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Bao – Il fumetto, tutto qui

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Era la fine del 2009 quando Caterina Marietti e Michele Foschini decisero di fondare Bao Publishing: un piccolo sogno editoriale che in soli 8 anni si è trasformato nella più importante casa editrice di fumetti italiana, restando sempre indipendente.

E sì, aver creduto prima di tutti in Zerocalcare pubblicando i suo libri ha inciso parecchio nella repentina accelerazione della loro parabola ascendente. Ma molto significativa è stata anche la scrupolosa attenzione che fin da subito hanno messo nella cura gestionale della Bao: nessun passaggio professionale è stato mai trascurato, soprattutto la comunicazione – che invece proprio fino a pochi anni fa era la grande assente nelle case editrici di fumetti.

Mi era capitato di intervistare Caterina e Michele, a pochi mesi dalla fondazione di Bao, quando ancora muovevano i primi passi nel complicato mondo editoriale italiano. Avevano le idee chiare, ma anche grandi punti interrogativi davanti. Oggi chiunque entri in una libreria e si avvicini al reparto “fumetti” si accorgerà subito come il logo della Bao la faccia da assoluto protagonista. E siccome non sono poche le polemiche emerse nell’ultimo periodo riguardo il mondo del fumetto – iperproduzione di graphic novel, poca qualità, scarso compenso percepito dai fumettisti in relazione alla grande mole di lavoro e al tempo che gli occorre per scrivere il proprio libro, etc.  – quale occasione migliore per fare il punto sull’attuale panorama fumettistico, proprio con loro?

Ricordo ancora la nostra prima chiacchierata. Era il 2010, nell’editoria a fumetti si respirava un bel fermento, un’aria nebulosa, creativa e caotica. Mi colpì il vostro entusiasmo e quella professionalità che vi ha sempre contraddistinto. Be’, mi sembra che le cose siano andate benone, no?

C – Mi sembra ieri, ma se vado a rivedere la data delle nostre prime mail mi spavento! Ricordo che avevamo parlato di Portugal di Cyril Pedrosa, libro che aveva appassionato molto entrambi. Sì, siamo felici di com’è andata, ma non riesco nemmeno a rendermene conto. È come quando vedi qualcuno ogni giorno, è difficile avere la giusta percezione delle cose che succedono e del tempo che passa. Siamo partiti da una mansarda che dividevamo in tre e ora siamo quattordici ufficio! Direi che è andata bene.

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Riavvolgiamo il nastro: come e perché avete deciso di fare una casa editrice? E quali aspettative avevate all’epoca?

C – Ammetto che è una storia poco appassionante, dovremmo prepararci una back-story avventurosa. Io e Michele eravamo entrambi appassionati di fumetti, per un anno abbiamo girato per fiere del fumetto come scusa per andare in vacanza. Dopo aver spulciato gli stand di Angouleme, San Diego e Toronto, e aver conosciuto un sacco dei nostri artisti preferiti, abbiamo deciso di colpo di provare a fare questa cosa. L’idea era di fare cinque libri all’anno ma come si può ben vedere non è andata proprio così. Per tutto il primo anno io avevo un altro lavoro, poi le cose si son fatte man mano più serie e ho iniziato a dedicare tutto il mio tempo a BAO. Non avevamo aspettative precise all’epoca, eravamo curiosi di vedere dove ci avrebbe portato quest’avventura. La cosa più importante era di affrontare tutto in maniera seria e professionale, dalla distribuzione alla promozione in libreria. Avevamo deciso di avere attorno una struttura molto più “imponente” di noi, così quando siamo cresciuti eravamo già pronti ad affrontare l’arrivo di libri importanti.

Avreste mai creduto di diventare una dei marchi di fumetti più importanti d’Italia?

M – Sinceramente non era tra le nostre ambizioni. Volevamo capire se c’era lo spazio per fare le cose diversamente rispetto ai modelli editoriali che conoscevamo, ma non avevamo mire particolari. Però dopo i primi due anni, quando ci siamo accorti che il nostro approccio funzionava con il pubblico, ci siamo impegnati in modo ancora più rigoroso per diventare, se non un leader di mercato, almeno un punto di riferimento per autori e lettori.

