha pubblicato una raccolta di racconti, Tutti bambini (Egg Edizioni, 2016). Il cuore è un cane senza nome (minimum fax, 2017) è il suo primo romanzo.
Commenti
3 Commenti a “Bambini nel tempo – cosa sapevano Victor Hugo e Dostoevskij dell’infanzia”
  1. Lisa Tramuto scrive:

    Struggente, appassionante e trascinante, ho sempre amato i classici e questi due autori, tuttavia questi due libri li avevo sempre messi da parte, in attesa di non saprei cosa. Oggi inizierò l’Idiota, immancabilmente. Grazie.

  2. Ernest scrive:

    Bisogna riscoprirli, rileggerli o leggerli se non l’abbiamo mai fatto.
    Lo farò.

  3. Alessio scrive:

    Grazie, innanzitutto. Ho letto l’idiota una decina di anni fa anche attirato dalla definizione di Thomas Mann che lo considerava il romanzo dell’anima. Ho avuto difficoltà per la prima parte del libro, poi le ultime duecento sono un capolavoro assoluto. Per me che siedo davvero sulla mia ignoranza sarebbe istruttivo e utile leggere altre analisi approfondite dei classici

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