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Barba e capelli

Pubblichiamo un pezzo di Ivan Carozzi uscito sulla versione online di Orwell.

Ricordo che un tempo circolava l’espressione ‘baffi da brigatista’. Indicava un particolare, un ritornello fisionomico che accomunava i volti delle persone arrestate per terrorismo tra gli anni ’70 e la fine degli anni ’80: 4087 inquisiti, 47 organizzazioni armate attive tra il 1969 e il 1989. Quella cruda infilata di volti finì esposta in prima pagina sui giornali. Oppure dentro un riquadro video alle spalle di un mezzobusto. Diventarono volti familiari.

Ho provato a digitare su Google ‘baffi da brigatista’, ‘baffi brigatisti’, ‘baffoni da brigatista’ e altre possibili combinazioni: nessun risultato. Un dettaglio scomparso ma inoppugnabilmente testimoniato nelle foto segnaletiche dell’epoca e in quel filone iconografico minore rappresentato dalle foto dei terroristi dentro le gabbie delle aule bunker. Non c’è dubbio, infatti, che tantissimi di quelle migliaia di italiani che trenta, quarant’anni fa, parteciparono alla lotta armata, specie se militanti delle Brigate Rosse, portarono un paio di baffoni. Barbe cilene e baffoni da tupamaros: ampi, coprenti, duri come fasci di saggina; baffoni orgogliosi da operaio autodidatta, cresciuti a contatto con le pagine più scoscese del Capitale, con i fumi tossici, con i miasmi dei reparti chimici, delle verniciature Alfa e Fiat, e con il fragore continuo e battente delle presse; baffoni che conferivano all’espressione del volto un potente supplemento di vigore intellettuale, carattere e determinazione d’acciaio, ulteriormente caricato da quella luce fissa e fiera nello sguardo offerto alla foto in commissariato. Uno sguardo che senza dubbio aveva già mirato e deciso da che parte stava la giustizia e la verità; avendo da tempo tagliato il mondo in due parti – sfruttatori e sfruttati – e quindi bruciato i ponti, i documenti e attraversato il fosso della clandestinità.

Non è iperbolico supporre che quel tipo di baffo aspro e superbo esibito dai rivoluzionari abbia esercitato una segreta influenza sui maschi italiani di quella generazione, riflessi dentro gli specchi delle proprie abitazioni e toilette – nel gesto mattutino di scrutarsi e modellare col rasoio i propri lineamenti. Diventando così un meme, un segno che si è replicato di volto in volto, costruendo – sui giornali, per strada, nei cortei, in tv – un panorama diffuso di facce baffute, a volte barbute. È il tratto comune, sul piano estetico e fisionomico, di una intera generazione. Il quarto stato ribelle. Ma il segno migra, si diffonde, oltrepassa i confini culturali di pertinenza, esce dal radar, seguendo un itinerario oscuro e sempre meno prevedibile. Infatti il baffone diventò anche in parte appannaggio della coeva generazione di calciatori.

Con il 1980, l’anno più truculento, involuto e disperato degli interi anni di piombo, quella stagione sfuma, si disperde come una scia di colore esangue, come un fumogeno pallidissimo, mano a mano che il gas rossastro si riasciuga dentro le porosità degli anni ’80. Che fine fanno i baffi, le barbe? Spariscono, rientrano dentro i follicoli. I volti si fanno sbarbati, più puliti, aperti, levigati. I capelli, accorciandosi, si mettono al servizio di questa radura improvvisamente aperta. Come nel caso di Carlo Massarini, il conduttore di Mr Fantasy, una trasmissione musicale di grande successo. Che amava vestire di bianco.

I capelli non si gettano più sugli occhi e sulla fronte, non nascondono i lineamenti, ma li lasciano emergere con nitore e chiarezza. Ecco perché poi arriva la rasatura, come naturale approdo. Laterale, alta, sfumata, articolata in modi sempre diversi nell’estetica new wave. A volte flirtando con il taglio dei giovani tamburini della Hitlerjugend.

Sembra pure di notare, al tracollo improvviso delle ideologie, una maggiore disponibilità al sorriso nei volti pubblici e un calo di forza ed energia nello sguardo, un abbassamento del tono endocrino e ormonale. Un raffreddamento delle passioni. Ciò che l’ideologia teneva internamente compatto nell’individuo, adesso frana, si disgrega in piccole parti e molecole e si ristruttura in forme irregolari e ipercomplesse, come nelle architetture di Frank Gehry.