Quali sono state le vostre prime pubblicazioni? Se non ricordo male uno dei primi autori su cui avete puntato è stato Makkox.

M – All’inizio in realtà importammo le colonne portanti dell’indie americano degli anni Novanta. Il nostro primo “successo improbabile” fu l’integrale di Bone di Jeff Smith. Nessuno credeva che avremmo fatto breccia nel cuore dei lettori con un volume di 1.450 pagine che costa 35 euro. Makkox fu il primo autore italiano sul quale potemmo fare un lavoro di costruzione e di promozione simile a quello che ora facciamo per quasi venti autori nostrani all’anno.

Fu proprio Makkox a consigliarvi Zerocalcare, vero?

M – Ce lo presentò e ci piacemmo subito. Non sospettavamo la portata che il nostro sodalizio avrebbe avuto, sinceramente.

C – Sì, Makkox continuava a parlarci con entusiasmo di questo ragazzo che aveva pubblicato con lui alcune storie su “Canemucco”. Così abbiamo incontrato Michele (Zerocalcare, Ndr) nel nostro ufficio e gli abbiamo proposto di fare un libro insieme (Un polpo alla gola), lui era un grande fan di I Kill Giants di Joe Kelly e Ken Niimura e ha subito detto sì. Poco dopo è arrivato il blog, la storia su Trenitalia e i lettori di Zero si sono moltiplicati a vista d’occhio. A quel punto era impossibile star dietro agli ordini dell’edizione autoprodotta de La Profezia dell’Armadillo così ci siamo mossi velocemente per portarla in libreria.

Quanto ha inciso Zerocalcare nella vita della BAO, da tutti i punti di vista: economico, artistico, professionale e umano?

M – Zerocalcare è stato per noi il modo di smettere di rivolgerci solo a chi già conosceva il mondo dei fumetti. Grazie a lui moltissime persone che non ci avevano mai pensato ora cercano fumetti in libreria e la legittimità culturale del medium è molto aumentata. Economicamente è quasi la metà del nostro fatturato, artisticamente non ha mai smesso di sorprenderci, professionalmente è una sfida continua per capire come trasmetterlo al meglio verso il pubblico e umanamente siamo fortunatissimi che un autore così importante per noi sia una bella persona e un ottimo amico.

C – Molto. Da tutti i punti di vista. Siamo cresciuti e stiamo affrontando quest’avventura insieme. Zero è prima di tutto un amico, anzi lo è diventato durante questi anni. Durante le lunghe ore di disegnetti in giro per l’Italia. Sicuramente è una parte importante del nostro fatturato e grazie a lui si è creato un nuovo lettorato di fumetti che è curioso e si sta aprendo anche ad altri autori. Dal punto di vista mano posso solo dire che quando ci ha detto che stava partire per la Siria abbiamo reagito peggio della sua famiglia!

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Possiamo individuare in Zerocalcare il punto di svolta della Bao?

M – Lui direbbe semplicemente “graziarcazzo”. Sì, decisamente.

C – Sicuramente è il punto più eclatante.  Ricordo ancora quando abbiamo organizzato la prima presentazione in una fumetteria di Milano della nostra edizione della Profezia. Siamo arrivati poco prima dell’inizio e c’era una quantità di persona incredibile. Non avevo mai visto così tanta gente a una presentazione di un fumetto, c’era un’atmosfera emozionante! A quel punto il nostro compito era di trasmettere quella stessa atmosfera ai promotori, ai distributori, ai librai. Stava succedendo qualcosa di nuovo ed era nostro compito che lo sapessero tutti.

Chiudo la parentesi Zerocalcare: per la BAO è stato un gran bel colpo di fortuna o più frutto del merito di aver creduto in lui per primi?

M – Entrambe le cose. La componente aleatoria c’è sempre (poteva benissimo andare da qualcun altro, quel giorno), ma sentiamo di esserci meritati il successo che sia lui che noi abbiamo avuto, perché avevamo fatto i compiti, eravamo pronti a crescere con l’aumentare dell’attenzione verso di noi.

C – Abbiamo creduto in lui prima che tutto esplodesse ma non perché eravamo sicuri che sarebbe diventato un successo ma perché ci piaceva il suo modo di raccontare storie.

Il nostro merito maggiore è quello di aver lavorato perché i suoi libri fossero dappertutto per rispondere in maniera immediata al suo pubblico che cresceva a vista d’occhio. Così abbiamo usato quella struttura più professionale che dicevo prima. Siamo stati pronti a muoverci da editore “maggiore” anche se non lo eravamo. I suoi libri sono sempre stati disponibili in gran parte delle librerie d’Italia ma anche in tutti i centri sociali dove li ha presentati. Abbiamo fatto in modo che lui non dovesse mai rinnegare nulla del suo vissuto, sappiamo bene quali sono i limiti che non vuole superare e cerchiamo sempre di proteggerlo da qualsiasi cosa che vada contro quello in cui crede.

Insomma, abbiamo saputo ripagare la sua fiducia.

Torno sulla questione della professionalità: secondo me un merito indiscutibile della Bao è stato quello di rivoluzionare il modus operandi dell’editoria a fumetti italiana, fino a quegli anni (fine anni Zero) sin troppo basata sul pressappochismo, inteso non verso la qualità artistica proposta, ma più su quella gestionale. Nella maggior parte delle case editrice una persona ricopriva più ruoli finendo per trascurare aspetti importanti come la comunicazione soprattutto, l’ufficio stampa… etc. La Bao fin da subito è riuscita ad avere una struttura con più figure professionali. Quali esempi avevate in mente nel momento in cui avete costituito la Bao?

C – Per me la comunicazione è sempre stata un punto fondamentale. Ho lavorato per qualche anno nella comunicazione e nell’organizzazione di eventi, soprattutto librari, e ho la sindrome della stanza vuota per le presentazioni, quindi è stata sicuramente una delle priorità da quando abbiamo iniziato. L’ufficio stampa è una delle colonne di una casa editrice, puoi fare i libri più belli del mondo ma se nessuno sa della loro esistenza è uno sforzo inutile, sia dell’editore che dell’autore! Fortunatamente noi abbiamo Daniela come ufficio stampa che ha subito capito la filosofia della casa editrice e sa perfettamente comunicare all’esterno il giusto messaggio per ogni libro. È importante per noi che chi cura la nostra comunicazione sia giornalmente a contatto con la redazione in modo da poter lavorare a ogni libro in modo diverso. Vederlo crescere dal primo incontro con l’autore fino al momento della stampa dà la possibilità di conoscerne tutti i punti di forza e gli argomenti che potrebbero interessare i giornalisti e quindi di dargli visibilità nei giusti spazi. E lo stesso principio vale per la comunicazione che facciamo attraverso i social network. Michele cura Facebook, io mi occupo di Instagram. In questo modo lui può parlare in maniera più informativa di quello che sta succedendo, mentre io mostro i dietro le quinte dei libri in lavorazione ma anche delle fiere e delle presentazioni. E in più ho la possibilità di seguire e scoprire tanti nuovi bravissimi autori.

Come è composta oggi la Bao? Quante figure professionali ci sono in organico?

C – Siamo davvero tanti! Siamo partiti che eravamo in quattro ovvero io e Michele, che siamo i fondatori e titolari, e i due indispensabili Leonardo e Lorenzo, rispettivamente caporedattore e capografico. Negli anni si sono aggiunti, in rigoroso ordine di ufficio, due contabili, Simone, che è il direttore commerciale, e la sua assistente Teresa che si occupano di fare da ponte tra noi e i librai, andando a parlare con i promotori librari e le fumetterie. L’infaticabile Daniela che si occupa della comunicazione e dell’ufficio stampa, e l’ultima arrivata Chiara, la sua assistente. Poi in redazione ci sono Sara, aiuto grafico, Andrea che si occupa di digitalizzare i libri, Francesco che è il curatore della collana per i più piccoli (BaBAO), e Vanessa, che fa da raccordo tra i grafici e la redazione, si sta facendo le ossa come editor e coadiuva Michele nel dipartimento Foreign Rights. Il mio cane Ninja Stoya che viene ogni giorno in ufficio conta?