Negli anni ’90 calciatori come Del Piero e Di Livio cavalcano la moda della basetta appuntita. In Piero Pelù la basetta appuntita era anche un riferimento al mondo esotico romanzesco dei bucanieri. Sul volto di Del Piero, invece, è una riga sottile e uniforme che percorre la mascella. Quasi un segno grafico, che per essere mantenuto pulito e affilato necessita di un lavoro quotidiano: di toilette e di fino.

Barba e baffi, negli anni ’90, costituiscono un’opzione scartata, il rimosso estetico di un’epoca maledetta, precipitata in quell’inferno descritto nell’espressione tombale ‘anni di piombo’. Il pizzetto è un’alternativa mediana che negli stessi anni riscuote un grande successo: dai cantanti della scena grunge, molto popolari in Italia, al pizzetto di Erriquez della Bandabardò, fino alle versioni lavoratissime, concettose, dell’allenatore Serse Cosmi. Negli anni Zero si procede sempre di più verso il cocktail, una fase meticcia, di compresenza simultanea di approcci. Da una parte un matrimonio definitivo con la levigatezza: i borgatari e i tronisti depilati, lisci. Un trionfo artificiale dell’igiene, della metrosessualità, con il corollario di castelli di creme, barattolini, lozioni per la pelle, che si posizionano negli armadietti delle case italiane quanto nelle pagine dei nuovi maschili. Dall’altra un rinascimento follicolare, il ritorno inaspettato di un discorso del pelo: il baffo latino alla Mastroianni, da emigrante a Torino; le barbe rade diffuse sui volti del ceto intellettuale di centro-sinistra – il blogger, il giornalista, lo studente impegnato – fino all’apparizione di barbe abbondantissime, da Robinson Crusoe. Tra le ragioni di tale renaissance potrebbe esserci, da una parte, una fobia, un fastidio per l’attenuazione generale del tono ormonale – un fastidio per il tipo alla David Beckham – dall’altra il desiderio genuino di ricontattare e riabitare più pienamente il proprio corpo. Non è forse questo che si fa quando – di solito mentre parliamo, mentre socializziamo – ci si liscia e accarezza di continuo la barba? Come per ascoltare nei ciuffi la profonda verità biologica che ci accompagna e ci cresce sulla pelle.

Forse fu anche grazie a quella grande barba da eroe omerico, cresciuta tra i cocchi e la spiaggia, che Walter Nudo, nel 2003, riuscì a destare qualche antichissima immagine nel pubblico italiano, ad intercettare un progetto di restaurazione – i maschi da una parte, le femmine dall’altra – e a vincere l’Isola dei Famosi. Ma senza lo sguardo-fucilata del combattente brigatista: semmai uno sguardo addomesticato, da circenses, sempre in cerca di una conferma emotiva nello sguardo del pubblico e in quello di Simona Ventura.

Lavora a La 7. Ha scritto per diversi quotidiani e periodici. È autore di Macao, un ebook sulla vicenda della torre occupata a Milano. È autore di un reportage narrativo sul romanziere Michel Houellebecq e il movimento raeliano. Dal settembre 2012 tiene un tumblr sul quindicennio 1970-1985.
Commenti
5 Commenti a “Barba e capelli”
  1. peppe scrive:

    Come già detto, questo pezzo è davvero un taglio…complimenti all’autore.

  2. Nicola scrive:

    Bellissimo. Da scriverci un saggio

  3. Letizia scrive:

    un excursus leggero e brillante. Bravo.

  4. beatrice scrive:

    intuizione interessante. peccato che, nell’ironia, la tesi rimanga decisamente ambigua, con quel riferimento finale ad una “profonda verità biologica” del corpo…sul fatto che barba e baffi siano un segno storicamente caratteristico (sono allergica alla parola “meme”, per la visione genecentrica e banalizzatrice dell’evoluzione che porta con sè, maldido dawkins) che ci parla direttamente dei modelli culturali della costruzione della mascolinità, c’è un pò di letteratura illuminante. tra tutti, rimando ad un saggio della storica Raffaella Sarti (http://jmm.sagepub.com/content/13/1/16) in cui si racconta dello sciopero proclamato dai domestici a Torino a inizio Novecento, con cui, tra l’altro, rivendicarono la possibilità di farsi crescere barba e baffi (dato che erano maschi impiegati in una lavoro tradizionalmente femminile, il codice della rispettabilità borghese li de-virilizzava imponendo loro di essere glabri).

  5. Silvia scrive:

    Anche questa è la nostra storia! Complimenti

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