Passiamo al vostro catalogo, con un po’ di domande a questo proposito. Quali sono i tre libri che avete pubblicato di cui andate più fieri?

C – Mamma mia che domanda difficile! Io dico Portugal di Cyril Pedrosa, Dimentica il mio nome di Zerocalcare e Il porto proibito di Teresa Radice e Stefano Turconi.
M – Posso aggiungere Bone?

E quali sono, invece, quelli che invece non fareste più?

C – All’inizio abbiamo fatto un errore di valutazione su alcune cose, ovvero credere di poter creare un successo a tavolino, abbiamo provato a pubblicare alcuni (pochi) titoli che magari non erano nel nostro DNA ma che erano legati a property “di sicuro successo”. Per esempio i fumetti della serie televisiva del Piccolo Principe che facevano parte di un mega progetto transmediale ma che alla fine non hanno riscontrato il consenso che ci aspettavamo. Da lì abbiamo capito che l’unica via è scegliere sempre e solo libri che sentiamo nostri.

Gli esordienti che avete lanciato di cui siete più orgogliosi?

C- Nell’ultimo anno direi sicuramente Daniel Cuello. Daniel pubblicava già le sue vignette in Rete, ma con Residenza Arcadia ha davvero stupito tutti. Si tratta di una storia appassionante e molto contemporanea, e le sue origini argentine hanno dato un sapore dolce-amaro alla storia che la rende davvero unica.

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Dall’alto della vostra esperienza come ritenete che sia lo stato di salute attuale del fumetto in Italia, sia dal punto di vista artistico (quindi gli autori) e da quello del mercato (vendite, risposta del pubblico)?

C – Dal punto di vista artistico è un momento molto vivace. C’è tutta una nuova generazione di autori che sta iniziando a pubblicare. Sono FASTIDIOSAMENTE giovani e INSOPPORTABILMENTE bravi! Molti di loro stanno riuscendo a trovare subito uno stile personale e interessante nonostante l’età. Sentiamo molto la responsabilità di aiutarli a trovare la cosa giusta da raccontare, spesso hanno già una voce chiara e definita ma non è detto che abbiano altrettante a fuoco qual è la storia che dovrebbero raccontare. Penso che il compito di un editore sia anche quello di aiutare gli autori più giovani a non bruciarsi pubblicando un libro di esordio poco significativo solo perché era già pronto o non avevano altro da raccontare. A volte è un lavoro lungo e ci mettiamo alcuni mesi di lunghi scambi di mail e storie scartate per arrivare alla cosa giusta, però è una super soddisfazioni!

Seguite anche il mondo underground e delle autoproduzioni? Se sì pensate che ci sia un fermento postivo che potrà portare qualche buono cambiamento?

C – Assolutamente! La scena delle autoproduzioni in Italia è davvero vivace e interessante. A volte c’è l’idea, secondo me sbagliata, che l’autoproduzione sia un trampolino di lancio per trovare un editore oppure che sia l’unica scelta possibile perché non hai trovato nessuno che ti pubblicasse ma penso siano due cose ben diverse Noi lavoriamo con molti autori che hanno fatto e continuano a fare autoproduzioni come Francesco Guarnaccia, Giulia Sagramola, Giulio Macaione, Giopota… ma rispettiamo le loro espressioni artistiche e non insistiamo mai con questo tipo di autori per fare un libro insieme prima che si sentano pronti.

La BAO è da considerarsi ancora oggi indipendente? Nel senso che non fa parte di nessun grande gruppo editoriale, vero?

C – Certo! Non siamo mai stati legati a nessuno. Siamo un’azienda a capitale privato, non facciamo parte di gruppi editoriali o distributivi e chi lavora con noi ha interesse che prosperiamo semplicemente perché i nostri libri alimentano una filiera produttiva e distributiva.

Ecco, tra tutte quelle indipendenti e quindi nate e cresciute dal basso siete la realtà editoriale più importante d’Italia nel contesto del fumetto. Che effetto vi fa? E soprattutto tutto questo pensate che abbia creato un po’ di invidia verso di voi negli altri addetti ai lavori vostri omologhi?

C – Fa un po’ impressione ma è una cosa molto bella. Sapere che così tante persone, tra autori e lettori, hanno avuto fiducia in noi mi rende davvero orgogliosa di quello che abbiamo costruito. L’invidia è una cosa normale, anche io sono invidiosa se qualcuno pubblica qualcosa che avrei voluto fare io. Non ci vedo nulla di strano!

Una questione che è stata sollevata di recente circa il basso compenso che arriva agli autori di graphic novel in rapporto alla mole di lavoro e del tanto tempo per farli. E quindi se abbia o meno senso per un fumettista oggi dedicarsi alla stesura del proprio romanzo a fumetti. Come la vedete voi, da editori, la questione?

M – L’errore è considerare l’anticipo sui diritti un “compenso”. Si tratta di un gesto di buona volontà verso l’autore da parte dell’editore, a monte del lavoro che serve per realizzare il libro. Anche nella narrativa in prosa sono pochi, tra gli scrittori italiani, quelli che vivono esclusivamente del lavoro di scrittore. Da parte nostra, oltre a corrispondere anticipi superiori alla media di mercato, cerchiamo di produrre soli libri che hanno la forza per maturare royalties rapidamente, e quindi ogni anno sempre più nostri autori ricevono il conguaglio tra l’anticipo e le copie vendute in eccedenza rispetto a quell’importo. Diversi nostri autori ora vivono esclusivamente del lavoro di fumettisti, e si possono perfino permettere il lusso di non lavorare più per le grandi aziende editoriali, concentrandosi solo sulle opere di loro creazione. La tendenza è a migliorare ma, ripeto, l’anticipo non è uno stipendio, e il motivo è semplice: è molto difficile prevedere quanto venderà un libro e l’anticipo è a perdere. Se supera quella che si rivelerà la portata commerciale di quel libro, l’autore non sarà ancora contento, e l’editore avrà subito un danno.

C – Per questo ci impegnano a promuovere i libri al meglio, a fare in modo che arrivino in più mani possibili, a venderli agli editori esteri. Ogni anno che passa riusciamo a dare anticipi un po’ più alti proprio per il lavoro che facciamo sugli autori.

Ma è davvero così necessario per un autore fare un graphic novel? Pensate che la pubblicazione del libro sia la forma di curriculum più valida per un autore?

M – Il libro non è un mezzo per raggiungere un fine. Per i nostri autori è un’esigenza intima e profonda di narrare. Quindi no, non è necessario, ma l’arte è così importante proprio perché, a conti fatti, non è necessaria, e quindi non potendovi attribuire un prezzo preciso, assume un immenso valore.

Non avete mai pensato di approcciare anche ad altri formati, puntando più sulla qualità dell’illustrazione invece che sulla storia?

C – Per noi la storia è il punto centrale. Ci sono capitati mille casi di libri che avevano uno stile grafico per cui impazzivamo che poi non abbiamo pubblicato proprio perché la storia non era all’altezza. Il fumetto è composto al 50% dalla storia e al 50% dal disegno.

Se un lettore dà fiducia al tuo libro perché gli piaceva lo stile ma poi trova una storia poco ispirata potrebbe non darti una seconda possibilità.

Tuttavia la sensazione è che in Italia stiano uscendo fin troppi libri a fumetti, soprattutto graphic novel… e a parte i nomi affermati e pochi sorprendenti esordienti, la maggior parte delle uscite risulta prescindibile. Come mai c’è questa corsa folle a pubblicare sempre più romanzi a fumetti? È la distribuzione che lo impone?

C – Negli ultimi due anni il numero di operatori che si è interessato al fumetto è aumentato tantissimo, di conseguenza anche il numero di libri pubblicati. Il problema non è tanto la distribuzione ma la massa critica che deve raggiungere ogni casa editrice per essere visibile in libreria. Lo spazio di esposizione è importante e per averne in quantità soddisfacente bisogna avere anche un buon numero di libri. Se da una parte questo è importante perché tutti i libri dell’editore venga notati dall’altra bisognerebbe comunque stare attentissimi a quello che si pubblica. Noi da quest’anno abbiamo deciso di diminuire il numero di libri pubblicati per essere sicuri che ogni nostra uscita abbia il giusto spazio per la comunicazione e la promozione. Questo ci porterà a essere ancora più pignoli sulla scelta e sulla lavorazione. Siamo un mercato in crescita e molti lettori stanno scoprendo solo ora il nostro mondo, per questo abbiamo il dovere di scegliere con cura cosa pubblicare perché ogni fumetto che esce potrebbe essere il primo fumetto di qualcuno. E se questo fumetto non è all’altezza delle aspettative potrebbe anche essere l’ultimo. Non possiamo perdere potenziali lettori di fumetti!

So che alla BAO è diverso (Toni Bruno mi ha sempre detto quanto sia stato importante l’apporto di Michele), ma moltissimi autori (di altre case editrici) con cui ho parlato mi hanno confessato di non aver mai avuto un editor, che la casa editrice con cui pubblicano non li ha mai fatti affiancare da una figura professionale che li aiutasse a lavorare sulla storia. Al massimo qualche consiglio. Quanto è importante la figura dell’editor? E da voi come funziona?

C – Per noi è fondamentale. Il nostro editing si divide principalmente in due fasi. La prima è principalmente un lavoro sul testo, Ci concentriamo sulla sinossi iniziale del progetto ponendo domande e segnando agli autori quali sono secondo noi i punti critici. Poi, quando io e Michele siamo completamente convinti della storia e degli snodi principali, il progetto viene assegnato a uno dei nostri editor, a seconda delle affinità dei gusti e della storia, oppure uno di noi due continua il percorso.  La seconda parte consiste nell’assistere gli autori durante la stesura dello storyboard che ci viene consegnato man mano che ci lavorano. In questa fase si lavora di più sulle inquadrature e sul ritmo. è un lavoro delicato, fatto di un sacco di domande per aiutare gli autori a vedere quello che stanno facendo con un occhio più distante. Il nostro dovere è quello di tirare fuori il libro migliore possibile senza mai tradire l’intenzione originale dell’autore. Mi sembra che sia il punto focale del mestiere dell’editore.

M – Concordo con Caterina. Ci sono editori felicissimi di sapere che un autore ha nel cassetto un libro completo. A noi spaventa, perché non poter contribuire alla realizzazione dell’opera con consigli, obiezioni, punti di vista esterni a quello dell’autore (senza diventare invasivi, però, detestiamo interferire) ci sembra quasi sempre portare a lavori di qualità inferiore.

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Che cosa cambiereste della filiera editoriale per farla funzionare meglio? La distribuzione pesa davvero così tanto?

M – In realtà la distribuzione costa quel che vale. Il fatto che circa il 60% del prezzo di copertina vada al distributore suona enorme, ma in realtà in quella percentuale ci sono i costi e il margine del distributore e i costi e il margine del libraio. Il problema è che se le tirature sono troppo piccole (le nostre stanno aumentando, quindi non ci possiamo lamentare) il costo di stampa per copia dei libri resta così alto che si mangia una parte eccessiva del 40% rimanente, che va diviso appunto tra costi di stampa, royalties all’autore e costi e margine dell’editore.

Invece, riguardo alle fiere di fumetto? Portano davvero dei vantaggi al fumetto o sono soltanto occasioni in cui vendere il più possibile?

C – Le fiere, così come le presentazioni in libreria e fumetteria, sono un modo per aver contatto diretto con i lettori. Solitamente tra noi e loro ci sono un tale numero di intermediari che non è facile avere sempre il polso delle cose. Quindi le fiere sono un bel momento di condivisione, in cui possiamo raccontare e consigliare i nostri titoli. Se fossero solo un occasione in cui vendere ci avvarremmo di aiuti esterni, ma proprio perché non le consideriamo tali ci teniamo che le persone che trovate allo stand siano la redazione con qualche fedele amico che conosce in prima persona il nostro lavoro e sa rispondere a tutte le domande su uscite presenti, passate e future. Spesso le fiere sono un ottimo modo per fare da trampolino di lancio per alcuni libri. Per esempio recentemente abbiamo portato l’esordio di Capitan Artiglio a Cartoomics (Milano), lui è stato un eroe perché ha disegnato quasi 300 dinosauri sui libri dei lettori che sono venuti a cercarlo, ma questo ha generato un passaparola veloce e molto positivo!

Cosa consigliereste a dei giovani imprenditori che decidessero oggi di mettere in piedi una casa editrice di fumetti?

C – Sembrerà scontato ma quello che per me è il vero punto di forza è di non scendere mai a compromessi con i tuoi gusti. L’abbiamo capito sulla nostra pelle quando abbiamo provato a pubblicare cose ritenute “sicure” ma che non incontravano al 100% la nostra idea. Se pensi che la cosa che vuoi pubblicare sia la più bella del mondo, pubblicala. Se no, no. Non ci sono formule magiche in editoria,

Qual è il sogno, se c’è, che non avete ancora realizzato con la Bao? Ad esempio lavorare con quale autore, oppure pubblicare una storia di un certo tipo?

M – Sento di poter dire per entrambi che abbiamo realizzato la maggior parte dei sogni che avevamo otto anni fa. Quindi quelli che mancano all’appello arriveranno. In termini di autori abbiamo il meglio del meglio, artisticamente e umanamente. Siamo davvero fortunati.

C – Io non ho dei desiderata particolari. In futuro mi piacerebbe espandere le uscite di autori orientali. Ci stiamo già lavorando con la collana di fumetto cinese iniziata la scorso anno, ma penso sia un punto di partenza per esplorare altri tipi di narrazione diversi da quelli che abbiamo pubblicato finora. Poi c’è qualcosa per cui stiamo lottando: il fumetto per bambini. Al momento sono in pochissime le librerie che hanno uno spazio dedicato, quindi i fumetti per bambini finiscono di default tra i fumetti “normali” dove nessun under 12 ci mette il naso! La lotta è sconfiggere le diffidenze di chi pensa ancora che i fumetti non siano libri veri, a partire dai genitori.

Avete qualche bella novità per il futuro immediato?

C – So che ogni scarrafone è bello a mamma sua, ma stiamo lavorando a un sacco di cose per quest’anno che mi emozionano un sacco. Io ho lavorato da vicino con Francesco Guarnaccia per il suo primo libro con noi che si intitolerà Iperurania e ne sono davvero fierissima. Francesco ha deciso di fare una bella riflessione sull’arte e sulla sindrome dell’impostore ma in un mondo fantascientifico! Ha saputo creare un intera società del futuro mostrando che i problemi del singolo sono gli stessi sia che tu viva su un pianeta sconosciuto che sulla terra. Poi stiamo per dare alle stampe i primi due volumi della collana “Octopus”, diretta da Boulet,  in cui ci saranno fumetti di divulgazione scientifica. Il primo è attualissimo perché parla di Marte e di quando potremo finalmente andarci a vivere. Il secondo, che è anche il mio preferito, è La fabbrica dei corpi e parla della storia delle mutilazioni e delle implicazioni filosofiche delle protesi.

M – La mia cosa preferita sono i mostri, di Emil Ferris, è un libro che presto si capirà essere davvero imprescindibile. Aver ottenuto, e poi meritato, la fiducia di Fantagraphics e dell’autrice per realizzarlo è stato molto appagante, ma è stato il certosino lavoro di adattamento che mi rende fierissimo di aver realizzato quel volume, la mia novità di aprile preferita.

Nasce a Livorno nel ’77. Da un po’ di anni vive a Roma. Giornalista-grafico editoriale. Scrive di musica, fumetti e altro (Mucchio, Prismo, The Towner, Dailybest, Rockit, Sentireascoltare…). Ha curato il libro Tiamottì (Arcana, 2010). È l’ideatore di This Is Not A Love Song, progetto editoriale che unisce illustrazione e canzoni d’amore. Gli manca il mare e vorrebbe che l’estate durasse 12 mesi.
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